I sardi di San Patrignano: «Grazie, ci ha salvato la vita»
di Silvia Sanna
Le storie di Jessica e Giuseppe, ex tossici ospiti della comunità creata da Muccioli. «Ma quali tenebre, lui era un genio e il docufilm di Netflix non racconta la realtà»
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SASSARI. Non è buio, non è tenebra: è un cancello che si spalanca e ti catapulta in un mondo nuovo dove soffri, gridi, ti disperi ma poi sorridi. Per loro San Patrignano è la luce, la via d’uscita da una esistenza sbagliata, è la vita stessa. «Io ho rischiato non so quante volte di morire, andavo a bucarmi sulle rotaie a Santa Maria di Pisa e spesso mi addormentavo. Mi svegliava il rumore del treno, che quasi mi passava sopra. Non sono morta e ho riacquistato due vite: la mia e quella del bimbo che aspetto. Senza San Patrignano né io né lui saremmo qui». Lei si chiama Jessica Giordo, ha 31 anni ed è di Porto Torres. Lo scorso gennaio ha concluso il suo percorso nella comunità di recupero per tossicodipendenti fondata da Vincenzo Muccioli ma è rimasta lì, attaccata a un cordone ombelicale che non vuole tagliare. Vive a Rimini ed è diventata una testimonial: «Con il progetto Wefree facciamo prevenzione, racconto la mia storia agli studenti delle scuole d’Italia, spiego che con la droga si muore e si fa del male a chi si vuol bene». Anche Giuseppe Giannasi, 47 anni, sassarese è ancora lì. Lui da più tempo: «Sono arrivato il 6 giugno del 2006, avevo 33 anni, ero tossico ed ero finito in carcere. Mi hanno salvato i miei genitori e questo posto. Qui sono risorto e ogni giorno vedo compiersi storie di risurrezione come la mia. I ragazzi rifioriscono, si riscattano, diventano padroni di se stessi». Anche Giuseppe ha una lunga storia da raccontare: ad ascoltarlo ci sono i ragazzini del centro minori, 14-17enni che con la droga ci sono andati giù pesante. Giuseppe è un educatore, grazie anche alla laurea in Psicologia conquistata proprio a San Patrignano nel 2017, tra i primi dottori della comunità. L’argomento, neanche a dirlo, era abusi e dipendenze. Giuseppe e Jessica hanno guardato in tv il docufilm Netflix “SanPa: luci e tenebre di San Patrignano” e quel mondo familiare non l’hanno riconosciuto. «Perché San Patrignano non è così, chiunque c’è stato lo sa. Vincenzo (Muccioli ndr) non era un aguzzino, era un genio, perché ha creato tutto questo». Nessuno dei due lo ha conosciuto «ma qui tutto parla di lui – dice Giuseppe – c’è il suo spirito, ci sono i suoi insegnamenti». «C’è il suo cuore – aggiunge Jessica – e doveva essere un cuore enorme».
Davanti al cancello. È la vigilia di Natale di cinque anni fa. Quando è arrivata davanti a quel cancello Jessica aveva 26 anni e più di 10 di droga alle spalle. «Le prime canne a 13, poi a seguire acidi, pasticche, metanfetamina, ketamina, lsd. A 18 anni, il giorno del mio compleanno, la prima dose di eroina. L’ho tirata e mi è piaciuto. Ma non mi bastava, volevo farmela in vena. Ho chiesto a un amico di infanzia che si bucava e mi ha accontentato. È stata la mia prima pera, non mi sono più fermata. Perché l’eroina iniettata in vena crea dipendenza fisica e mentale. Vuoi la dose e vuoi sentire l’ago che ti buca la pelle. Per averli sei disposto a tutto». Jessica ruba, prima a casa, poi fuori. Viene arrestata, fa qualche giorno in carcere, la madre la riprende con sé, cerca di aiutarla. Ma è impossibile, la famiglia da sola non basta. «Mi buttano fuori di casa ma non mi abbandonano. Quel giorno, la vigilia di Natale, davanti a quel cancello c’era mia madre con me». Per San Patrignano il 24 dicembre un giorno speciale: «È quello dell’ingresso libero, per entrare non hai bisogno di avere fatto colloqui. Se c’è posto sei dentro, e se succede sei molto fortunato anche se lo capisci dopo un po’. A me è andata così». E dopo i primi mesi in cui «gridavo, facevo la matta, dicevo “che ci faccio qui, devo andare a farmi, fatemi uscire”», ho sentito che qualcosa stava cambiando. Avevo due angeli custodi sempre al mio fianco, lavoravo nella lavanderia. Ho conosciuto il mio attuale compagno. Respiravo affetto e serenità. Anche il mio viso è cambiato, non avevo più quell’espressione arrabbiata, quella che ti stampano in faccia la strada e la droga. San Patrignano ti cambia dentro e fuori».
La seconda vita. Giuseppe Giannasi ha attraversato lo stesso cancello di Jessica un giorno di primavera del 2006. Per 12 mesi ha sentito un solo desiderio: «Andare via. Odiavo le regole, mi ribellavo, non mi lasciavano mai solo, neanche per andare al bagno. Mi sentivo in gabbia. Scrivevo ai miei genitori, li supplicavo “portatemi via da qui”. Le lettere tornavano indietro, per fortuna». Poi anche dentro di lui si è mosso qualcosa. «Ho iniziato a fidarmi di questo posto e gli educatori mi hanno dato fiducia». Tre anni dopo il suo arrivo Giuseppe stava dall’altra parte: faceva i colloqui ai ragazzi che volevano entrare, un po’ come rivedersi allo specchio. Poi il nuovo ruolo: responsabile della cantina, coordinatore di 60 persone con cui curare 120 ettari di vigneti di San Giovese e vini internazionali. Nel frattempo la laurea in psicologia e poi l’attuale incarico: coordinatore del centro minori «12 ragazzi under 17, tossici, ribelli, estremamente fragili. Come me tanti anni fa. Ci parlo tanto, scherzo ma alzo anche la voce. Conosco i trucchetti, ci sono passato, per questo non mi fregano. Come altri hanno fatto con me, li educo a seguire le regole: in una comunità devi collaborare, devi rispettare te stesso e gli altri. Quando imparano a farlo è la prima vittoria, significa che stanno iniziando a fidarsi e a credere nelle proprie potenzialità. Qui si lavora sull’autostima annientata dal malessere e dalle droghe, sulla ricostruzione di se stessi. È il metodo Muccioli, la sua eredità, il suo spirito che vive ancora qui dentro».
Davanti al cancello. È la vigilia di Natale di cinque anni fa. Quando è arrivata davanti a quel cancello Jessica aveva 26 anni e più di 10 di droga alle spalle. «Le prime canne a 13, poi a seguire acidi, pasticche, metanfetamina, ketamina, lsd. A 18 anni, il giorno del mio compleanno, la prima dose di eroina. L’ho tirata e mi è piaciuto. Ma non mi bastava, volevo farmela in vena. Ho chiesto a un amico di infanzia che si bucava e mi ha accontentato. È stata la mia prima pera, non mi sono più fermata. Perché l’eroina iniettata in vena crea dipendenza fisica e mentale. Vuoi la dose e vuoi sentire l’ago che ti buca la pelle. Per averli sei disposto a tutto». Jessica ruba, prima a casa, poi fuori. Viene arrestata, fa qualche giorno in carcere, la madre la riprende con sé, cerca di aiutarla. Ma è impossibile, la famiglia da sola non basta. «Mi buttano fuori di casa ma non mi abbandonano. Quel giorno, la vigilia di Natale, davanti a quel cancello c’era mia madre con me». Per San Patrignano il 24 dicembre un giorno speciale: «È quello dell’ingresso libero, per entrare non hai bisogno di avere fatto colloqui. Se c’è posto sei dentro, e se succede sei molto fortunato anche se lo capisci dopo un po’. A me è andata così». E dopo i primi mesi in cui «gridavo, facevo la matta, dicevo “che ci faccio qui, devo andare a farmi, fatemi uscire”», ho sentito che qualcosa stava cambiando. Avevo due angeli custodi sempre al mio fianco, lavoravo nella lavanderia. Ho conosciuto il mio attuale compagno. Respiravo affetto e serenità. Anche il mio viso è cambiato, non avevo più quell’espressione arrabbiata, quella che ti stampano in faccia la strada e la droga. San Patrignano ti cambia dentro e fuori».
La seconda vita. Giuseppe Giannasi ha attraversato lo stesso cancello di Jessica un giorno di primavera del 2006. Per 12 mesi ha sentito un solo desiderio: «Andare via. Odiavo le regole, mi ribellavo, non mi lasciavano mai solo, neanche per andare al bagno. Mi sentivo in gabbia. Scrivevo ai miei genitori, li supplicavo “portatemi via da qui”. Le lettere tornavano indietro, per fortuna». Poi anche dentro di lui si è mosso qualcosa. «Ho iniziato a fidarmi di questo posto e gli educatori mi hanno dato fiducia». Tre anni dopo il suo arrivo Giuseppe stava dall’altra parte: faceva i colloqui ai ragazzi che volevano entrare, un po’ come rivedersi allo specchio. Poi il nuovo ruolo: responsabile della cantina, coordinatore di 60 persone con cui curare 120 ettari di vigneti di San Giovese e vini internazionali. Nel frattempo la laurea in psicologia e poi l’attuale incarico: coordinatore del centro minori «12 ragazzi under 17, tossici, ribelli, estremamente fragili. Come me tanti anni fa. Ci parlo tanto, scherzo ma alzo anche la voce. Conosco i trucchetti, ci sono passato, per questo non mi fregano. Come altri hanno fatto con me, li educo a seguire le regole: in una comunità devi collaborare, devi rispettare te stesso e gli altri. Quando imparano a farlo è la prima vittoria, significa che stanno iniziando a fidarsi e a credere nelle proprie potenzialità. Qui si lavora sull’autostima annientata dal malessere e dalle droghe, sulla ricostruzione di se stessi. È il metodo Muccioli, la sua eredità, il suo spirito che vive ancora qui dentro».
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