Mater Olbia, voci dalla terapia intensiva: «Credeteci, è durissima»
Testimonianze dal reparto Covid: «Grazie a medici e infermieri»
OLBIA. Lei è stata più forte del Covid. E sta vincendo la sua battaglia. Ha avuto paura di morire, di non farcela. Ma ha lottato con tutte le sue forze e, giorno dopo giorno, continua a migliorare. È tra i 28 pazienti ricoverati nel reparto blindatissimo del Mater Olbia. Dove ci sono solo persone colpite dal virus, divise tra i letti dell’assistenza ordinaria (20) e quelli sub intensivi (6). Ha ancora bisogno dell’ossigeno, ma sa che ora la strada è tutta in discesa. Guarda i medici e gli infermieri che la circondano, completamente bardati. Li riconosce dagli occhi e dalla voce, e legge i loro nomi sulla tuta bianca, scritti con un pennarello rosso.
Anna Campus, 58 anni, di Monti, parla con le lacrime che le rigano il viso. Sono lacrime di gioia. Perché l’incubo sta svanendo. Mentre racconta ciò che ha vissuto, la parola che più di ogni altra pronuncia è “grazie”. «Sì, perché se sono qui lo devo alle tante persone che mi hanno aiutato, a partire da tutta l’équipe del Mater Olbia: specialisti straordinari, sensibili, umani. L’amore che hanno per i pazienti non si può neanche descrivere: è immenso. Ma voglio dire grazie anche a una mia cara amica che vive in Germania che ha lottato e vinto la battaglia contro un tumore. È stata lei, soprattutto, a dirmi di non arrendermi, a trasmettermi tutta quella forza che mi sarebbe servita per battere il Covid. Poi devo ringraziare la mia nipote Ivana, la mia famiglia, i miei colleghi. Tutti, nessuno escluso». Anna Campus è supervisore della Geasar, la società che gestisce l’aeroporto di Olbia. E al Costa Smeralda si attende con ansia il suo ritorno. E quel giorno sarà grande festa.
«Vorrei però subito chiarire una cosa – continua la donna –: se sono qui a parlare da un letto di terapia sub intensiva, non lo faccio per apparire. Il messaggio che voglio lanciare è rivolto a chi non crede in questo male terribile. È un virus subdolo, maledetto, silenzioso. Ecco perché è fondamentale rispettare le regole: i distanziamenti, l’igienizzazione delle mani, l’uso della mascherina».
Anna Campus ha cominciato a star male il 15 novembre. «Avevo tosse e mal di testa e la mia dottoressa mi ha mandata al pronto soccorso per accertamenti. Sono stata sottoposta a una tac e hanno diagnosticato una polmonite bilaterale grave. Sono rimasta ricoverata nella zona grigia del Giovanni Paolo II per qualche giorno e qui sono stata assistita con grande professionalità e attenzione, poi il 20 novembre mi hanno trasferita al Mater. E i medici sono stati subito chiari: “Le sue condizioni sono gravissime, forse dovremo intubarla”. Ero lucida, ma in una condizione psicologica tremenda. Da quel momento sono stata sottoposta alla terapia indicata dai protocolli e poi assistita e seguita momento dopo momento. È stata durissima, ma ora posso dire che in tutta la sua drammaticità, quella che ho vissuto è un’esperienza felice».
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Poche stanze più in là, c’è Sergio Pascucci. Originario di Roma, ha trascorso molti anni della sua vita in Veneto (è stato anche presidente dell’Associazione industriali di Rovigo e ha guidato un’azienda con oltre 400 dipendenti), ma da più di trent’anni trascorre molto tempo in Sardegna. Ha una casa a Marinella ed è lì che vive ormai stabilmente. Ha festeggiato pochi giorni fa i suoi 73 anni in un letto di terapia sub intensiva e anche se è ancora sotto ventilazione guarda dalla finestra e sorride. Vede il colore azzurro del cielo, il mare calmo, l’isola di Tavolara.
«Meglio di così non poteva andarmi – scherza Sergio Pascucci –, tutti questi meravigliosi colori ti aprono il cuore. Io ho rischiato di morire per il Covid, che ho forse contratto durante la giornata di apertura della caccia al cinghiale. Quando mi hanno portato al pronto soccorso stavo malissimo e non ricordo nemmeno il mio trasferimento al Mater. Mi sono ritrovato già sdraiato in un letto, sotto ventilazione. Sempre monitorato. I medici e gli infermieri che in tutto questo tempo mi hanno assistito meritano un grande rispetto. Perché non potete nemmeno immaginare quanto sia duro il loro lavoro. Così come è dura, per noi ricoverati, vivere in isolamento nell’isolamento. Nessuno può venire a trovarti e parlare con i familiari al telefono non è come averli qui. Allora ti aggrappi ancora di più ai medici e agli infermieri che appaiono nascosti da un’armatura bianca. Ci sono tante cose, che mi hanno colpito. Anche le più piccole, che forse possono sembrare banali. Come quella di trovare un cioccolatino sul vassoio (giuro di non averlo mangiato) per farti sorridere».
Il vicino di letto di Sergio Pascucci è seduto. Sta per lasciare l’ospedale. È guarito clinicamente ma è ancora positivo e proseguirà l’isolamento a casa. Si chiama Bruno Useli, è maddalenino. Molto conosciuto nella sua isola ma anche negli ambienti calcistici. «Sono stato presidente dell’Ilvamaddalena – racconta – e sono l’ex comandante della polizia municipale. Il virus ha colpito anche me e anche io ho rischiato la vita. Sto bene, ora. E non vedo l’ora di tornare a casa. Mi chiedo solo come si possa attaccare una struttura come il Mater Olbia. Guai se non ci fosse. E questo non lo dico solo per me, ma per tutti i sardi».
Una coppia olbiese, in un’altra camera ancora, è stata ricoverata da pochi giorni. Lui ha il casco perché ha bisogno della ventilazione, perché respira con difficoltà. Sono sposati da 57 anni, hanno sempre condiviso tutto. E ora combattono insieme la battaglia contro il Covid. Per guarire al più presto.
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