Dai trasporti all’agricoltura è una via crucis di vertenze
di Antonello Palmas
Sul piatto ci sono tante questioni spinose acuite dal perdurare della pandemia
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SASSARI. Tra le regioni più depresse d’Europa, 171esima su 241 e con un Pil che prima dell’esplosione del Covid stava finalmente provando a risalire (+0,8%, seconda in Italia) prima del crollo generale dovuto alla pandemia, ma resta pur sempre equivalente a poco più di due terzi della media Ue. In un quadro già poco rassicurante come questo l’isola delle vertenze si appresta ad affrontare forse il suo anno più difficile, perché è nel 2021 che si teme comincino a incancrenirsi le ferite provocate dalle chiusure del 2020 e dal perdurare delle misure per contrastare i contagi. E non c’è settore che non sia toccato in termini di fatturato e occupazione, in particolare alcuni che occupano posizioni-chiave perché ad essi sono legati a cascata tutti gli altri, come il binomio trasporti-turismo. Ma ciò che più fa paura è l’incapacità della politica di programmare e organizzare una reazione in un momento così duro, che spesso si scontra con la voglia di non mollare degli imprenditori.
Trasporti. La continuità territoriale mai davvero garantita e sempre più precaria è il vero nodo: muoversi da e per la Sardegna sia in nave che in aereo continua a essere un problema irrisolto in fatto di costi e organizzazione. La rischiosa crisi in cui è entrato il gruppo Onorato e non fa che peggiorare le cose, insieme al crollo dei passeggeri che hanno mandato in crisi le società di gestione degli aeroporti sardi, che hanno perso milioni di clienti. E a giugno i 500 lavoratori ex Air Italy non riceveranno più la cassa integrazione.
Turismo. L’isola dipende fortemente da questo settore, connesso con tante altre attività come appunto i trasporti, ma anche l’agroalimentare e i servizi. Tutti messi all’angolo dalle misure restrittive negli spostamenti che hanno caratterizzato quasi tutto il 2020 e che hanno allontanato soprattutto il flussi esteri. Il rischio di perdere fette di mercato è reale, anche perché le difficoltà del settore trasporti e dei problemi infrastrutturali mai risolti renderanno la ripresa più complicata.
Agricoltura. È uno dei cuori pulsanti dell’economia sarda e se non godeva di buona salute prima, figuriamoci dopo la crisi del settore della ristorazione che ha allontanato milioni di potenziali clienti. Ai problemi strutturali legati alla scarsa innovazione, si è aggiunta la vertenza del prezzo del latte, che nonostante le proteste dei pastori nel 2019, non ha trovato una soluzione: i produttori primari restano ancora insoddisfatti e ora c’è pure l’incredibile gestione della vertenza Aras, sfociata nel licenziamento di 250 agronomi, veterinari e analisti lascia 12mila aziende senza assistenza tecnica. A rischio decine di milioni di contributi Ue per il benessere animale e la chiusura del laboratorio di Oristano costringe chi può a farsi fare le analisi fuori dall’isola. Il tutto in un quadro reso più drammatico dai cambiamenti climatici, cui bisogna rispondere adeguando le coltivazioni e le tecniche. E da una burocrazia (leggi le difficoltà di Argea) che non consente agli imprenditori agricoli di ricevere sussidi.
Industria. Quel poco che è rimasto del sogno industriale sardo non gode di buona salute anche se qualche vertenza sembra sulla via della soluzione, come Sider Alloys (ex Alcoa) e per l’area ex Petrolchimico di Porto Torres si spera nel progetto di riconversione. Preoccupa la situazione del polo petrolifero di Sarroch, coinvolto nella crisi mondiale del settore petrolifero e i cui destini sono legati a un fitto microcosmo di aziende.
Edilizia. Da anni in crisi, frenata da scelte sbagliate e da una burocrazia demenziale, ora si affida al Piano casa appena approvato, che però secondo molti perpetua un’idea di sviluppo vecchia, che non rispetta il territorio, invece che puntare su dissesto idrogeologico e riqualificazione energetica degli edifici privati sfruttando bonus e superbonus.
Imprese. Una su cinque (19,1%) ha subito perdite superiori al 50% del fatturato o non ha lavorato e il 21% non prevede risultati migliori in questi mesi. Ma come tutte le crisi, se affrontata nel modo giusto anche questa può sviluppare gli anticorpi per una rinascita anche sorprendente, facendo leva su una nuova generazione di imprenditori con tante idee e voglia di mettersi in gioco. E provando a sviluppare un fattore che non è mai stato nel Dna di questa terra: la capacità di collaborare.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Trasporti. La continuità territoriale mai davvero garantita e sempre più precaria è il vero nodo: muoversi da e per la Sardegna sia in nave che in aereo continua a essere un problema irrisolto in fatto di costi e organizzazione. La rischiosa crisi in cui è entrato il gruppo Onorato e non fa che peggiorare le cose, insieme al crollo dei passeggeri che hanno mandato in crisi le società di gestione degli aeroporti sardi, che hanno perso milioni di clienti. E a giugno i 500 lavoratori ex Air Italy non riceveranno più la cassa integrazione.
Turismo. L’isola dipende fortemente da questo settore, connesso con tante altre attività come appunto i trasporti, ma anche l’agroalimentare e i servizi. Tutti messi all’angolo dalle misure restrittive negli spostamenti che hanno caratterizzato quasi tutto il 2020 e che hanno allontanato soprattutto il flussi esteri. Il rischio di perdere fette di mercato è reale, anche perché le difficoltà del settore trasporti e dei problemi infrastrutturali mai risolti renderanno la ripresa più complicata.
Agricoltura. È uno dei cuori pulsanti dell’economia sarda e se non godeva di buona salute prima, figuriamoci dopo la crisi del settore della ristorazione che ha allontanato milioni di potenziali clienti. Ai problemi strutturali legati alla scarsa innovazione, si è aggiunta la vertenza del prezzo del latte, che nonostante le proteste dei pastori nel 2019, non ha trovato una soluzione: i produttori primari restano ancora insoddisfatti e ora c’è pure l’incredibile gestione della vertenza Aras, sfociata nel licenziamento di 250 agronomi, veterinari e analisti lascia 12mila aziende senza assistenza tecnica. A rischio decine di milioni di contributi Ue per il benessere animale e la chiusura del laboratorio di Oristano costringe chi può a farsi fare le analisi fuori dall’isola. Il tutto in un quadro reso più drammatico dai cambiamenti climatici, cui bisogna rispondere adeguando le coltivazioni e le tecniche. E da una burocrazia (leggi le difficoltà di Argea) che non consente agli imprenditori agricoli di ricevere sussidi.
Industria. Quel poco che è rimasto del sogno industriale sardo non gode di buona salute anche se qualche vertenza sembra sulla via della soluzione, come Sider Alloys (ex Alcoa) e per l’area ex Petrolchimico di Porto Torres si spera nel progetto di riconversione. Preoccupa la situazione del polo petrolifero di Sarroch, coinvolto nella crisi mondiale del settore petrolifero e i cui destini sono legati a un fitto microcosmo di aziende.
Edilizia. Da anni in crisi, frenata da scelte sbagliate e da una burocrazia demenziale, ora si affida al Piano casa appena approvato, che però secondo molti perpetua un’idea di sviluppo vecchia, che non rispetta il territorio, invece che puntare su dissesto idrogeologico e riqualificazione energetica degli edifici privati sfruttando bonus e superbonus.
Imprese. Una su cinque (19,1%) ha subito perdite superiori al 50% del fatturato o non ha lavorato e il 21% non prevede risultati migliori in questi mesi. Ma come tutte le crisi, se affrontata nel modo giusto anche questa può sviluppare gli anticorpi per una rinascita anche sorprendente, facendo leva su una nuova generazione di imprenditori con tante idee e voglia di mettersi in gioco. E provando a sviluppare un fattore che non è mai stato nel Dna di questa terra: la capacità di collaborare.
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