Terapie intensive, in Sardegna nuovi posti solo per necessità
La Regione ha deciso: «Verranno aggiunti a seconda delle esigenze, si possono allestire in 24 ore»
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CAGLIARI. La Sardegna ha un punto debole: i posti letto di terapia intensiva negli ospedali Covid. Il viceministro alla salute, Pierpaolo Sieri, lo ha ribadito di recente: «Per fortuna dai 131 disponibili nella prima fase, è arrivata a 175 nel momento più difficile della seconda ondata». In effetti, stando al Piano dei 40 giorni, la Regione ha ipotizzato di superare anche quota 200, ma – come ripetono da sempre all’assessorato alla Sanità – «li attiveremo solo di volta in volta seguendo l’andamento dei ricoveri». Perché allestirli tutt’insieme vorrebbe solo dire – è un’altra ricostruzione ufficiale – «sottrarre personale alle sale chirurgiche ordinarie e questo non possiamo permettercelo». Anche questa cautela, però, ha un suo perché preoccupante: da sempre mancano almeno 150 fra anestesisti e rianimatori e fra gli infermieri specializzati in terapia intensiva i posti vacanti sono un altro centinaio. Ingaggiarli sul mercato è impossibile: non c’è offerta. La morale – sempre stando alla Regione – di conseguenza è questa: «Per attivare un posto letto bastano 24-48 ore, ma se poi non hai il personale quell’area critica non può essere operativa».
La soglia. Per l’Agenzia nazionale che controlla le Regioni, l’Agenas, da giorni la Sardegna sarebbe in zona rossa per quanto riguarda proprio le terapie intensive. Ormai – stando all’ultimo bollettino – la saturazione regionale, che continua a crescere di un punto in percentuale ogni 24 ore, non sarebbe più molto lontana dai picchi nazionali: 39 per cento in Sardegna, il 41 nelle altre regioni. Ma al di là del censimento Agenas c’è un altro dato angosciante seppure non ufficiale. Secondo chi conosce bene lo stato della sanità sarda in piena pandemia, il sistema delle terapie intensiva sarebbe in grado di reggere all’onda d’urto solo se il numero di pazienti intubati non supera il tetto dei 75 in totale. Oltre quella soglia il rischio di collasso sarebbe purtroppo dietro l’angolo. Nell’ultimo bollettino dell’Unità di crisi regionale c’è scritto: «Giovedì erano 69 i posti letto occupati». Il margine, quindi, è sempre più ridotto. L’altro giorno, ad esempio, negli ospedali Covid quei reparti erano al completo al Santissima Trinità, nell’Azienda universitaria di Sassari e al Mater Olbia. Sempre a detta degli esperti, finora la Sardegna avrebbe tenuto il passo, perché non c’è stato per fortuna un aumento esponenziale di pazienti gravi e poi le dimissioni, o il trasferimento in terapia subintensiva, avrebbero mantenuto la disponibilità all’interno della soglia di sicurezza, considerando che una degenza media nell’area a rischio dura intorno ai 10 giorni
Le contromosse. La Regione ha presentato il suo piano di rinforzo e anche l’Ats-Ares ha fatto la sua parte. Il commissario straordinario Massimo Temussi ha nominato il bed manager. Ad Alberto Bini, dipendente dell’Azienda e laureato in ingegneria gestionale, è stato affidato il compito di amministrare i posti letto. Spetterà a lui tenere sotto controllo il coefficiente di riempimento – è la fredda definizione tecnica – nelle strutture pubbliche e in quelle private convenzionate con la Regione proprio per far fronte all’emergenza sanitaria. Altre Regioni proprio grazie al manager controllore sono riuscite a mantenere in linea di galleggiamento le terapie intensive e tutti i reparti dedicati ai pazienti Covid. Ora a provarci è la Sardegna. Ma allo stesso tempo dovrà aumentare anche il personale specializzato in servizio, o altrimenti avere un’infinità di posti letto a disposizione potrebbe non bastare. (ua).
La soglia. Per l’Agenzia nazionale che controlla le Regioni, l’Agenas, da giorni la Sardegna sarebbe in zona rossa per quanto riguarda proprio le terapie intensive. Ormai – stando all’ultimo bollettino – la saturazione regionale, che continua a crescere di un punto in percentuale ogni 24 ore, non sarebbe più molto lontana dai picchi nazionali: 39 per cento in Sardegna, il 41 nelle altre regioni. Ma al di là del censimento Agenas c’è un altro dato angosciante seppure non ufficiale. Secondo chi conosce bene lo stato della sanità sarda in piena pandemia, il sistema delle terapie intensiva sarebbe in grado di reggere all’onda d’urto solo se il numero di pazienti intubati non supera il tetto dei 75 in totale. Oltre quella soglia il rischio di collasso sarebbe purtroppo dietro l’angolo. Nell’ultimo bollettino dell’Unità di crisi regionale c’è scritto: «Giovedì erano 69 i posti letto occupati». Il margine, quindi, è sempre più ridotto. L’altro giorno, ad esempio, negli ospedali Covid quei reparti erano al completo al Santissima Trinità, nell’Azienda universitaria di Sassari e al Mater Olbia. Sempre a detta degli esperti, finora la Sardegna avrebbe tenuto il passo, perché non c’è stato per fortuna un aumento esponenziale di pazienti gravi e poi le dimissioni, o il trasferimento in terapia subintensiva, avrebbero mantenuto la disponibilità all’interno della soglia di sicurezza, considerando che una degenza media nell’area a rischio dura intorno ai 10 giorni
Le contromosse. La Regione ha presentato il suo piano di rinforzo e anche l’Ats-Ares ha fatto la sua parte. Il commissario straordinario Massimo Temussi ha nominato il bed manager. Ad Alberto Bini, dipendente dell’Azienda e laureato in ingegneria gestionale, è stato affidato il compito di amministrare i posti letto. Spetterà a lui tenere sotto controllo il coefficiente di riempimento – è la fredda definizione tecnica – nelle strutture pubbliche e in quelle private convenzionate con la Regione proprio per far fronte all’emergenza sanitaria. Altre Regioni proprio grazie al manager controllore sono riuscite a mantenere in linea di galleggiamento le terapie intensive e tutti i reparti dedicati ai pazienti Covid. Ora a provarci è la Sardegna. Ma allo stesso tempo dovrà aumentare anche il personale specializzato in servizio, o altrimenti avere un’infinità di posti letto a disposizione potrebbe non bastare. (ua).
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