Recovery fund in Sardegna: «Ecco le cose da fare»
Le indicazioni di sindacati e industriali sui fondi destinati alla ripresa post virus. Sotto osservazione i problemi di sanità, trasporti, innovazione ed energia green
SASSARI. Non sarà come sfregare la lampada di Aladino ma dovrebbe comunque essere utile. Molto utile. Mentre la politica nazionale litiga sulle modalità di gestione dei soldi del Recovery fund, la Sardegna si interroga sugli ambiti di investimento dei futuri finanziamenti. Con calma, forse troppa. A dare una mano e un indirizzo alla politica regionale ci pensano intanto i segretari regionali dei sindacati confederali e la direzione regionale di Confindustria. Tre suggerimenti a testa, come i desideri che in genere concede il genio della lampada. Pochi, forse, davanti a un campionario di possibilità davvero vasto. D’altra parte, anche il tempo a disposizione è poco: entro il prossimo aprile dovrà essere tutto nero su bianco, senza possibilità di ritorno o di un secondo appello. I fondi sono robusti, si parla di 209 miliardi di euro, ma non illimitati. Se poi si aggiunge che il rischio di perdere l’ennesima occasione è concreto e bussa già alle porte del Consiglio regionale, è meglio accelerare i tempi.
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I sindacati. Sintetizzare in poche parole l’universo di ritardi e incompletezza in cui naviga l’isola è complicato e si rischia di lasciar fuori tante cose. Michele Carrus, segretario regionale della Cgil, ci prova: «Innovazione, modernizzazione e rafforzamento dei settori produttivi. Puntando sulla formazione e la qualificazione della forza lavoro si può sviluppare un settore con un alto contenuto di “sapere” e di tecnologia avanzata: così si possono associare le buone idee alla capacità di metterle in pratica – spiega Carrus –. Poi dovremo modernizzare l’esistente, dalla sanità e ai servizi sociali, dalle strade e ai trasporti. Servono politiche del lavoro moderne e una pubblica amministrazione al passo con i tempi, che non sia messa sotto scatto dall’eccesso di burocrazia. Infine, si dovrebbero sfruttare al meglio tutte le risorse: le produzioni di nicchia vanno benissimo ma, ad esempio in agricoltura, abbiamo le carte in regola per aumentare le quantità. Non possiamo dimenticare le fonti energetiche come l’idrogeno, la tutela dell’ambiente e le produzioni green, che sono il futuro del mondo». Gavino Carta, segretario regionale della Cisl, parte dalla pandemia: «Che ha evidenziato la fragilità della sanità e della pubblica amministrazione, che si è dimostrata poco smart, poco flessibile e con la necessità di avere nuove forze a disposizione e un apparato burocratico molto più snello . Per la sanità sarà impossibile fare miracoli, avremo a disposizione solo 9 miliardi dopo che negli ultimi dieci anni ne sono stati tagliati 40. Recuperare sarà complicato ma investendo sulla medicina territoriale, sulle urgenze, su strutture moderne e personale formato si potrebbe recuperare terreno in un settore che, lo hanno visto tutti, è fondamentale. Sulla questione energetica – aggiunge carta – il governo dovrà fare una scelta verso le produzioni green coinvolgendo i grandi player come Enel, Eni, Saras e Snam. Francia e Germani hanno già puntato tutto sull’idrogeno, noi non abbiamo nemmeno una dorsale o perlomeno un discorso aperto con la Regione che dovrebbe coinvolgere le organizzazioni di rappresentanza oltre a manager e ingegneri. È un cambiamento troppo importante per non essere condiviso». Secondo Francesca Ticca, segretaria regionale della Uil, il primo in discussione dovrebbe essere il dissesto idrogeologico: «Sono necessarie grandi infrastrutture che garantiscano la sicurezza dei cittadini. È una priorità ma siamo molto in ritardo e purtroppo le dimostrazioni non mancano. Le risorse di cui stiamo parlando dovrebbero essere legate a una programmazione che invece manca, oppure è insufficiente. Il risultato è che quando arriveranno le risorse, correremo il rischio di non essere in grado di spenderle. In questo discorso inserisco anche l’estrema inadeguatezza della rete stradale. Infine, parlando dell’industria intelligente, non mi pare che ci si preoccupi della gestione dei rifiuti e del riciclo. Invece sono argomenti importanti, che in futuro diventeranno fondamentali – prosegue Ticca –, come lo sarà la rete dei porti, una ricchezza che non sfruttiamo e che permetterebbe di mantenere in Sardegna i tanti cervelli che invece trovano il loro posto in altre parti del mondo. Solo la conoscenza ci permetterà di uscire dalla condizione di arretratezza in cui viviamo».
Gli industriali. Il presidente di Confindustria Sardegna, Maurizio De Pascale, annuncia la nascita di un fronte comune degli industriali nelle regioni del sud impegnato nella realizzazione del progetto delle “autostrade del mare”: «Stiamo lavorando in comune accordo con lo Svimez per incidere sull’economia globale del Mezzogiorno sfruttando il mare, non era mai successo che otto regioni del Sud lavorassero insieme alla realizzazione di un progetto. L’intenzione è creare un grande Hub logistico per le merci di tutto il mondo, sfruttando la posizione favorevole e la prospettiva “esagonale” che oltre a Napoli, Bari, Taranto e Gioia Tauro includa anche Sardegna e Sicilia. Per entrare in questo progetto, però, è necessario che la Sardegna sia collegata meglio al suo interno. Non possiamo tollerare che il doppio binario esista solo tra Cagliari e San Gavino, o che Nuoro sia l’unico capoluogo di provincia in tutta Italia a non essere collegato alle rete ferroviaria. L’isola, poi, è l’unica regione a non avere il metano e a non avere un solo chilometro di autostrada. Manca anche un collegamento tra la costa est e quella ovest. Per non parlare della sanità, a cui serve un rapido ammodernamento in modo che, in caso di emergenze come quella causata dal virus, sia pronta a sostenere l’urto almeno in parte».
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