Nell’hangar della P3 la birra vola al bancone
di Giovanni Dessole
L’esperienza della “tap room” a Caniga: si beve dopo aver assistito alle fasi della produzione. Il sogno americano di Peigottu e Petretto
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Dal produttore al consumatore. Di più: dall’impianto di lavorazione al bancone. Il concetto del km zero applicato a birra e birrificio, declinato in una tap room griffata P3 Brewing Company che si presenta come racconto inedito per l’Isola, si ispira all’America e veste di conclamata internazionalità un esperimento – diventato impresa – tutto sassarese. Pierpaolo Peigottu e Giacomo Petretto avevano una passione. L’hanno razionalizzata e applicata dandole forma di una idea. Il percorso è partito ormai 8 anni fa. Il discorso si è ampliato. Il marchio (“P3” appunto) si è diffuso ed affermato. Ed ora arriva quella che può definirsi una naturale e coraggiosa «evoluzione di stampo internazionale per un birrificio. Un birrificio che, come negli Stati Uniti, passa dalla sola produzione alla mescita. Unisce le due anime, come in realtà dovrebbe essere per genetica. Con l’apertura della tap room (letteralmente stanza del rubinetto) completiamo ciò che avevamo iniziato ormai qualche anno fa. Un completamento che avremmo voluto fare da tempo, ma serviva spazio fisico, serviva una bella location: ora li abbiamo entrambi»: così Pierpaolo Peigottu, che attrezzi alla mano ha rifinito gli ultimi dettagli prima di aprire le porte del progetto novità del dicembre cittadino: aprirà tutti i giorni la tap room di via Caniga 64, seguendo gli orari del birrificio e le disposizioni anti covid. Una struttura molto metropolitana a richiamare l’interno di un hangar ma arredata in linea con la sua mission. C’è uno spazio dedicato alla cucina, in fase di lavorazione, e c’è quello spazio dedicato alla produzione che si vede dalla zona mescita. Ambienti separati, con un’ampia vetrata a renderli “comunicanti”. Non mancano zone di stoccaggio e uffici. Tre persone lavorano alla produzione, una o due seguiranno la tap room. C’è modernità, e c’è quel che occorre a rendere riconoscibile l’attività svolta. «Una mescita aziendale che rimanda a vecchi canoni, ma interpretata in chiave moderna». L’ispirazione arriva da oltre oceano, ma ha conquistato l’Italia. «Negli Usa non esiste un birrificio che non abbia una tap room. Hanno sviluppato e amplificato l’aspetto della soddisfazione derivante dall’opportunità di bere una buona birra appena fatta, mentre è in corso la produzione. Guardare come avviene, viverne in prima persona i processi, crea emozione oltre ad essere motore economico». Non una semplice moda, proprio una esigenza. «È ciò che volevamo fare. Ne avevamo viste tante nel corso dei nostri viaggi, nelle visite fatte ai birrifici. Questa tap room all’anglo americana è il completamento di cui parlavo e rappresenta uno sviluppo aziendale del nostro progetto. Noi produciamo la birra, poi la si può bere spillata al bancone o portandola a casa in modalità asporto. Una buona bevuta in un contesto di puro stampo brassicolo». Tutto comincia, a Sassari, nel 2012. Petretto e Peigottu partono con soli tre tini da 1500 litri l’uno e con una imbottigliatrice manuale. Il percorso di crescita passa per competenze e investimenti importanti. Il 2020 poggia invece si cinque tini da 1500 litri e tre da 2400 litri. E su una imbottigliatrice isobarica a sei becchi: «Permette di avere una birra più pulita, fragrante e leggera perché non si appesantisce con il secondo inoculo di lievito. Appena imbottigliata, poi, può essere bevuta senza una seconda rifermentazione». P3 si focalizza sul mercato sardo e nazionale, grazie a vari distributori sparsi sulla penisola e diversi agenti in Sardegna. «Nell’ultimo decennio la birra artigianale si è evoluta sull’Isola, per qualità e quantità di un prodotto destinato a un pubblico sempre più appassionato e esperto nel valutare il prodotto».
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