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Operai-schiavi negli ovili: quattro arresti

Operai-schiavi negli ovili: quattro arresti

Pesanti accuse per i componenti di una famiglia originaria della Sardegna titolare di cinque aziende nel Viterbese

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ISCHIA DI CASTRO. Costretti a lavorare in condizioni disumane, ospitati in tuguri e trattati, nei fatti e nelle parole, come animali. L’intervento dei carabinieri di Viterbo, coordinati dal colonnello Antonio Antonazzo, comandante provinciale, ha di fatto liberato decine di braccianti che lavoravano alle dipendenze di una famiglia di origini sarde in cinque aziende zootecniche di Ischia di Castro, in provincia di Viterbo. Raimondo Monni (75 anni), la moglie Margherita Contena (70 anni) e i figli di 49 e 38 anni Giovanni e Salvatore Angelo sono stati arrestati con l’accusa di aver ridotto in schiavitù decine di braccianti, costringendoli a lavorare senza pause nelle loro aziende e pagandoli un euro all’ora. Secondo la ricostruzione dei militari, i “caporali” gestivano cinque aziende attive nell’allevamento degli ovini in cui erano impegnati una quarantina di lavoratori immigrati, sottopagati, costretti a turni massacranti e ospitati in alloggi fatiscenti.

L’indagine, coordinata dal sostituto procuratore Stefano D’Arma, della Procura di Viterbo, avrebbe accertato che i lavoratori venivano apostrofati con termini ingiuriosi, come “cane” o “verme”, ma anche “servi”, mentre ai datori di lavoro ci si riferiva con il termine “padroni”.

Da una conversazione telefonica con un cittadino straniero che aveva chiesto lavoro emerge l’atteggiamento dell’anziano imprenditore capofamiglia: «Le bestie, la domenica e il sabato mangiano lo stesso come mangi te! Capisci? Io non lo so con gli altri come hai fatto! Io quando dico è combinato per un mese, non ci sono sabati e non ci sono domeniche! Io ti pago tutti i giorni! Punto e basta! Non famo storie perché sennò stai dove sei! vi serve il lavoro? E andate a lavorare! Che giornate? Giornate te ne scrivo 5 al mese! Stop! Festa finita! Adesso lo sai! E devi sta attento eh! Devi lavorare bene e te lo sto a dì!».

Le indagini sugli allevatori che da tempo si erano trasferiti nel Viterbese (gli investigatori non hanno rivelato particolari sull’esatta zona di provenienza) erano partite nell’estate del 2019. Nel mese di giugno, a Ponte san Pietro di Ischia di Castro, al confine con la Toscana, era stato trovato il cadavere di un cittadino albanese di 44 anni, uno dei braccianti impegnati in una delle aziende della famiglia Monni. Le indagini hanno stabilito che l’uomo era morto in seguito a un improvviso malore mentre era nell’azienda agricola. Un cognato del bracciante, un taglialegna residente a Manciano, era stato costretto, dietro minacce, a caricare sulla sua macchina il corpo senza vita avvolto in una coperta. A portarlo via lontano dall’azienda di famiglia ci avevano pensato i due fratelli Monni.

L’attività di indagine si è concentrata sulle 5 imprese riconducibili alla famiglia. Di fatto però un unico gruppo aziendale a conduzione familiare, con la madre che si occupa della parte amministrativa e gli uomini dediti alla gestione delle varie attività, principalmente di allevamento di ovini, tra i 4.000 e 5.000 capi, e conseguente lavorazione del latte e della lana. Gli operai non avevano contezza per quale delle 5 imprese lavorassero. Genericamente ritenevano di lavorare per la famiglia. Il sistema messo in atto era questo: all’insaputa del lavoratore, a cui venivano trattenuti i documenti, si formalizzava un’assunzione, ma senza la firma di un contratto.

I quattro arrestati, che si trovano ai domiciliari, dovranno difendersi dalle accuse di occupazione di lavoratori stranieri clandestini, estorsione aggravata, violenza o minaccia per costringere a commettere un reato e sfruttamento aggravato della manodopera.

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