Nessuno risarcirà le vittime
Il tribunale di Firenze dichiara prescritte le richieste dei familiari dei 140 morti
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SASSARI. Soltanto un nuovo procedimento penale che conduca a una decisione diversa da quelle raggiunte nel 1998 potrebbe dare ai familiari delle 140 vittime del disastro della nave traghetto Moby Prince, avvenuto nelle acque di Livorno il 10 aprile 1991, la speranza di ottenere giustizia piena e un risarcimento dallo Stato, quello Stato che la Commissione parlamentare d’inchiesta costituita nel 2014 dal ministro Cancellieri ha ritenuto responsabile della sciagura con i suoi organi periferici. L’ha stabilito con una sentenza già molto discussa il tribunale civile di Firenze, per il quale l’azione civile intentata dai parenti delle persone scomparse dopo la relazione finale del 22 gennaio 2018 della commissione, risulta ormai prescritta. Per il giudice è vero che la commissione ha concluso i suoi lavori con esiti diversi rispetto alle decisioni dei magistrati penali, ma a leggere la sentenza «non ha disvelato verità e certezze nuove» e rappresenta soltanto «un atto politico». In altre parole, i fatti accertati dal Parlamento sono gli stessi finiti al centro dei giudizi penali nei vari gradi, conclusi con sentenze di assoluzione degli imputati. La differenza sta nella rivalutazione dei commissari, che sono arrivati a conclusioni diverse e più vicine a quelle per anni e anni sostenute dai familiari delle vittime. Familiari che ora in una nota dell’Associazione 10 aprile e dell’associazione 140, chiedono l’intervento del presidente Sergio Mattarella, del premier Giuseppe Conte e dei presidenti di Camera e Senato Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati: «Le affermazioni riportate nella sentenza di Firenze sono gravissime e precludono la possibilità di avere giustizia in questa vicenda come in tutte le vicende mai chiarite nella storia della nostra Repubblica - è scritto - inoltre la sentenza mortifica il lavoro esemplare fatto e concluso da una commissione parlamentare del Senato, presieduta dall’ex senatore Silvio Lai, che dovrebbe essere ricordata come esempio virtuoso di un’istituzione dello Stato».
Lo scopo della causa era di mettere in evidenza le responsabilità da parte di chi nella notte del 10 aprile 1991 avrebbe dovuto controllare il porto di Livorno e soccorrere le persone presenti sul Moby Prince, incendiato dopo la collisione con la petroliera Agip Abruzzo mentre prendeva il largo con rotta per Olbia: «Ricordiamo infatti - sostengono i familiari - che l'assenza dei soccorsi ha contribuito alla morte, dopo atroci sofferenze dei passeggeri e dei membri dell’equipaggio del traghetto. Purtroppo, la sentenza ha rigettato l'istanza dei familiari per intervenuta prescrizione, giustificando il fatto che l’ultimo processo della Corte d’Appello penale di Firenze risulta chiuso a febbraio 1998 e cosa di una gravità estrema, considerando la relazione della commissione parlamentare d’inchiesta solo un atto politico. Proprio le risultanze del lavoro della commissione parlamentare, che hanno scardinato le verità processuali del passato - prosegue la nota - hanno portato i familiari delle vittime a citare lo Stato. Va ricordato che tale azione non aveva lo scopo di avere chissà quali risarcimenti, ma quello di avere giustizia».
La battaglia però non finisce qui: «Noi familiari non ci arrenderemo e presenteremo ricorso alla Corte d’Appello di Firenze. Ma non basta, a questo punto abbiamo necessità di sapere cosa sta facendo la Procura di Livorno, dove è stato aperto un fascicolo in seguito alla trasmissione delle carte della commissione d’inchiesta sul Moby Prince. Non è possibile che in trent’anni, dal 1991 ad oggi, tra processi penali, inchieste bis, causa civile, si sono avvicendati ben dodici magistrati e siamo ancora ad un nulla di fatto». E’ lo stesso giudice civile Donnarumma a ricordare la possibilità per i familiari di chiedere la ripresa dell’azione penale: «È corretta l’osservazione dei ministeri convenuti - scrive il magistrato civile - quando rilevano che l’unica via per valorizzare gli elementi di fatto evidenziati nella relazione finale della commissione sarebbe quella di avanzare una nuova istanza alla Procura della Repubblica, affinché la stessa, valutata l’eventuale novità degli elementi in questione e l’idoneità degli stessi a supportare un rinvio a giudizio, disponesse la riapertura delle indagini e del procedimento penale in cui eventualmente gli odierni attori potranno far valere le pretese avanzate in questa sede». (m.l)
Lo scopo della causa era di mettere in evidenza le responsabilità da parte di chi nella notte del 10 aprile 1991 avrebbe dovuto controllare il porto di Livorno e soccorrere le persone presenti sul Moby Prince, incendiato dopo la collisione con la petroliera Agip Abruzzo mentre prendeva il largo con rotta per Olbia: «Ricordiamo infatti - sostengono i familiari - che l'assenza dei soccorsi ha contribuito alla morte, dopo atroci sofferenze dei passeggeri e dei membri dell’equipaggio del traghetto. Purtroppo, la sentenza ha rigettato l'istanza dei familiari per intervenuta prescrizione, giustificando il fatto che l’ultimo processo della Corte d’Appello penale di Firenze risulta chiuso a febbraio 1998 e cosa di una gravità estrema, considerando la relazione della commissione parlamentare d’inchiesta solo un atto politico. Proprio le risultanze del lavoro della commissione parlamentare, che hanno scardinato le verità processuali del passato - prosegue la nota - hanno portato i familiari delle vittime a citare lo Stato. Va ricordato che tale azione non aveva lo scopo di avere chissà quali risarcimenti, ma quello di avere giustizia».
La battaglia però non finisce qui: «Noi familiari non ci arrenderemo e presenteremo ricorso alla Corte d’Appello di Firenze. Ma non basta, a questo punto abbiamo necessità di sapere cosa sta facendo la Procura di Livorno, dove è stato aperto un fascicolo in seguito alla trasmissione delle carte della commissione d’inchiesta sul Moby Prince. Non è possibile che in trent’anni, dal 1991 ad oggi, tra processi penali, inchieste bis, causa civile, si sono avvicendati ben dodici magistrati e siamo ancora ad un nulla di fatto». E’ lo stesso giudice civile Donnarumma a ricordare la possibilità per i familiari di chiedere la ripresa dell’azione penale: «È corretta l’osservazione dei ministeri convenuti - scrive il magistrato civile - quando rilevano che l’unica via per valorizzare gli elementi di fatto evidenziati nella relazione finale della commissione sarebbe quella di avanzare una nuova istanza alla Procura della Repubblica, affinché la stessa, valutata l’eventuale novità degli elementi in questione e l’idoneità degli stessi a supportare un rinvio a giudizio, disponesse la riapertura delle indagini e del procedimento penale in cui eventualmente gli odierni attori potranno far valere le pretese avanzate in questa sede». (m.l)
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