«L’acqua me le ha strappate via»
Il ricordo doloroso di quel giorno: «Volevo morire con loro. Ora chiedo giustizia»
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OLBIA. Il 22 dicembre scorso Morgana avrebbe compiuto 9 anni. E anche quest’anno, come ad ogni compleanno, Carla le ha portato il regalo. L’ha poggiato sulla sua tomba, nel cimitero di Calangianus, dove la piccola è sepolta insieme alla mamma. «Le ho regalato la trousse di Barbie. La sua prima trousse. Sono certa che a 9 anni, vispa com’era e desiderosa di essere una signorina più grande, avrebbe chiesto a me e alla mamma i trucchi».
Morgana aveva 23 mesi quando la piena ha travolto l’auto sulla quale viaggiava insieme ad Enzo, che era alla guida, e a Patrizia che la teneva in braccio nel sedile a fianco. La macchina finì nel canale di via Belgio, diventato un tutt’uno con la strada. L’inferno vissuto quel giorno è un ricordo vivo nella mente di Enzo, oggi Carla. Un mese fa, l’ha ripercorso davanti alla Corte d’Appello di Sassari dov’è è in corso il processo di secondo grado (l’alluvione provocò sei vittime in città) per i quattro imputati, ex amministratori e dirigenti del comune di Olbia, tutti assolti in primo grado. «Ho cercato di aprire lo sportello di Patrizia ma non ce l’ho fatta. Ho dato una spallata al mio e si è aperto. Ho afferrato la manina di Morgana che era in braccio alla mamma convinto di poter trascinare tutte e due fuori dalla macchina, ma in quel momento è arrivata l’ondata e me le ha strappate via... La macchina è sparita», ricorda. Quando capì che erano morte, tentò il suicidio tuffandosi nello stesso canale. «Volevo morire anch’io». Era stato salvato da un abitante della zona che lo aveva afferrato per le maniche del maglione e legato alla ringhiera del suo giardino. È stato in malattia per un anno e mezzo e poi riformato dalla polizia al compimento del trentesimo anno di servizio. Un anno dopo Cleopatra, insieme ad altri olbiesi, si era infilato gli stivali di gomma ed era andato a spalare fango in un paesino ligure devastato da un’altra alluvione. Per questo gesto aveva ricevuto il “Premio bontà”, un riconoscimento che ogni anno premia degli olbiesi impegnati nel sociale.
Non si è costituito parte civile nel processo. Ma porta avanti la sua battaglia in sede civile (assistito dall’avvocato Angelo Merlini). Nell’ultimo anno la vita di Enzo si è trasformata. Ha deciso di “liberare” quella donna che sentiva di essere da sempre e che viveva imprigionata nel corpo di un uomo. Ma la sua fiducia nella giustizia non è mutata, né tanto meno la determinazione nel volerla raggiungere. «Se nel canale ci fosse stata la barriera che c’è ora, la macchina non ci sarebbe finita dentro – ribadisce – Non mi fermerò finché non avrò giustizia. Arriverò fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo se sarà necessario». (t.s.)
Morgana aveva 23 mesi quando la piena ha travolto l’auto sulla quale viaggiava insieme ad Enzo, che era alla guida, e a Patrizia che la teneva in braccio nel sedile a fianco. La macchina finì nel canale di via Belgio, diventato un tutt’uno con la strada. L’inferno vissuto quel giorno è un ricordo vivo nella mente di Enzo, oggi Carla. Un mese fa, l’ha ripercorso davanti alla Corte d’Appello di Sassari dov’è è in corso il processo di secondo grado (l’alluvione provocò sei vittime in città) per i quattro imputati, ex amministratori e dirigenti del comune di Olbia, tutti assolti in primo grado. «Ho cercato di aprire lo sportello di Patrizia ma non ce l’ho fatta. Ho dato una spallata al mio e si è aperto. Ho afferrato la manina di Morgana che era in braccio alla mamma convinto di poter trascinare tutte e due fuori dalla macchina, ma in quel momento è arrivata l’ondata e me le ha strappate via... La macchina è sparita», ricorda. Quando capì che erano morte, tentò il suicidio tuffandosi nello stesso canale. «Volevo morire anch’io». Era stato salvato da un abitante della zona che lo aveva afferrato per le maniche del maglione e legato alla ringhiera del suo giardino. È stato in malattia per un anno e mezzo e poi riformato dalla polizia al compimento del trentesimo anno di servizio. Un anno dopo Cleopatra, insieme ad altri olbiesi, si era infilato gli stivali di gomma ed era andato a spalare fango in un paesino ligure devastato da un’altra alluvione. Per questo gesto aveva ricevuto il “Premio bontà”, un riconoscimento che ogni anno premia degli olbiesi impegnati nel sociale.
Non si è costituito parte civile nel processo. Ma porta avanti la sua battaglia in sede civile (assistito dall’avvocato Angelo Merlini). Nell’ultimo anno la vita di Enzo si è trasformata. Ha deciso di “liberare” quella donna che sentiva di essere da sempre e che viveva imprigionata nel corpo di un uomo. Ma la sua fiducia nella giustizia non è mutata, né tanto meno la determinazione nel volerla raggiungere. «Se nel canale ci fosse stata la barriera che c’è ora, la macchina non ci sarebbe finita dentro – ribadisce – Non mi fermerò finché non avrò giustizia. Arriverò fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo se sarà necessario». (t.s.)
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