Focus Energia. Istituzioni, associazioni, imprese grandi e piccole intervengono sullo studio di Scenario Rse

Apriamo una finestra sul rapporto Rse che ipotizza le soluzioni migliori per il sistema energetico sardo. Pubblicheremo in sequenza le deduzioni di tutti gli attori interessati che propongono le loro ricette per il sistema produttivo locale. Oggi intervengono gli ambientalisti

CAGLIARI. Quaranta documenti, alcuni di poche righe, altri veri e propri dossier dove si analizza ogni rigo della relazione che i tecnici di Rse hanno preparato per delineare gli scenari energetici, industriali e quindi economici della Sardegna dei prossimi venti anni. Gli interventi di coloro che vengono definiti “portatori di interessi”, pubblici o privati, aziende o singoli, sono adesso al vaglio di Arera, che dopo aver ricevuto la lettera del ministero dello Sviluppo economico che chiedeva di andare avanti con le sue decisioni, dovrà in effetti prendere una qualche decisione sul futuro del sistema sardo.

Sarà una decisione, come ha ribadito più volte il presidente dell’Autorità per le reti l’energia e l’ambiente, Stefano Besseghini, in linea con il dettato legislativo, e quindi con le norme contenute nel decreto Semplificazioni, convertito in legge a settembre. Quel testo prevede un sistema sardo regolato nei due poli industriali a nord e a sud, solo nei momenti di trasporto e distribuzione locale ai soggetti interessati, lasciando scoperto e non definito il resto del territorio sardo.

Nella lettera del sottosegretario al ministero per lo sviluppo economico Alessandra Todde, inviata ad Arera e anche a Snam si fa riferimento alla richiesta dal ministero a Rse di fare «a brevissimo termine una seconda versione dell’analisi costi-benefici». Come ha detto la Todde a Quotidiano Energia «l’obiettivo è avere prezzi allineati con quelli del Continente, con soluzioni che saranno discusse ovviamente anche con la Regione. L’obiettivo è evitare cartelli, e se sarà necessario utilizzare il deposito di Oristano per esempio per alimentare il fabbisogno della città, dovrà essere regolato. Non dobbiamo penalizzare gli investimenti già realizzati, in particolare quelli di Italgas nella distribuzione. Il nostro obiettivo è il 2023, in tempo per poter garantire il phase-out del carbone entro il 2025».

Ma in attesa della seconda analisi costi benefici di Rse, che terrà conto e probabilmente correggerà alcune proposte presenti nel primo report, si può fare un riassunto sulle risposte e le osservazioni al primo documento, quello ancora attivo, per capire come è stato accolto in Sardegna e nel resto del paese. Lo faremo dividendo i 40 documenti in sei grandi gruppi: quelli presentati dalle associazioni ambientaliste, quelli delle associazioni di categoria e produttive, quelli presentati dalle grandi imprese, quelli delle piccole imprese, i testi dei sindacati, e da ultimo il documento presentato dalla Regione.

GLI AMBIENTALISTI. Sono nove le associazioni che hanno presentato osservazioni. Italia Nostra, Cobas e Usb che hanno prodotto un loro testo; il movimento No/Tap (quello del gasdotto tra Albania e Puglia già entrato in esercizio) che insieme a Emergenzaclimatica, Forum ambientalista e Legalità per il clima hanno prodotto un lungo e articolato documento, e infine Legambiente, Greenpeace e Wwf che insieme hanno redatto un agile testo sul rapporto. Secondo Italia Nostra, Cobas e Usb, il rapporto di Rse è già vecchio, e presenta insieme ad alcuni aspetti positivi, diverse criticità. Per gli ambientalisti, che puntano sul binomio rinnovabili-elettrico, nel rapporto manca una analisi sullo sviluppo delle rinnovabili nell’isola, non c’è una analisi sulla riduzione dei consumi e l’efficentamento energetico degli edifici, si definiscono in maniera neutra le operazioni per il riavvio delle imprese energivore nel sud Sardegna (Sider Alloys ed Eurallumina), il cui impatto ambientale, anche dal punto di vista dei costi delle bonifiche non viene valorizzato, non si considera l’impatto del covid (ma lo studio nasce prima dell’esplosione della pandemia) e non tiene conto dell’European Green New Deal; infine non ipotizza l’opzione zero, l’assenza cioè di nuove infrastrutture per il gas.

Gli aspetti positivi non mancano: il Tyrrhenian link come garanzia per sicurezza e stabilità delle rete, dorsale non sostenibile e il sì ad un incremento dei sistemi per l’elettrificazione. Italia Nostra Cobas e Usb “vedono” lo sviluppo delle rinnovabili già adesso, al punto che per eolico e fotovoltaico i progetti autorizzati al 2020 si avvicinano a quanto previsto dal piano per l’energia e il clima ma per il 2030. Per l’eolico adesso la Sardegna produce 1,05 gigawatt, ma ha progetti per 0,7: al 2030 dovrebbe arrivare al 2,08. Idem per il fotovoltaico, adesso al 0,8 ma con progetti al 2020 per 1,2 e una prospettiva al 2030 di 2,2, di fatto già raggiungibile. «E non consideriamo i nuovi incentivi, attraverso i quali la crescita possibile sarebbe superiore alle più rosee previsioni». Ecco, l’opzione solo elettrico sarebbe la migliore, la più pulita e sicura: per le tre associazioni anche i costi ambientali in questo caso sarebbero più contenuti che le altre opzioni. In ogni caso «una coerente politica di decarbonizzazione non può essere avviata dotando l’isola di impianti che prevedono l’uso di combustibili fossili e insistendo nel contempo con una industrializzazione energivora e fortemente inquinante».

Se Italia Nostra critica lo studio, il Movimento No/Tap e le associazioni che a esse collegate, lo demolisce, in una sequenza di argomenti che non lascia spazio a mediazioni. «È uno studio viziato da una erronea rappresentazione dei fatti, manifestamente illogico. Bisogna rigettare l’intero progetto di metanizzazione per incompatibilità climatica. La Sardegna è vissuta sinora senza metano, e non si capisce perchè dovrebbe ora metanizzarsi, in tempi di abbandono del fossile, del crollo dei prezzi e di emergenza climatica. Le aziende interessate ai progetti potrebbero chiedere di rientrare dalle possibili perdite degli investimenti allo Stato, e quindi alla Comunità. La Sardegna, con il suo eolico e solare, più il pompaggio e gli impianti a gnl esistenti incrementando la produzione diffusa delle comunità energetiche potrebbe coprire il suo fabbisogno energetico investendo nell’energia diffusa». Per questo motivo i No/Tap auspicano l’opzione zero, cioè non far nulla e dunque non dar luogo ad alcun sistema di metanizzazione. Il mvimento No/tap non ha agganci diretti nell'isola, o almeno non sono conosciuti.

Infine il terzo documento dell’ambito ambientalista è quello di Wwf, Greenpeace e Legambiente. Le tre associazioni criticano il documento di Rse che sottostimerebbe l’impatto delle possibili infrastrutture con la decarbonizzazione. «Lo studio deve essere accompagnato da uno scenario che potenzi il ricorso a soluzioni energetiche compatibili con la decarbonizzazione: rinnovabili, accumuli e interconnessione. Perchè l’ambito temporale ipotizzato è solo per i prossimi 20 anni quando la decarbonizzazione si pone come obiettivo il 2050? Ecco così – scrivono le tre associazioni – il rischio di una duplicazione di costi perchè all’eventuale infrastruttura del gas rappresetna un doppio costo che va ad aggiungersi agli investimenti per la decarbonizzazione. Per questo motivo lo studio Rse va integrato con uno che contempli lo sviluppo delle fonti rinnovabili, dell’efficenza energetica, della integrazione delle reti, con forte elettrificazione sugli usi finali. L’eventuale beneficio dell’impiego del gas vale solo per usi che non possono essere soddisfatti da altre soluzioni».