La Nuova Sardegna

Focus Energia. Cgil, Cisl e Uil, bocciano senza appello il report di Rse: non servirebbe a migliorare il sistema produttivo sardo

Giuseppe Centore
Focus Energia. Cgil, Cisl e Uil, bocciano senza appello il report di Rse: non servirebbe a migliorare il sistema produttivo sardo

Le osservazioni dei tre sindacati sono molto critiche nei confronti degli studiosi e chiedono una revisione totale del lavoro.

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CAGLIARI. È forse la presa di posizione più dura, la meno legata a necessità diplomatiche che rendono difficile “condannare senza appello” un lavoro comunque complesso che ha visto coinvolti il fior fiore degli studiosi del settore nel nostro paese ma che è sembrato, anche ai sindacati, troppo costretto nelle logiche della politica per poter dispiegare in maniera alta le proprie idee.
Cgil Cisl e Uil nei fatti bocciano lo studio del Rse, voluto da Arera, nella parte che non prevede e la considera eccessivamente costosa la dorsale del gas. Non è una posizione nuova. Nel passato le confederazioni avevano espresso anche al governo e alla Regione la propria contrarietà ad una bocciatura del progetto, ritenuto strategico per il futuro dell’isola. Una posizione confermata nelle osservazioni che i sindacati hanno fatto ad Arera.


CGIL. È il sindacato che ha elaborato l’intervento più articolato, collocando il sistema di approvvigionamento energetico sardo, in uno scenario non solo infrastrutturale, ma anche politico e di sistema e criticando l’analisi Rse nel suo punto più delicato: sul possibile condizionamento politico ricevuto dagli esperti. «La presenza o meno di un’infrastruttura energetica fondamentale, qual è la rete del gas, condiziona in termini positivi o negativi il contesto produttivo, economico e sociale in cui le persone vivono e operano, condiziona la capacità di quel contesto territoriale di contribuire al benessere comune del sistema più ampio di cui fa parte e anche di competere “a parità di condizioni” con gli altri nelle dinamiche di mercato e della libera concorrenza; ma soprattutto condiziona la stessa sua capacità di attrarre nuovi investimenti e determinare innovazione e cambiamento, con tutti gli impliciti riflessi occupazionali: rappresenta, insomma, una modalità reale dell’antitesi tra progresso e regresso. La Sardegna sconta il gap infrastrutturale della carenza della fonte energetica del metano, che da decenni condiziona in termini negativi i servizi ai cittadini e alle imprese residenti, gravandoli di costi largamente superiori a quelli riscontrabili nel resto del territorio nazionale. Questi dati impietosi dimostrano quanto incida pesantemente la “questione energetica” sulle condizioni di arretratezza e ritardo di sviluppo della Sardegna: è proprio quest’impostazione che va rovesciata, poiché una delle principali finalità delle opere infrastrutturali è quella di creare le condizioni e pari opportunità di sviluppo per tutti, nella realizzazione dell’interesse generale.

Un secondo ordine di argomenti risiede nel fatto che un’infrastruttura non può e non deve essere pensata e valutata soltanto sulla base della fotografia della situazione esistente nel momento in cui si procede all’analisi, ma invece deve guardare al futuro, soprattutto in rapporto ai cambiamenti di scenario che la stessa opera potrebbe produrre una volta realizzata, per l’intera plausibile durata del suo efficiente funzionamento.
In tal senso, i costi d’impianto e la loro incidenza sull’adeguatezza dell’investimento complessivo devono essere tenuti in considerazione per un tempo di ammortamento che non può essere una variabile aprioristicamente definita, soprattutto nel caso di un’infrastruttura per un avanzato sistema di trasporto e distribuzione di una fonte energetica come il gas, che non ha una “data di scadenza” certa pre-determinabile, ma che comunque è sicuramente ben superiore al periodo di tempo che viene per essa considerato nello studio Rse, con riguardo all’obsolescenza futura degli impianti e delle tecnologie, anche in presenza di una corretta loro manutenzione e aggiornamento». Una premessa metodologica e poi una figura retorica, una litote, per esprimere il proprio parere sullo studio.
«In altri termini, l’analisi dei benefici di un’opera non deve potersi prestare a un contingente condizionamento politico ai fini di una più corretta determinazione della sua conveniente fattibilità. È anche per questa considerazione che riteniamo sbagliata la conclusione dello studio rispetto alla convenienza comparativa e, dunque, all’opportunità di realizzare la cosiddetta “Dorsale” di trasporto del gas all’interno del territorio regionale, sia con riguardo alla sua utilità ai fini della più efficiente ed efficace distribuzione del metano, sia alla prospettiva più che ragionevole di un suo futuro utilizzo quale vettore di altre promettenti fonti energetiche, quali ad esempio l’idrogeno».

L’altro punto della premessa è lo stato attuale del sistema energetico sardo, le sue caratteristiche e lo squilibrio rispetto al resto del paese. «La Sardegna esprime un alto potenziale di sviluppo della produzione di energia elettrica da rinnovabili – scrivono il segretario regionale della Cgil Michele Carrus e il segretario della Filctem Francesco Garau – utile nel contesto nazionale poiché può compensare quello più basso di altre regioni del Nord Italia, ma non gode di una dotazione infrastrutturale comparabile con queste poiché penalizzata dall’assenza di una rete robusta e capillare di approvvigionamento, trasporto e distribuzione del metano: colmare questa lacuna è funzionale a garantire all’Isola pari opportunità di sviluppo mentre è, ragionevolmente, chiamata a contribuire in misura maggiore a compensare altrui carenze nell’apporto di Energie Rinnovabili al sistema-Paese». E qui la Cgil spiega perchè la decarbonizzazione può essere anche una opportunità ma a condizione che non aggravi i territori interessati.

«L’obiettivo della decarbonizzazione presuppone, cioè, una sorta di “democrazia infrastrutturale” in cui ciascuno concorre alla causa comune in ragione delle sue possibilità, ma sulla base della garanzia di disporre di un omogeneo livello essenziale di servizi e prestazioni. Analogo ragionamento potrebbe farsi, esemplificativamente, per la rete ferroviaria: la Sardegna è l'unica regione d'Italia che non ha un trasporto ferroviario elettrificato ma, allo stesso tempo, si chiede ad essa di produrre migliaia di GWh di elettricità da rinnovabili per supportare il sistema nazionale dell'alta velocità Ferroviaria che nell’isola manca».Da queste premesse la prima conclusione politica, a cui seguono considerazioni tecniche sul ruolo dell’importanza della produzione di energia elettrica.

«Appare, perciò, non condivisibile che l’analisi costi/benefici di RSE non solo prenda in considerazione un arco temporale troppo breve, di soli 20 anni, nella valutazione comparativa del metanodotto rispetto ad altre possibilità, senza considerare adeguatamente né futuri utilizzi dell’infrastruttura, positivamente perseguibili dal punto di vista degli obiettivi ambientali anche dopo il 2040, né gli effetti sullo sviluppo delle attività economiche che potrebbero generarsi, aumentando così anche lo stesso fabbisogno energetico complessivo dell’Isola, il quale appare perciò sottovalutato in modo contrastante con il bisogno di crescita economica e con la programmazione della Regione.
Il rapporto RSE fa esplicito riferimento, infatti, a scenari di sviluppo moderato che giudica “ottimali”, senza considerare possibili nuove attività al di fuori delle principali aree industriali che considera sostanzialziamente le sole destinatarie di apposite infrastrutture di rete per il metano, non giudicando invece “conveniente” realizzarle altrove, dove esista una “minore densità di utenza” considerata però solamente per gli usi civili e del terziario, che si preferirebbe soddisfare attraverso il modello del trasporto gommato a terra - e finisce così per giustificare, assurdamente, la deprivazione di tanta parte di territorio e di popolazione di un servizio a rete essenziale, così come lo sono l’acqua o l’elettricità. Appare, inoltre, del tutto arbitrario l’assunto dello studio RSE circa la convenienza della “Dorsale” a fronte di consumi finali di circa 1,5 miliardi di metri cubi all’anno anno di Gnl perché nella comparazione tra metanodotto e trasporto su gomma l’analisi non considera affatto i costi di installazione e gestione dei depositi criogenici e dei moduli di rigassificazione che sarebbero necessari nei bacini di distribuzione non serviti dai depositi costieri e rigassificatori previsti; né appare adeguatamente valutata l’incidenza di alcune esternalità nei costi del servizio di trasporto su gomma e neppure il “danno” collaterale del sovrapprezzo per i consumatori, che rischia di allontanare gli obiettivi ambientali della transizione energetica perché disincentivante anche rispetto alla riconversione di impianti domestici e per usi civili, dei quali non appare in ogni caso stimato il valore degli investimentio necessari e il loro ammortamento».

A questo punto la Cgil fa il passo successivo e smonta la teoria immaginata da Terna di una produzione elettrica sicura e massiccia anche in futuro. «In assenza di una produzione stabile da fonte termoelettrica la rete sarda non è sicura, e tra le rinnovabili di cui parla lo studio c’è anche l’idroelettrico che però è riserva idrica per l’isola ( e dunque non può essere a disposizione di Terna in qualunque momento dell’anno, ndr), e del nei suoi documenti Terna evidenzia la estrema labilità e criticità per il mantenimento in sicurezza del sistema elettrico sardo ancora nella configurazione attuale, e che diventerà più critico nello scenario futuro, quando si immagina verranno a mancare le centrali per la produzione stabile. Con il phase out la Sardegna non avrà più un approvvigionamento energetico programmabile regionale. Il sistema elettrico sardo dipenderà esclusivamente dai collegamenti con la penisola, (compreso il cavo triterminale previsto da Terna per il 2028) e  dalla produzione Sarlux, mentre degli eventuali 600/1100 MW aggiuntivi a metano non si conosce se effettivamente questa produzione sarà garantita dall’assetto del sistema gas», che in effetti, anche se il mise ha ipotizzato due poli  con rigassificatori a nord e a sud, appare ancora incerto.

Nuove critiche all’impianto dello studio anche per quanto riguarda i costi sopportati dal sistema. Un aspetto apparentemente secondario che invece è centrale per i critici dello studio; più sono alti i costi “complessivi” del sistma energetico, più voci quindi si mettono in questa casella, più è basso il valore del costo relativo del sistema del metano. «Riteniamo – scrivono infatti i vertici della Cgil – che l’eventuale essenzialità della centrale Sarlux debba rientrare nella valutazione complessiva costi/benefici, e così dicasi per la totalità degli incentivi alle rinnovabili in ragione del loro sviluppo esponenziale. Constatiamo, inoltre, che la presenza della sola Sarlux come centrale “rilevante” costituisca di fatto un sistema monopolista».

E infine le due considerazioni più forti di questa seconda parte. La prima. «Osserviamo che il Tyrrhenian Link (il cavo triterminale Sardegna-Sicilia-Campani) al pari delle altre connessioni in corrente continua (Sacoi e Sapei) tra la Sardegna e la penisola non ha funzione per la regolazione della rete elettrica sarda se non per l’alimentazione di potenza in caso di deficit di produzione isolana e in generale per lo scambio di rilevanti quantità di energia Sardegna-Sicilia». La seconda che riguarda adesso l’uso delle rinnovabili. «Già oggi in Sardegna è presente un surplus di generazione da rinnovabili. Circa 3200 GWh/anno sono esportati dalla Sardegna verso il continente equivalenti a una centrale di 370 megawatt (poco più di uno dei due gruppi della centrale di Fiume Santo, ad esempio, ndr) in funzione 24 ore su 24».

CISL. Meno articolata, ma non per questo meno critica verso lo studio, è la posizione della Cisl. Il documento della confederazione infatti rtiene che lo studio Rse non esponga «i costi (economici ed ambientali) della mancata metanizzazione della Sardegna. Ci si riferisce alla mancata metanizzazione dell’Isola rispetto al progressivo sviluppo della rete nazionale. Non che non esistano aree “isolate” nel resto del continente, ma queste sono sempre e comunque relative a porzioni di territori (aree montuose, isole minori, etc..) di regioni che invece sono regolarmente servite dalla rete di trasporto del gas naturale. La Sardegna è l’unica Regione italiana che è arrivata in questa particolare fase storica, caratterizzata da una improvvisa quanto impellente spinta verso la decarbonizzazione e l’obiettivo di diventare climaticamente neutrali, senza poter avere il metano nel proprio mix energetico in sostituzione delle altre fonti fossili più inquinanti».

Il secondo punto critico riguarda un aspetto politico di fondo. «Il rapporto conferma le conclusioni alle quali Governo e Regione erano pervenuti nel 2016, ma il quadro strategico è stato unilateralmente modificato determinando incertezze. Vale la pena ricordare che l’Accordo siglato nell’estate del 2016 tra Governo e Regione, proprio in considerazione della necessità di estendere anche alla Sardegna la rete nazionale, seppure attraverso una forma “virtualizzata”, e favorire la realizzazione e completamento della rete di distribuzione interna come parte della rete nazionale, prevedeva esplicitamente che l’investimento per la realizzazione dell’intero sistema di infrastrutture venisse posto a carico del sistema di regolazione e tariffario nazionale.
In questa maniera, assumendo a carico della collettività nazionale la realizzazione delle opere “strategiche” per completare la rete nazionale di distribuzione del gas naturale, inserendo anche l’ambito Sardegna, veniva prevista una, seppure parziale, “compensazione” dei maggiori costi sostenuti dall’Isola derivanti dalla mancata metanizzazione». A tutto questo la Cisl aggiunge dieci punti di critica diretta allo studio, definito «incompleto».
1. «Non esplicita i costi dell’assetto energetico pre 2020».
2. «Non rappresenta completamente gli impatti diretti sulla competitività e non consente di poterne valutare adeguatamente i requisiti delle diverse configurazioni da un punto di vista anche socio-economico».
3. «Fornisce una valutazione parziale delle diverse configurazioni in termini di impatti (ad esempio in termini di creazione di posti di lavoro, sviluppo delle imprese e di nuovi settori produttivi o di servizio), come pure di contributo di ciascuna agli obiettivi specifici posti dai vari livelli di pianificazione (il rapporto rinvia per esempio tutta un serie di approfondimenti a fasi successive)».
4. <Non stima adeguatamente i costi (economici e ambientali) legati alla distribuzione stradale del Gnl a mezzo di autobotti criogeniche.  I costi esterni vengono calcolati secondo una metodologia semplificata consistente nella trasposizione al contesto della Sardegna di valori specifici nazionali (costi esterni/veicolo-km) per categoria di strada e contesto di esposizione della popolazione. Di fatto, si ritiene che questa possa essere solo parzialmente applicata al “sistema Sardegna” come si andrebbe configurando e che ha delle specificità di cui tener conto. In particolare, non viene fatta una simulazione basata sui flussi di approvvigionamento che, anche in relazione al fabbisogno dei clienti, per frequenze e quantità, devono essere tali da mantenere il sistema in sicurezza, come pure non sembra sia stato stimato il costo collegato al rischio di interruzione delle forniture. Inoltre, non si desume se è stata in qualche maniera calcolata la pericolosità delle autobotti criogeniche in caso di incidente, rispetto ad analoghi mezzi che trasportano altri carburanti di origine fossile».
5. «Relativamente ai costi di investimento e costi operativi che dovranno sostenere i consumatori finali si è preso in considerazione solo “l’adeguamento delle tecnologie industriali”  mentre non sembrano essere stati calcolati i costi collegati all’installazione di deposito criogenico con annesso modulo di rigassificazione  che hanno costi elevati, sia di realizzazione che di gestione, e che, in assenza di una dorsale e rete di bacino adeguatamente magliata, devono essere sostenuti dalle imprese per potersi approvvigionare di GNL/gas naturale»
6. «Non esplicita in maniera chiara attraverso una sezione espressamente dedicata la quota dei costi che necessita di un cofinanziamento, ovvero di un intervento regolatorio/tariffario e quindi non consente, al di là delle mere differenze di costi tra le diverse configurazioni, di avere una misura di quale sia la dimensione di un eventuale intervento pubblico (europeo, nazionale o regionale) volto a favorirne l’effettiva attuazione».
7. «Non contabilizza nello studio i costi/benefici relativi all’investimento (stimati nel Pniec  in 3,7 miliardi di euro) del “Tyrrhenian Link” (o l’eventuale termolettrico in sua sostituzione) e si limita genericamente a stimare altri costi che sono collegati ad investimenti per l’adeguamento della rete elettrica regionale».
8. «Non fornisce una evidenza delle tempistiche di attuazione delle diverse configurazioni in modo da poter valutare come evolverebbe il sistema energetico regionale al variare del mix delle fonti, dal 2020 al 2030, al 2050».
9. «Il periodo di osservazione si estende da oggi al 2040. Questo appare non conforme rispetto alla tipologia di infrastrutture necessarie (depositi/rigassificatori e dorsale di trasporto GNL/gas naturale) la cui vita economica media è di solito ben superiore». A riguardo la Cisl cita uno studio della stessa Commissione Europea dove l’analisi-costi-benefici di un gasdotto è di 25 anni. Innutile dire che allungano il periodo di vita della infrastrttura, si riducono i costi. «Peraltro, la disponibilità di una rete energetica, consentirebbe lo sviluppo delle energie rinnovabili quali ad esempio biometano (vedasi progetto della Latte Arborea) ed “idrogeno verde”. Ciò sposterebbe l’orizzonte temporale della vita utile dell’infrastruttura ben oltre i 20 anni presi in considerazione dal Rapporto».
10. «Non è presente un allegato statistico che consenta di incrociare tabelle con i numeri da cui queste sono tratte».

Insomma dieci piccole “bachettate” sulle dita agli esperti di Rse, che peraltro nel webinar voluto da Arera hanno risposto colpo su colpo alle critiche difendendo lo studio, salvo poi ammetterne la necessità di una seconda versione.
Ma le critiche della Cisl non finiscono qui. Il sindacato ribadisce che «vi sono altri aspetti critici del rapporto. Nello specifico, riteniamo che lo studio non fornisca adeguati approfondimenti su due aspetti fondamentali legati alla presenza della dorsale: la  sicurezza più elevata degli approvvigionamenti di gas  e la riduzione delle rendite monopolistiche laddove gli investitori nei depositi/rigassificatori costieri operino anche come retailer (cioè venditori all’utente singolo, ndr).

Ma la Cisl va anche oltre la Cgil trovando un importante punto debole nello studio, che calcola gli stessi costi di sistema a seconda delle modalità di trasporto del gas. «L’allaccio alla rete di metanodotti estesa su tutto il territorio regionale è l’unica opzione, a normativa vigente, che consente di accedere alle forniture di gas naturale a condizioni paritetiche rispetto a quanto già avviene nel resto del Paese, escludendo o comunque limitando il determinarsi di posizioni monopolistiche e consentendo agli utenti di beneficiare di un mercato liberalizzato e concorrenziale, dove sia possibile anche, in analogia con il mercato elettrico, passare ad un eventuale nuovo fornitore».
Infine l’idrogeno e il biometano, importanti per la Cisl, ma solo «accennati e derubricati» per Rse.


UIL. Netta anche la posizione della Uil. Il terzo, per numeri, sindacato, che in pochi punti, ripresi anche dalle altre confederazioni, critica e boccia lo studio, che dal punto di vista tecnico non avrebbe considerato i seguenti aspetti.
1. «I volumi di gas naturale necessari per l’autoproduzione elettrica di aziende come Euroallumina e del termico per la produzione di energia elettrica necessario per la stabilità della rete elettrica sarda previste nel PNIEC anche con la messa in opera dei cavi di collegamento Continente – Sicilia – Sardegna col cosiddetto “Tyrrhenian Link”».
2. «Per gli  investimenti necessari per i grandi clienti con consumi superiori a 5 milioni di metri cubi di gas ogni anno ci sarebbe la necessità di ricevere una frequenza elevata, anche giornaliera, di forniture di GNL tramite carro cisterna con eventuale ulteriore aggravio gestionale nel caso di installazione di depositi criogenici con volumi di GNL superiori a 110 metri cubi e sottoposti a normative più stringenti. Tutti gli utilizzatori che non dispongono di tali spazi saranno costretti a rimanere ancorati ai combustibili tradizionali più inquinanti.
3. «La fornitura di gas è esposta al rischio di interruzione  ad esempio nel caso di scioperi, incidenti stradali, condizioni climatiche particolari, stato della viabilità,  con evidenti disagi e danni economici per i consumatori».
4. «Per  soddisfare il fabbisogno energetico sardo rappresentato nello studio sarebbe necessario far circolare su base giornaliera un numero elevato di mezzi pesanti per il trasporto del Gnl nell’ordine del centinaio, con punte concentrate nel periodo invernale, con potenziali impatti al traffico veicolare nonché alla sicurezza stradale tenuto anche conto dello stato attuale della viabilità sarda e un notevole aumento delle emissioni di CO2».
5. «Avere la possibilità di allacciarsi ad una rete di metanodotti estesa su tutto il territorio consentirebbe ai consumatori di energia di poter accedere alle forniture di gas naturale a condizioni paritetiche rispetto a quanto già avviene nel resto della penisola. L’accesso ad un mercato pienamente liberalizzato e concorrenziale renderebbe anche semplice per il consumatore il passaggio ad un’eventuale nuovo fornitore. L’assenza di una rete di metanodotti comporterebbe invece la creazione di oligopoli per la fornitura del gas naturale liquefatto tramite carri cisterna con prezzi che difficilmente potranno allinearsi a quelli del mercato all’ingrosso Italiano del gas naturale e inevitabilmente i consumatori sardi rimarrebbero in una situazione di svantaggio economico nell’approvvigionamento energetico mantenendo un dumping produttivo misurato intorno al 20 per cento dei costi e condannando definitivamente il sistema produttivo esistente alla chiusura».
6. «La  presenza di una rete di metanodotti consente l’introduzione e l’utilizzo in maniera flessibile di nuovi combustibili come l’idrogeno e il biometano a zero emissioni. La presenza di un metanodotto darebbe la possibilità di un ulteriore sviluppo delle energie rinnovabili per la produzione di idrogeno e la sua esportazione con un collegamento con la penisola».

Lo studio Rse, secondo la Uil  ha omesso diversi aspetti determinando risultanti penalizzanti per la realizzazione della Dorsale Sarda. Se nei calcoli fossero stati tenuti in debito conto i volumi di gas naturale per la produzione di energia elettrica per la capacità termica prevista dal PNIEC a valle del 2025, con la chiusura delle centrali a carbone e degli investimenti necessari per l’infrastrutturazione delle utenze col trasporto del gas con i carri criogenici, si arriverebbe al risultato che lo scenario che prevede la  costruzione della dorsale sarebbe più conveniente anche con l’utilizzo di volumi di gas al di sotto di 1,5 miliardi di metri cubi. Immaginare  che il futuro energetico della Sardegna si basi sulla distribuzione del gas naturale – conclude la Uil – in forma liquida attraverso carri cisterna non sembra la soluzione più appropriata per incentivare anche futuri investimenti industriali nella regione».

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