Dai Candelieri alla bottarga: la Sardegna spiegata ai giapponesi

La cpertina della rivista Niche dedicata alla Sardegna

Un volume dell’università di Tokyo illustra cultura, riti e cucina tradizionale 

SASSARI. La Sardegna spiegata ai giapponesi. Una guida di 250 pagine per fare conoscere arte, cultura, cucina, architettura dell’isola a chi, a malapena, forse sa della sua esistenza. Lo dice nell’introduzione lo stesso capo del team editoriale di “Niche”, l’architetto Toshihiko Suzuki, che ai giapponesi è molto più familiare la Sicilia, palcoscenico del film “Il padrino”, mentre la Sardegna non è pervenuta. Perlomeno ancora. Perché l’obiettivo della pubblicazione realizzata con i fondi di una delle università di Tokyo, la Kogakuin, è proprio quello di svelare ai nipponici la ricchezza culturale e artistica dell’isola.

Il merito di questo colpo di fulmine tra la Sardegna e il Giappone è di un giovane architetto di Porto Torres, Emiliano Cappellini, che già prima della laurea ad Alghero aveva fatto un tirocinio a Tokyo nello studio di Suzuki, l’Atelier Opa. Era stato lui a contattarlo dopo avere ottenuto un finanziamento Erasmus. «E la prima cosa che mi ha chiesto è stata: ma davvero sei di Porto Torres?». In quel periodo, infatti, Suzuki e la moglie Yuki Sugihara, designer nello stesso studio, stavano lavorando a una pubblicazione su Joe Colombo, designer e architetto noto per il suo stile caratterizzato da forme insolite e originali, morto a soli 41 anni nel 1971. «Colombo aveva realizzato gli arredi dell’hotel Pontinental a Platamona e non avevano reperito materiali – racconta Cappellini –. Io ho provato ad aiutarli, ho recuperato le planimetrie originali al comune di Sorso, ma dei suoi arredi non è rimasto nulla perché l’albergo è stato completamente ristrutturato».

Quella su Colombo era una delle pubblicazioni su cui in questi anni si è concentrato il team editoriale di “Niche”. Le altre sono state su Parigi, la Cina, l’ultima su Praga, Vienna e Budapest. È a quel punto che Cappellini, che nel frattempo si è trasferito a Tokyo per lavorare nello studio di Suzuki, propone un lavoro sulla Sardegna, terra ricca di arte, artigianato e architettura. Anche se loro non lo sanno. «Gli ho fatto una testa quadra sulla Sardegna. A Tokyo li portavo nei ristoranti sardi oppure cucinavo io. Finché non sono riuscito a convincerli a visitarla». Siamo nell’agosto 2019.

Cappellini prepara un piano di bordo e loro, entusiasti, accettano. In 15 giorni la coppia attraversa più o meno tutta l’isola: Alghero, Sassari, Castelsardo, Porto Torres, Porto Cervo, Porto Rotondo, Torralba, Bonorva, Oliena, Mamoiada, Orani, Cala Gonone, Ulassai, Bosa, Samugheo, Oristano, Cabras, Tharros, Mogoro, Barumini, e giù fino a Cagliari. Un tour che conquista la coppia di giapponesi e li convince a fare una pubblicazione sulla Sardegna. «È il primo vero libro in giapponese che parla dell’isola – dice Cappellini –. Da quello che mi risulta in passato ne sono stati scritti uno sulla archeologia e uno sulla cucina. Ovviamente la chiave di lettura è sempre quella del design, dell’architettura, ma quello che alla fine ne è venuto fuori è una guida della Sardegna destinata ai giapponesi».

E il primo capitolo è proprio il racconto dettagliato di questo viaggio alla scoperta della Sardegna, tra nuraghi e tramonti, Candelieri e seadas, quattro mori e birra Ichnusa. «Vedere la Sardegna dagli occhi di chi non la conosceva me l’ha fatta apprezzare ancora di più – spiega ancora Cappellini –. Tra l’altro, loro hanno trovato molte similitudini tra la nostra cultura e quella nipponica». Il volume prosegue con Andrea Lutzoni, architetto di Porto Torres, che racconta in termini generali - il destinatario è sempre chi non conosce affatto l’isola - la storia della Sardegna. E quindi focus su Cagliari, sulle chiese romaniche dell’isola, su Tharros, sul culto delle acque sacre, tutti con firme made in Japan: Tomoaki Nakashima, Kazuo Tsuchiya, Hiroshi Kagawa, Hidenobu Jinnai e Terunobu Fujimori. Si passa all’artigianato, con Stefano Ercolani, architetto di Sassari, che illustra l’evoluzione verso il design.

Lo stesso Cappellini racconta la sua esperienza a Samugheo nell’azienda di Mariantonia Urru, assurta a simbolo della tradizione che si unisce all’innovazione. Poi il fotografo sassarese trapiantato in Giappone, Giovanni Piliarvu, si sofferma sui riti della Sardegna, il gastronomo Giovanni Fancello racconta le prelibatezze della cucina sarda. L’ultimo capitolo, firmato da Stefano Resmini, è dedicato all’arte. E a due dei suoi principali protagonisti. «Maria Lai – spiega Cappellini – è un esempio magistrale di come la tradizione possa diventare arte, di come sia possibile una evoluzione. Costantino Nivola ha vissuto la sua vita, ha sviluppato la sua carriera lontano dalla Sardegna, ma qui ha sempre mantenuto le sue radici. Le radici non ti ancorano in terra, ma possono darti lo slancio». Più o meno, nel suo piccolo, quello che Cappellini è riuscito a realizzare da Tokyo per la sua Sardegna.

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