Rischio drop out per i giovani atleti
Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Così molte delle associazioni sportive, motore reale dello sport nel nostro paese, vivono questi tempi di covid. Quante ne cadranno inesorabilmente...
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Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Così molte delle associazioni sportive, motore reale dello sport nel nostro paese, vivono questi tempi di covid. Quante ne cadranno inesorabilmente arricchendo il tappeto di foglie morte che ingombra questo 2020. Anche le associazioni sono da annoverare tra gli eroi di questo maledetto anno bisestile.
Gli operatori dello sport di base da marzo hanno mostrato grande impegno nell’affrontare i protocolli di sicurezza. Si è investito in strutture, servizi e soprattutto in creatività. Tornei fatti da casa, seminari e formazioni. A volte vere e proprie rivoluzioni tecniche: schemi di sport di squadra senza contatto, nuotate a secco o fondamentali vari con l’allenatore che guarda e corregge da uno schermo. Vale la pena fare una riflessione più specifica su una fascia di popolazione particolare. In Italia tra i 16 e i 20 anni si dimezza circa il numero di praticanti sportivi rispetto agli 11-14 anni. Il fenomeno prende il nome di drop-out e la letteratura psicologica è ricca di studi che pongono la lente sul sistema educativo, sul ruolo degli istruttori e genitori o sulla specializzazione precoce. Ma la vera domanda da porsi è: cosa succederà in questa fascia di età quando finirà l’emergenza sanitaria? E soprattutto, possiamo fare qualcosa qui e ora? Chi ha figli vede a casa che succede. Lentamente si insinua il vizio della sedentarietà. Le ore investite nella fatica e nel sudore si riempiono di videogiochi, consolle e rapporti virtuali. La mente riprende a viaggiare come una macchina del tempo tra paure future e tristezze passate, perdendo ciò che più ha il potere di ancorarla al qui e ora: il corpo e il suo movimento nello spazio. Quanto sarà difficile riprendere a fare sport dopo essersi congelati per tutti questi mesi. Istruttori, allenatori e dirigenti sportivi possono fare qualcosa. Non si può far sport ma si può far squadra curando la comunicazione e la relazione con gli atleti. Se il ruolo tecnico viene meno si può portare avanti quello educativo. Soprattutto l’istruttore “sportivo dentro” può essere modello per gli allievi sulla gestione costruttiva di questo tempo che viviamo, non percependolo come uno spazio da riempire, ma un tempo in cui poter curare dei dettagli alla base dello sport. Leggendo libri, confrontandosi e lasciandosi ispirare. (manolo cattari)
Gli operatori dello sport di base da marzo hanno mostrato grande impegno nell’affrontare i protocolli di sicurezza. Si è investito in strutture, servizi e soprattutto in creatività. Tornei fatti da casa, seminari e formazioni. A volte vere e proprie rivoluzioni tecniche: schemi di sport di squadra senza contatto, nuotate a secco o fondamentali vari con l’allenatore che guarda e corregge da uno schermo. Vale la pena fare una riflessione più specifica su una fascia di popolazione particolare. In Italia tra i 16 e i 20 anni si dimezza circa il numero di praticanti sportivi rispetto agli 11-14 anni. Il fenomeno prende il nome di drop-out e la letteratura psicologica è ricca di studi che pongono la lente sul sistema educativo, sul ruolo degli istruttori e genitori o sulla specializzazione precoce. Ma la vera domanda da porsi è: cosa succederà in questa fascia di età quando finirà l’emergenza sanitaria? E soprattutto, possiamo fare qualcosa qui e ora? Chi ha figli vede a casa che succede. Lentamente si insinua il vizio della sedentarietà. Le ore investite nella fatica e nel sudore si riempiono di videogiochi, consolle e rapporti virtuali. La mente riprende a viaggiare come una macchina del tempo tra paure future e tristezze passate, perdendo ciò che più ha il potere di ancorarla al qui e ora: il corpo e il suo movimento nello spazio. Quanto sarà difficile riprendere a fare sport dopo essersi congelati per tutti questi mesi. Istruttori, allenatori e dirigenti sportivi possono fare qualcosa. Non si può far sport ma si può far squadra curando la comunicazione e la relazione con gli atleti. Se il ruolo tecnico viene meno si può portare avanti quello educativo. Soprattutto l’istruttore “sportivo dentro” può essere modello per gli allievi sulla gestione costruttiva di questo tempo che viviamo, non percependolo come uno spazio da riempire, ma un tempo in cui poter curare dei dettagli alla base dello sport. Leggendo libri, confrontandosi e lasciandosi ispirare. (manolo cattari)
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