Pneumologi in prima linea «Molto peggio che a marzo»

Alessandro Fois, direttore della scuola di specializzazione: «Ora casi più gravi»

SASSARI. La finestra che si affaccia su viale San Pietro è spalancata: entra un’aria tiepida insolita per fine novembre. Sembrerebbe una tranquilla giornata di lavoro alle cliniche San Pietro. Invece qui si coordina la strategia di battaglia contro il virus. E si combatte: nei reparti, nelle corsi, negli ambulatori. «Una guerra? Sì, questa è una cosa che ha molte similitudini con una guerra. Qui siamo al fronte e come capitava a chi era stato in una vera battaglia, anche noi abbiamo spesso difficoltà a spiegare a chi sta fuori cosa succede realmente».

Alessandro Fois è il direttore della scuola di specializzazione in pneumologia dell’Aou di Sassari, oltre che presidente per la Sardegna della società italiana di pneumologia. Nel suo studio al primo piano della palazzina dell’Aou si prepara ai prossimi “combattimenti” con il virus, ma ruba qualche minuto agli impegni convulsi di queste settimane («di questi mesi», corregge) per cercare di spiegare cosa succede nel suo mondo.

Gli pneumologi sono una categoria di medici che si vede poco in tv. Eppure, in questa emergenza pandemica, sono loro che assistono i malati nella fase più grave: «Il nostro ruolo è centrale - dice Fois - . Siamo noi che mettiamo i caschi ai pazienti o li sottoponiamo a ventilazione».

Sassari, sia nella prima che nella seconda ondata, ha dovuto reggere il maggior carico di contagi. Ora com’è la situazione? «La situazione la si può vedere dai numeri. Ancora non c’è il calo che ci aspettevamo. Nei numeri dei positivi, in quelli dei ricoveri non c’è ancora una diminuzione importante. Invece nei pronto soccorso la pressione sembra attenuarsi».

Insomma, le cose non vanno bene: «È peggio, molto peggio rispetto a marzo. La seconda ondata non è neppure paragonabile alla prima. Abbiamo un’enormità di casi più gravi e un’età media che si è abbassata di almeno 10 anni».

Strutture in sofferenza, anche se dopo la prima ondata l’organizzazione si è adeguata: «Basti pensare che siamo passati da due reparti infettivi a 10 reparti Covid - dice il professor Fois -. È un dato enorme. Questo però ci porta, inevitabilmente a trascurare il resto. E non è che in questi mesi la gente abbia smesso di ammalarsi di tumori pomonari».

Pneumologi in prima fila: «C’è, anche per noi, una carenza di personale. Abbiamo un concorso in atto, speriamo di avere i nuovi medici a gennaio. Nel frattempo sono stati contrattualizzati degli specializzandi del terzo-quarto anno. Ma per formare uno pneumologo interventista occorrono anni. Ci siamo comunque dati un’organizzazione che ci consente di avere in ogni turno uno o due pnemuologi esperti che accompagnano gli specializzandi. Per loro, tra l’altro, questa è un’opportunità di crescita professionale straordinaria, perché sono costretti ad affrontare un problema clinico enorme e forse, si spera, irripetibile».

Chissà se da studente, o da docente, prima del Covid, il professor Fois aveva mai pensato di doversi trovare, un giorno, ad affrontare uno scenario come questo: «Mai! Questo scenario era impossibile da immaginare. Abbiamo avuto a che fare con tubercolosi, con H1n1, che però hanno una mortalità più bassa».

Anche chi lavora in questo campo ha dovuto cambiare atteggiamento, approccio: «È cambiata la percezione - dice Fois -. Io mi comporto in questo modo: chi ho di fronte ha il Covid sino a prova contraria. Dobbiamo seguire poche regole, ma chiare. E quello che come medici facciamo all’interno dell’ospedale deve essere lo specchio di ciò che facciamo fuori».

La pressione è altissima e l’attenzione salva la vita: «Su pneumologia grava un peso enorme. Anche perché se uno di noi si ammala toglie forza al reparto. Per questo è necessario eseguire le regole in maniera quasi militare. Nella stanza dove ci vestiamo e svestiamo c’è un oss che controlla tutto il meccanismo. E se vede che ci distraiamo, saltiamo un passaggio o commettiamo un errore, blocca tutto e fa ripartire la procedura. Qui se un meccanismo si inceppa, si inceppa tutto».

Una meticolosità, una cura dei particolari che sta dando i suoi frutti: «Non è un caso che nei reparti Covid ci sia un numero straordinariamente basso di contagi», ricorda Fois.

All’esterno non è sempre così. C’è chi minimizza, chi dice che nella prima fase molte morti siano state causate da errori nell’intubazione. «L’intubazione se si può si evita, perché comporta un alto rischio di setticemia. Ma se è necessaria, la ventilazione meccanica non si può procrastinare. Perché altrimenti si perde il paziente».

Da marzo a oggi molte cose sono cambiate. E non sempre in meglio: medici e infermieri, prima osannati, ora vengono a volte visti con diffidenza: «La parola “eroi” era veramente terribile. Però a marzo la gente aveva consapevolezza del nostro lavoro e dei rischi che corriamo. Ora qualcosa è cambiato. C’è un rifiuto della realtà che non aiuta. Il peso di questa situazione non può ricadere solo su medici e infermieri, ma deve essere un impegno per la popolazione. Sia chiaro che, se non si seguono le regole, avremo un’ondata anche a febbraio e marzo».

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