Violenza sulle donne, la testimonianza: «Un inferno lungo 20 anni, ora sono libera di vivere»

Teresa, vittima di abusi psicologici e fisici da parte del suo ex compagno. «Mi umiliava davanti ai nostri figli. L’ho lasciato e ha cominciato a perseguitarmi»

SASSARI. Teresa ha imparato da poco a guidare l’auto guardando avanti e non nello specchietto retrovisore. Ha anche riscoperto una sensazione semplice ma dimenticata: camminare libera per strada, senza due scanner puntati addosso che contano i tuoi passi e controllano dove vai, chi incontri, a chi sorridi. Teresa è uscita dalla prigione in cui era finita più di 20 anni fa e solo da poco ha capito che le sbarre c’erano sempre state anche se lei inizialmente non le vedeva. È una vittima di violenza da parte di un uomo, l’ex compagno padre dei suoi due figli oggi quasi adolescenti. «Violenza psicologica innanzitutto, ma anche fisica. Dovevo fare quello che lui voleva, assecondarlo sempre. Se mi opponevo erano guai». Botte ma soprattutto umiliazioni: il ritornello era “sei una incapace, una fallita, sei niente”. Oggi Teresa ha 48 anni e sta vivendo una seconda vita: «La prima in realtà, perché l’altra non è stata una vita ma una esistenza grigia segnata dall’ansia, dalla paura, dal buio. Ora rivedo la luce, i colori».

L’inizio della fine. C’è un momento nel calendario che Teresa cerchia in rosso. È il giorno in cui lei e il suo ex compagno decisero di mettere su famiglia, di avere un figlio. «Fu tutto abbastanza naturale, stavamo insieme da 10 anni, avevamo entrambi circa 30 anni ed eravamo felici. Un bambino doveva rappresentare il completamento, la chiusura del cerchio. Quando nacque il nostro primo figlio provai una gioia immensa. Ma poco dopo tutte le mie certezze iniziarono a sgretolarsi. Le insicurezze del mio compagno, quelle che avevo fatto finta di non vedere durante il fidanzamento, stavano creando una voragine tra noi». Già perché gli equilibri di coppia con la nascita di un figlio cambiano, l’attenzione è rivolta verso il nuovo arrivato «e lui si sentiva trascurato perché io non ero concentrata su di lui come prima». Per Teresa è come una illuminazione: capisce che nei 10 anni precedenti ha vissuto all’ombra del suo uomo: «Decideva tutto lui e a me andava bene, mi sembrava normale. Lavoravamo insieme e lui sapeva tutto di me, stessi amici, stessi incontri. Una vita in simbiosi, con lui dominante e io accondiscendente. Decideva lui, quello che pensavo io contava zero». Due anni dopo il primo figlio nasce il secondo, una bambina. E il rapporto è già a pezzi. «C’erano problemi economici, io non lavoravo e lui da solo non è stato in grado di gestire l’attività. Ha iniziato a frequentare brutta gente, a fare sparire i soldi. Ho scoperto che si drogava e non riuscivo a crederci: cascarci a più di 30 anni mi sembrava incredibile». Teresa è sola: ha due figli piccoli e un compagno che non solo non l’aiuta ma le mette i bastoni tra le ruote in tutto. «Ho ricominciato a lavorare come dipendente perché la nostra attività l’aveva mandata in rovina. Lui non voleva che uscissi di casa, che vedessi persone, era terrorizzato. Mi insultava, mi denigrava con i colleghi, diceva che ero una incapace, che non sarei riuscita a fare niente di buono. Urlava sei una fallita, sei una fallita. I bambini a volte sentivano, non capivano perché il loro papà gridasse e non avesse mai per loro una parola o un gesto d’affetto. Io, morta dentro, li rassicuravo con un sorriso mentre sentivo che il precipizio era dietro l’angolo».



Il carcere. Quando Teresa sta per esplodere, il compagno viene arrestato: è tossico e ha bisogno di soldi, per questo ruba. «Quando lui è in galera non lo abbandono. Provo a salvare il rapporto, cerco di rattoppare la mia esistenza a brandelli, tento di ricostruire per i miei figli il quadretto della famiglia». Quando lui esce dal carcere la sua casa lo riaccoglie. Ma il periodo di distacco non è servito. Anzi, lui impazzisce quando vede che Teresa nel frattempo è andata avanti: lavora, ha delle amicizie, coltiva affetti, “osa” persino invitare a casa compagni dei figli con i loro genitori. «Lui li trattava male, era sgradevole. Mi offendeva davanti a loro, davanti ai bambini. Andavano via sotto choc e non tornavano più. Lui stava creando il deserto intorno a me. E io avevo paura, per me ma soprattutto per i bambini. Perché quando lo contraddicevo lui diventava violento. I miei figli non li ha mai picchiati, a me invece si. Mi ha fatto male, ma i lividi spariscono, il ricordo di quello che ho subìto invece no».

L’addio e il nuovo incubo. L’altro cerchio rosso nel calendario è segnato nel giorno in cui Teresa ha detto basta. «Me ne vado – gli ho detto – è finita. Quando ho chiuso la porta e messo i bambini in auto lui gridava “me la pagherai, qualunque cosa farai io ti demolirò”». Lei trova un rifugio ma è una nuova prigione. Perché quando si affaccia alla finestra vede lui, quando accompagna i figli a scuola c’è lui, dall’altro lato del marciapiede c’è lui che la fissa, quando crede di averlo seminato ecco che ricompare. «Per più di un anno mi stava appresso 24 ore su 24. Sempre, in ogni momento sapevo che voltandomi l’avrei visto. A piedi, in auto: con un occhio guardavo la strada, con l’altro controllavo lo specchietto retrovisore. E poi il telefono, decine di chiamate e messaggi ogni giorno. Ho cambiato tante volte il numero e ho anche pensato di bloccare il suo contatto: ma non l’ho mai fatto per paura che se la prendesse con i bambini. Ho pensato: meglio che scarichi la sua frustrazione su di me, i miei figli li devo salvare. Allora facevo così: avvisavo i miei familiari e il telefono lo spegnevo soltanto quando ero con i bambini. Ma non era vita, era un incubo da cui dovevo uscire. La mia fortuna è stata bussare alla porta di un centro antiviolenza: mi hanno ascoltata, presa per mano, sostenuta in ogni momento della risalita. Ho smesso di sentirmi sola. Ho rialzato la testa: ho denunciato il mio ex compagno per stalking, una, due, cinque, dieci denunce. Alla fine, l’ennesima volta in cui l’hanno beccato vicino a casa mia, dove non doveva stare, l’hanno arrestato. È ritornato in carcere e per un cumulo di pena c’è rimasto quattro anni. Io ho ricominciato a respirare».

La rinascita. Teresa oggi abita in un’altra casa con i due figli. «Siamo noi tre e in tre resteremo. I ragazzi portano i segni, hanno molta rabbia dentro per quello che hanno visto e subìto. Mostrano aggressività, è successo anche a scuola. Io li tranquillizzo e vedermi serena è per loro il miglior balsamo sulle ferite. Lui per fortuna non è più un problema. Si è arreso, da quando è uscito dal carcere non mi tormenta più. E io ora mi sento più forte. In questi anni ho sviluppato speciali sensori d’allarme: non odio gli uomini e non penso che siano tutti uguali. Però la mia vita resta mia. Non permetterò più a nessuno di condizionare le mie scelte. Ai miei figli dico di fare altrettanto. Alle ragazze consiglio di studiare, di crearsi una indipendenza economica e mentale per essere padrone di se stesse e capire cosa è sano e cosa è malato. E di non avere paura a chiedere aiuto: intorno a noi c’è una rete di persone pronte a tenderci la mano. Io mi sono aggrappata a quella mano che mi ha tirato su, senza mollarmi mai». È il terzo cerchio nel calendario di Teresa, segna l’alba di una vita vera.
 

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