Beppe Pisanu: «L’isola rischia di diventare una periferia di Cagliari»
di Alessandro Pirina
L’ex ministro: cresce solo il sud, serve un vaccino politico per ridurre il divario
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SASSARI. Sardegna a due velocità. Regione che guarda solo verso sud. Cagliaricentrismo. Spesso a queste accuse si ribatte con un’altra accusa, quella di campanilismo. Ma se la denuncia è supportata da numeri veri e analisi socio-politiche allora è difficile controbattere con quella stessa risposta. Beppe Pisanu, da politico d’altri tempi, è andato oltre la semplice lettura dei dati, li ha studiati, approfonditi e ne è venuta fuori una fotografia impietosa della Sardegna con una Cagliari in forte crescita e nient’altro. Il resto dell’isola è in affanno, è tutto un segno meno che rischia di trasformarla in una gigante periferia che decresce attorno al capoluogo. L’ex ministro dell’Interno è partito dai finanziamenti alla sanità privata, del tutto sbilanciati a favore di Cagliari, e dai numeri catastrofici della pandemia, con il centronord da mesi in perenne difficoltà, per lanciare un grido d’allarme e richiamare la politica a promuovere uno sviluppo più equilibrato dell’isola.
Onorevole Pisanu, oggi qual è lo stato di salute dell’isola?
«La pandemia sta mettendo a nudo la tragica inadeguatezza della sanità regionale e la fragilità del nostro sistema economico, sociale e politico. Perfino l’unità morale del popolo sardo sembra dare segni di cedimento. Basta uno sguardo alle cronache delle settimane scorse per rendersene conto».
A cosa si riferisce in particolare?
«Mi riferisco alle notizie sulla scandalosa distribuzione dei finanziamenti alla sanità privata e a quelle sul crescente divario economico-sociale tra la Città metropolitana di Cagliari e il resto della Sardegna. Ho colto allarme e sconforto, specialmente nei commenti dei nostri sindaci che sentono più da vicino i morsi della pandemia. Mi ha colpito soprattutto la protesta di un amministratore degno di stima come il sindaco di Nuoro, Andrea Soddu: “Sembra di abitare in due regioni diverse e questo non è accettabile”».
Le parole di Soddu le sono rimaste impresse. Cosa l’ha colpita?
«Perché denuncia un vulnus al comune sentire, al senso elementare di giustizia quando si accerta che la Regione concede alla sanità privata di Cagliari dieci volte quello che concede a Sassari o a Nuoro. Non basta prenderne atto e spiegare che tutto dipende dal criterio della cosiddetta spesa storica. Se quel criterio è così scriteriato perché non lo cancelliamo? Da quando in qua la storia serve a giustificare le ingiustizie invece che a svelare perché chi governa il presente vi ponga rimedio?».
Ma la spesa privata è solo una piccola parte della spesa complessiva per la sanità.
«Guardi che io sto dando importanza alle differenze, perché temo che ve ne siano altre, sebbene meno esorbitanti, anche nella totalità della spesa sanitaria e nelle altre voci del bilancio regionale. Non le dicono nulla le tabelle sull’andamento della pandemia? A Nuoro, nel Sud Sardegna e a Sassari le percentuali dei contagiati e dei morti sono notevolmente superiori a quelle di Cagliari. A che cosa dobbiamo attribuirle? Alla malasorte, alla confusa gestione della lotta al Covid, alla diseguale protezione sanitaria dei cittadini sardi? Probabilmente a tutte e tre le cause».
Quale può essere la soluzione?
«Cambiare radicalmente la politica sanitaria regionale con l’unico obiettivo di assicurare a ogni cittadino la stessa identica quota di spesa pubblica per la tutela della salute. Nella emergenza servono decisioni coraggiose e lucide. La Regione Lombardia, per esempio, ha cominciato dai vertici politici, chiamando alla guida della sanità una donna di alto profilo come Letizia Moratti».
L’ultima classifica del Sole 24 ore sulla qualità della vita vede Cagliari nona e Sassari solo 62esima. Vent’anni fa lo avrebbe immaginato quando lanciò il grido d’allarme “Sassari, svegliati”?
«Francamente no. Vedevo la nostra città perdere terreno in tutti i campi e mi venne spontaneo esortare i gruppi dirigenti, me per primo che ero ministro, a reagire contro il declino. Certo non immaginavo che nel ventennio successivo la Sardegna sarebbe andata in decrescita con la caduta del Pil pro capite dall’86 per cento al 70 della media europea. E che invece Cagliari sarebbe cresciuta allungando le distanze dal resto dell’isola».
Sa dare una risposta al perché la Sardegna sia diventata una regione a due velocità?
«Vede, fin dalle prime discussioni sulla programmazione economica i grandi partiti autonomistici - che pure vivevano tutte le lacerazioni della guerra fredda - si ritrovarono eccezionalmente uniti su un punto cruciale: lo sviluppo equilibrato della nostra isola. Avvertirono il rischio che i due poli naturali di Cagliari e Sassari potessero crescere fuori misura a discapito degli altri territori. E pensarono di evitarlo con l’industrializzazione della Sardegna centrale e il riscatto delle zone interne. Venne da qui l’insediamento della Petrolchimica a Ottana. Una scelta industriale sbagliata frutto però di un’idea politica giusta. Quell’idea difficile da realizzare continuò tuttavia a tenere il campo dagli anni di Efisio Corrias, Paolo Dettori e Mario Melis, fino agli inizi degli anni Novanta. Poi si indebolì e venne meno».
Cosa accadde?
«Con la crisi delle ideologie e dei grandi partiti si smarrirono anche le loro culture e i loro progetti. E in Sardegna come altrove la politica cedette il passo al mercato e alla burocrazia. Il mercato come sempre ha lavorato per sé stesso favorendo i più forti, mentre l’alta burocrazia regionale in carenza di direzione politica ha subito o assecondato il gioco. Cagliari ha dunque goduto di una duplice rendita di posizione, ma è cresciuta soprattutto per merito dei cagliaritani».
Come vede il futuro dell’isola?
«Dipende da noi. Sicuramente la pandemia amplierà tutte le diseguaglianze economico-sociali. E perciò sarà necessario un potente vaccino politico per fronteggiare il divario e correggere la tendenza di fondo. Se invece le risorse ordinarie del bilancio regionale e quelle straordinarie del Recovery plan seguiranno le vie consuete, allora la supremazia della Città metropolitana di Cagliari si consoliderà e il resto della Sardegna si arrangerà come una grande periferia frammentata e inquieta».
Per evitare questo scenario ha qualche suggerimento?
«Confiderei nel pessimismo della ragione e nell’ottimismo della volontà. Cioè in una politica sarda che ritrovi memoria e speranza senza concedere più nulla alle improvvisazioni del populismo e al furbo vivacchiare nel presente. Ho riletto in questi giorni l’esortazione di Albert Camus ai medici della peste: “il flagello ama i recessi oscuri. Portatevi la luce dell’intelligenza e dell’equità”. Vale per tutti per noi e più ancora per tutti coloro che ci governano».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Onorevole Pisanu, oggi qual è lo stato di salute dell’isola?
«La pandemia sta mettendo a nudo la tragica inadeguatezza della sanità regionale e la fragilità del nostro sistema economico, sociale e politico. Perfino l’unità morale del popolo sardo sembra dare segni di cedimento. Basta uno sguardo alle cronache delle settimane scorse per rendersene conto».
A cosa si riferisce in particolare?
«Mi riferisco alle notizie sulla scandalosa distribuzione dei finanziamenti alla sanità privata e a quelle sul crescente divario economico-sociale tra la Città metropolitana di Cagliari e il resto della Sardegna. Ho colto allarme e sconforto, specialmente nei commenti dei nostri sindaci che sentono più da vicino i morsi della pandemia. Mi ha colpito soprattutto la protesta di un amministratore degno di stima come il sindaco di Nuoro, Andrea Soddu: “Sembra di abitare in due regioni diverse e questo non è accettabile”».
Le parole di Soddu le sono rimaste impresse. Cosa l’ha colpita?
«Perché denuncia un vulnus al comune sentire, al senso elementare di giustizia quando si accerta che la Regione concede alla sanità privata di Cagliari dieci volte quello che concede a Sassari o a Nuoro. Non basta prenderne atto e spiegare che tutto dipende dal criterio della cosiddetta spesa storica. Se quel criterio è così scriteriato perché non lo cancelliamo? Da quando in qua la storia serve a giustificare le ingiustizie invece che a svelare perché chi governa il presente vi ponga rimedio?».
Ma la spesa privata è solo una piccola parte della spesa complessiva per la sanità.
«Guardi che io sto dando importanza alle differenze, perché temo che ve ne siano altre, sebbene meno esorbitanti, anche nella totalità della spesa sanitaria e nelle altre voci del bilancio regionale. Non le dicono nulla le tabelle sull’andamento della pandemia? A Nuoro, nel Sud Sardegna e a Sassari le percentuali dei contagiati e dei morti sono notevolmente superiori a quelle di Cagliari. A che cosa dobbiamo attribuirle? Alla malasorte, alla confusa gestione della lotta al Covid, alla diseguale protezione sanitaria dei cittadini sardi? Probabilmente a tutte e tre le cause».
Quale può essere la soluzione?
«Cambiare radicalmente la politica sanitaria regionale con l’unico obiettivo di assicurare a ogni cittadino la stessa identica quota di spesa pubblica per la tutela della salute. Nella emergenza servono decisioni coraggiose e lucide. La Regione Lombardia, per esempio, ha cominciato dai vertici politici, chiamando alla guida della sanità una donna di alto profilo come Letizia Moratti».
L’ultima classifica del Sole 24 ore sulla qualità della vita vede Cagliari nona e Sassari solo 62esima. Vent’anni fa lo avrebbe immaginato quando lanciò il grido d’allarme “Sassari, svegliati”?
«Francamente no. Vedevo la nostra città perdere terreno in tutti i campi e mi venne spontaneo esortare i gruppi dirigenti, me per primo che ero ministro, a reagire contro il declino. Certo non immaginavo che nel ventennio successivo la Sardegna sarebbe andata in decrescita con la caduta del Pil pro capite dall’86 per cento al 70 della media europea. E che invece Cagliari sarebbe cresciuta allungando le distanze dal resto dell’isola».
Sa dare una risposta al perché la Sardegna sia diventata una regione a due velocità?
«Vede, fin dalle prime discussioni sulla programmazione economica i grandi partiti autonomistici - che pure vivevano tutte le lacerazioni della guerra fredda - si ritrovarono eccezionalmente uniti su un punto cruciale: lo sviluppo equilibrato della nostra isola. Avvertirono il rischio che i due poli naturali di Cagliari e Sassari potessero crescere fuori misura a discapito degli altri territori. E pensarono di evitarlo con l’industrializzazione della Sardegna centrale e il riscatto delle zone interne. Venne da qui l’insediamento della Petrolchimica a Ottana. Una scelta industriale sbagliata frutto però di un’idea politica giusta. Quell’idea difficile da realizzare continuò tuttavia a tenere il campo dagli anni di Efisio Corrias, Paolo Dettori e Mario Melis, fino agli inizi degli anni Novanta. Poi si indebolì e venne meno».
Cosa accadde?
«Con la crisi delle ideologie e dei grandi partiti si smarrirono anche le loro culture e i loro progetti. E in Sardegna come altrove la politica cedette il passo al mercato e alla burocrazia. Il mercato come sempre ha lavorato per sé stesso favorendo i più forti, mentre l’alta burocrazia regionale in carenza di direzione politica ha subito o assecondato il gioco. Cagliari ha dunque goduto di una duplice rendita di posizione, ma è cresciuta soprattutto per merito dei cagliaritani».
Come vede il futuro dell’isola?
«Dipende da noi. Sicuramente la pandemia amplierà tutte le diseguaglianze economico-sociali. E perciò sarà necessario un potente vaccino politico per fronteggiare il divario e correggere la tendenza di fondo. Se invece le risorse ordinarie del bilancio regionale e quelle straordinarie del Recovery plan seguiranno le vie consuete, allora la supremazia della Città metropolitana di Cagliari si consoliderà e il resto della Sardegna si arrangerà come una grande periferia frammentata e inquieta».
Per evitare questo scenario ha qualche suggerimento?
«Confiderei nel pessimismo della ragione e nell’ottimismo della volontà. Cioè in una politica sarda che ritrovi memoria e speranza senza concedere più nulla alle improvvisazioni del populismo e al furbo vivacchiare nel presente. Ho riletto in questi giorni l’esortazione di Albert Camus ai medici della peste: “il flagello ama i recessi oscuri. Portatevi la luce dell’intelligenza e dell’equità”. Vale per tutti per noi e più ancora per tutti coloro che ci governano».
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