La Regione prende tempo «Blinderemo il nostro no»
L’assessore Lampis contesta il limite dei 60 giorni per le osservazioni al piano Sogin «Argomento troppo delicato, vanno coinvolti enti locali, cittadini e associazioni»
3 MINUTI DI LETTURA
CAGLIARI. «Abbiamo chiesto al Governo più dei 60 giorni previsti per predisporre le osservazioni sulla Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) ad ospitare il deposito unico delle scorie radioattive, perché non si tratta di un normale procedimento amministrativo». Lo ha detto l'assessore regionale alla Difesa dell’ambiente, Gianni Lampis, dopo aver partecipato alla videoconferenza col ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, come coordinatore della Commissione Ambiente ed energia della Conferenza delle Regioni.
«Abbiamo evidenziato che ci sono state evidenti e gravi mancanze su come la Carta è stata resa nota nei giorni scorsi – ha spigato l'assessore Lampis –. E' paradossale realizzare una fase di consultazione pubblica per quei territori che si sono già espressi in maniera netta per il no, come ha fatto la Sardegna in occasione del referendum popolare e come ha fatto la Giunta regionale in più occasioni. Peraltro, alcuni siti indicati come idonei hanno caratteristiche di pregio, ambientale, paesaggistico e archeologico, che sono contro i parametri individuati per le aree destinate ad ospitare il deposito».
«Abbiamo chiesto – ha continuato Lampis – che il Governo venga subito a riferire in Conferenza unificata, alla quale oltre alle Regioni partecipano anche l'Anci e l'Unione delle Province. Tutte queste osservazioni, ovviamente, saranno ribadite il prossimo 14 gennaio della Conferenza delle Regioni».
Nessun dubbio sulla posizione dell’amministrazione regionale ridadita anche l’altro ieri nel coso dell’assemblea autoconvocata dai sindaci dei paesi inseriti nella “mappa” predisposta dalla Sogin. «C’è un ordine del giorno votato all'unanimità dal Consiglio regionale – ha detto Lampis – che va ad aggiungersi ad altri documenti ufficiali della Regione e soprattutto al pronunciamento dei Sardi nel referendum consultivo del 2011. La nostra Isola non può e non vuole ospitare il deposito unico delle scorie radioattive».
«Valuteremo ogni possibile azione, anche insieme agli amministratori locali, per contrastare questa ipotesi e porteremo la contrarietà di tutta la Sardegna nelle opportune occasioni istituzionali. Se vogliamo che sia vincente dovrà essere una battaglia da affrontare tutti insieme, dagli enti locali alle associazioni, dagli ordini professionali alle istituzioni dei vari settori».
Intanto il fronte del no continua a registrare adesioni. L’ultima in ordine dei tempo è quella dell’Associazione dei borghi autentici d’Italia che sottolinea l’importanza dei territori sardi inseriti nella mappa dal punto di vista delle testimonianze archeologiche e ambiantali.
«Si tratta di zone – fa notare l’Associazione – caratterizzate, storicamente, da un’alta vocazione agricola e ancora immuni da qualsiasi forma di inquinamento». «Siamo decisamente contrari all’ipotesi della costruzione di un deposito di scorie radiattive nell’isola – si legge in una nota – dove già oltre 35 mila ettari del territorio regionale sono posti, da decenni, a servitù militare e sono ben visibili le conseguenze in termini di minaccia allo stato di salute dell’ambiente e della popolazione. Auspichiamo che il mondo delle autonomie locali, il Consiglio Regionale, i rappresentanti della Sardegna in seno in Parlamento respingano unitariamente il tentativo di utilizzare, ancora una volta, il nostro territorio come discarica dei pericolosi veleni provenienti dai siti della penisola». (a.l.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
«Abbiamo evidenziato che ci sono state evidenti e gravi mancanze su come la Carta è stata resa nota nei giorni scorsi – ha spigato l'assessore Lampis –. E' paradossale realizzare una fase di consultazione pubblica per quei territori che si sono già espressi in maniera netta per il no, come ha fatto la Sardegna in occasione del referendum popolare e come ha fatto la Giunta regionale in più occasioni. Peraltro, alcuni siti indicati come idonei hanno caratteristiche di pregio, ambientale, paesaggistico e archeologico, che sono contro i parametri individuati per le aree destinate ad ospitare il deposito».
«Abbiamo chiesto – ha continuato Lampis – che il Governo venga subito a riferire in Conferenza unificata, alla quale oltre alle Regioni partecipano anche l'Anci e l'Unione delle Province. Tutte queste osservazioni, ovviamente, saranno ribadite il prossimo 14 gennaio della Conferenza delle Regioni».
Nessun dubbio sulla posizione dell’amministrazione regionale ridadita anche l’altro ieri nel coso dell’assemblea autoconvocata dai sindaci dei paesi inseriti nella “mappa” predisposta dalla Sogin. «C’è un ordine del giorno votato all'unanimità dal Consiglio regionale – ha detto Lampis – che va ad aggiungersi ad altri documenti ufficiali della Regione e soprattutto al pronunciamento dei Sardi nel referendum consultivo del 2011. La nostra Isola non può e non vuole ospitare il deposito unico delle scorie radioattive».
«Valuteremo ogni possibile azione, anche insieme agli amministratori locali, per contrastare questa ipotesi e porteremo la contrarietà di tutta la Sardegna nelle opportune occasioni istituzionali. Se vogliamo che sia vincente dovrà essere una battaglia da affrontare tutti insieme, dagli enti locali alle associazioni, dagli ordini professionali alle istituzioni dei vari settori».
Intanto il fronte del no continua a registrare adesioni. L’ultima in ordine dei tempo è quella dell’Associazione dei borghi autentici d’Italia che sottolinea l’importanza dei territori sardi inseriti nella mappa dal punto di vista delle testimonianze archeologiche e ambiantali.
«Si tratta di zone – fa notare l’Associazione – caratterizzate, storicamente, da un’alta vocazione agricola e ancora immuni da qualsiasi forma di inquinamento». «Siamo decisamente contrari all’ipotesi della costruzione di un deposito di scorie radiattive nell’isola – si legge in una nota – dove già oltre 35 mila ettari del territorio regionale sono posti, da decenni, a servitù militare e sono ben visibili le conseguenze in termini di minaccia allo stato di salute dell’ambiente e della popolazione. Auspichiamo che il mondo delle autonomie locali, il Consiglio Regionale, i rappresentanti della Sardegna in seno in Parlamento respingano unitariamente il tentativo di utilizzare, ancora una volta, il nostro territorio come discarica dei pericolosi veleni provenienti dai siti della penisola». (a.l.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
