Mancano 4mila infermieri Nursind: subito assunzioni
di Claudio Zoccheddu
Il sindacato: il rapporto con i pazienti è di 6 a uno, al Brotzu addirittura di 20 a 1 Il segretario Anedda: negli anni si è tagliato sulla sanità ed ecco le conseguenze
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SASSARI. È la carenza più evidente del “sistema Sanità”. Se il numero dei medici in attività è in rosso, quello degli infermieri è addirittura più preoccupante. Secondo il Nursind, il sindacato delle professioni infermieristiche, la carenza di personale sarebbe drammatica. Arrotondando, nel sistema ospedaliero sardo servirebbero 4mila infermieri per rispettare il rapporto di un infermiere ogni sei pazienti ricoverati. «Si tratta di un dato scientifico stabilito da uno studio su scala mondiale di “Registered Nurse forecasting in Europe” – spiega Fabrizio Anedda, segretario di Nursind –. Prendono in considerazione i soli ospedali, le caselle mancanti sarebbero comunque migliaia. Ci sono poi casi limite, come quello del Brotzu, in cui nei reparti di medicina d’urgenza, il rapporto tra pazienti e infermieri è di venti a uno. È una situazione in cui non si riesce a garantire la sicurezza dei pazienti e degli stessi infermieri. Non c’è una pianta organica idonea a soddisfare le esigenze».
Tuttavia, esistono soluzioni per limitare i rischi e mettere a regime una sistema che zoppica da anni, forse decenni. La prima, non piace ai sindacati: «Perché il surplus degli orari di lavoro dovrebbe essere una strada da seguire solo nelle emergenze, e a un anno dall’inizio dell’emergenza sanitaria si sarebbe potuto e dovuto trovare un’altra soluzione – continua Anedda –. Sarebbe auspicabile l’avvio di un piano di assunzioni a tempo indeterminato per infermieri che lavorano nella sanità privata o per chi lavora lontano dall’isola. Servirebbe un concorso pubblico ma anche l’intenzione di rendere appetibile il pubblico impiego. Anche perché, come dimostra la situazione attuale, è sul sistema pubblico che si riversano i problemi più grossi. Per l’immediato, Nursind ha chiesto da tempo di trasformare le unità operative in sub intensive e intensive». Invece, sembra che la sanità sarda non abbia fatto grossi passi in avanti dalla fine dell’estate ad oggi: «Siamo rimasti fermi, la Regione non ha recepito i suggerimenti dei sindacati». C’è poi il problema del numero chiuso per i corsi universitari, come quello di scienze infermieristiche: «Sarebbe necessario aprire subito, anche se i risultati si vedrebbero solo tra tre anni, il tempo necessario alla prima formazione – aggiunge –. Ma non è nemmeno corretto scaricare tutte le colpe su Regione e Università, perlomeno non sulle attuali gestioni. La verità è che la sanità sarda ha avuto amministrazioni che si sono concentrate sul risparmio per anni. Il risultato è che abbiamo organici insufficienti e personale che si ammala anche a causa dei turni troppo serrati e dell’impossibilità di rispettare i protocolli di sicurezza proprio per cercare di rispondere a tutte le esigenze».
Un esempio è il personale sanitario, infermieristico e Oss del reparto di medicina d'urgenza del Brotzu, che è al collasso: troppi contagi da Covid-19 e un conseguente carico di lavoro insostenibile. Il NurSind si è rivolto all'assessore regionale alla Salute Mario Nieddu e allo Spresal: «In questo reparto si sono verificati troppi contagi – spiega Anedda – su 20 infermieri, 3 sono in malattia e non sono stati sostituiti, e uno in quarantena preventiva. Di questi 16 rimasti 2 sono part time, e solo uno copre il turno notturno. E ancora, tre sono affetti da Covid. Quindi sono in 13 a coprire tutti i turni e badare ai pazienti. Per quanto concerne i contagi nel reparto: 3 infermieri, 3 Oss e 3 specializzandi, oltre a 12 pazienti trasferiti in altro reparto Covid. In questa situazione, l’assistenza in alcuni turni di lavoro risulta insostenibile: si toccano indici di rapporto tra infermieri e pazienti pari a 1 su 20 e non si dispone di operatori di supporto in dotazione stabile durante il servizio notturno, ma solamente un operatore in comune con la Medicina 1, quindi con un indice di rapporto relativo di 1/80 circa. Da quello che ci è stato riferito – prosegue Anedda – i pazienti che hanno soggiornato nella stessa stanza di degenza con i pazienti risultati positivi al Covid, sono stati raggruppati in tre stanze identificate come “zona rossa”. Queste stanze sono però comunicanti direttamente con il corridoio: questo significa che al personale che vi accede per erogare l’assistenza non sono garantiti idonei spazi filtro necessari per vestizione e dismissione dei Dpi. Nonostante la grave mancanza di personale, e nonostante in reparto esistano ben tre camere in zona rossa, i ricoveri non sono stati bloccati né tanto meno il reparto è stato sanificato del tutto. Infatti, quando la capienza del reparto è terminata, i pazienti che arrivano dal pronto soccorso, in attesa del risultato del tampone, vengono sistemati in ambienti del tutto inadatti, sprovvisti di sistema di chiamata, di arredi e del bagno in camera. Pazienti che ogni qualvolta devono recarsi ai servizi igienici, devono attraversare tutto il corridoio della corsia uomini o di quella donne».
Tuttavia, esistono soluzioni per limitare i rischi e mettere a regime una sistema che zoppica da anni, forse decenni. La prima, non piace ai sindacati: «Perché il surplus degli orari di lavoro dovrebbe essere una strada da seguire solo nelle emergenze, e a un anno dall’inizio dell’emergenza sanitaria si sarebbe potuto e dovuto trovare un’altra soluzione – continua Anedda –. Sarebbe auspicabile l’avvio di un piano di assunzioni a tempo indeterminato per infermieri che lavorano nella sanità privata o per chi lavora lontano dall’isola. Servirebbe un concorso pubblico ma anche l’intenzione di rendere appetibile il pubblico impiego. Anche perché, come dimostra la situazione attuale, è sul sistema pubblico che si riversano i problemi più grossi. Per l’immediato, Nursind ha chiesto da tempo di trasformare le unità operative in sub intensive e intensive». Invece, sembra che la sanità sarda non abbia fatto grossi passi in avanti dalla fine dell’estate ad oggi: «Siamo rimasti fermi, la Regione non ha recepito i suggerimenti dei sindacati». C’è poi il problema del numero chiuso per i corsi universitari, come quello di scienze infermieristiche: «Sarebbe necessario aprire subito, anche se i risultati si vedrebbero solo tra tre anni, il tempo necessario alla prima formazione – aggiunge –. Ma non è nemmeno corretto scaricare tutte le colpe su Regione e Università, perlomeno non sulle attuali gestioni. La verità è che la sanità sarda ha avuto amministrazioni che si sono concentrate sul risparmio per anni. Il risultato è che abbiamo organici insufficienti e personale che si ammala anche a causa dei turni troppo serrati e dell’impossibilità di rispettare i protocolli di sicurezza proprio per cercare di rispondere a tutte le esigenze».
Un esempio è il personale sanitario, infermieristico e Oss del reparto di medicina d'urgenza del Brotzu, che è al collasso: troppi contagi da Covid-19 e un conseguente carico di lavoro insostenibile. Il NurSind si è rivolto all'assessore regionale alla Salute Mario Nieddu e allo Spresal: «In questo reparto si sono verificati troppi contagi – spiega Anedda – su 20 infermieri, 3 sono in malattia e non sono stati sostituiti, e uno in quarantena preventiva. Di questi 16 rimasti 2 sono part time, e solo uno copre il turno notturno. E ancora, tre sono affetti da Covid. Quindi sono in 13 a coprire tutti i turni e badare ai pazienti. Per quanto concerne i contagi nel reparto: 3 infermieri, 3 Oss e 3 specializzandi, oltre a 12 pazienti trasferiti in altro reparto Covid. In questa situazione, l’assistenza in alcuni turni di lavoro risulta insostenibile: si toccano indici di rapporto tra infermieri e pazienti pari a 1 su 20 e non si dispone di operatori di supporto in dotazione stabile durante il servizio notturno, ma solamente un operatore in comune con la Medicina 1, quindi con un indice di rapporto relativo di 1/80 circa. Da quello che ci è stato riferito – prosegue Anedda – i pazienti che hanno soggiornato nella stessa stanza di degenza con i pazienti risultati positivi al Covid, sono stati raggruppati in tre stanze identificate come “zona rossa”. Queste stanze sono però comunicanti direttamente con il corridoio: questo significa che al personale che vi accede per erogare l’assistenza non sono garantiti idonei spazi filtro necessari per vestizione e dismissione dei Dpi. Nonostante la grave mancanza di personale, e nonostante in reparto esistano ben tre camere in zona rossa, i ricoveri non sono stati bloccati né tanto meno il reparto è stato sanificato del tutto. Infatti, quando la capienza del reparto è terminata, i pazienti che arrivano dal pronto soccorso, in attesa del risultato del tampone, vengono sistemati in ambienti del tutto inadatti, sprovvisti di sistema di chiamata, di arredi e del bagno in camera. Pazienti che ogni qualvolta devono recarsi ai servizi igienici, devono attraversare tutto il corridoio della corsia uomini o di quella donne».
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