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2020 odissea nella zona rossa dove il tempo resta sospeso

2020 odissea nella zona rossa dove il tempo resta sospeso

Sedici stanze blindatissime sono destinate ai malati di un virus che non fa sconti In prima linea un esercito di 75 persone tra medici, infermieri e riabilitatori

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OLBIA. L’appuntamento viene fissato alle 13 in punto del 3 dicembre. Franco Meloni, consulente e direttore sanitario del Mater Olbia, ha messo in moto la macchina organizzativa e nel giro di pochi giorni giornalista e fotografa della Nuova Sardegna ottengono l’autorizzazione a entrare nel reparto Covid. Il loro ingresso deve rispettare le regole e subito vengono sottoposte al tampone. Di fronte a un risultato negativo, il “viaggio” verso l’isolatissimo blocco 2 può cominciare.

La prima tappa, accompagnati dalla dottoressa e caposala Valentina Panunzi è al secondo piano, dove ci sono gli spogliatoi. Obbligatorio, come per tutti gli operatori, indossare subito la divisa verde. Unico abbigliamento consentito prima di procedere alla vestizione vera e propria per accedere nella zona rossa ed evitare il rischio di un contagio. In quell’area, completamente isolata dal resto dell’ospedale dove l’attività ordinaria prosegue senza sosta, non si può portare nulla: né registratori, né cellulari. Il taccuino e la penna possono entrare, ma da lì non potranno più uscire. E ogni pagina del block notes viene man mano fotografata durante i vari spostamenti. Per poter “salvare” il materiale raccolto.

Si aggiunge al gruppo il dottor Emanuele Serra, formatore. È stato lui a insegnare a tutti la procedura della vestizione e soprattutto (questa è complicata e delicatissima) della svestizione. Giornalista e fotografa devono cercare di imparare in fretta. Dal secondo piano, quindi, si arriva al quarto dove c’è la zona per prepararsi. E qui si devono recuperare stivali di gomma, occhiali, schermo protettivo. Quindi la tuta, le cuffie (due) per contenere i capelli, una mascherina fp3, i guanti (due paia).

Chi ormai è esperto riesce a bardarsi completamente in pochi minuti «ma non ci si deve mai sentire troppo sicuri - spiega Emanuele Serra - ed è per questo che, tutti, proprio perché non si deve dimenticare nessun passaggio, leggono sempre le regole affisse vicino a uno specchio. Fondamentale guardarsi per verificare costantemente che la procedura stia procedendo in modo corretto».

Quando tutti sono pronti, ci si divide: c’è chi va al quinto piano dove ci sono le degenze ordinarie e sub intensive, chi invece va al terzo dove ci sono i sei posti di terapia intensiva.

Ma quanto personale è impegnato? «Tutto personale dedicato - spiega Gianmaria Baldin, infettivologo -. Nel reparto di degenza ordinaria e sub intensiva lavorano dodici medici con diverse specialità: due infettivologi, due pneumologi, una nefrologa, due neurologi, un endocrinologo, un internista, due medici senza specializzazione e una chirurga. Gli infermieri sono 22 per le degenze mentre gli operatori socio sanitari sono dodici. In terapia intensiva lavorano invece sei anestesisti, 17 infermieri e sei Oss».

Il reparto di degenza Covid è composto da 16 stanze a pressione negativa che ospitano i pazienti. Oltre a una sala per i medici e una per gli infermieri. In più c’è anche un’area in cui su un grande schermo si possono monitorare tutti i pazienti in contemporanea.

«La media della degenza - continua Baldin - è di 15-20 giorni. Alcuni guariscono completamente e tornano a casa. Altri guariscono clinicamente ma proseguono l’isolamento a domicilio perché ancora positivi, altri vanno in riabilitazione. E rimangono in questo reparto sino a quando non si rimettono completamente».

Da quando è stato aperto, nel reparto Covid del Mater Olbia non c’è mai stato nessun caso di contagio.

«Durante la prima ondata della pandemia - spiega ancora l’infettivologo - non si sapeva ancora nulla del virus. Ora chi lavora in una zona rossa è adeguatamente protetto e non ci sono rischi». Il problema semmai è resistere per ore bardati in quel modo. Almeno sette di giorno e dieci di notte. Un’impresa durissima. Perché quell’armatura bianca protegge ma imprigiona. Rende anche difficile muoversi. Ma non ci sono alternative. Bisogna resistere sino a quando il turno finisce. (s.p.)

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