«Prof lunedì porti il film da vedere in classe?»
di Vincenzo Soddu*
Addio didattica a distanza, si rientra a scuola: con la mascherina e distanziati ma pazienza, è già una vittoria
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Il 1° febbraio si torna in presenza. Esaurito l’esilio domestico che dura da novembre, ragazzi e docenti affrontano l’ennesima variante didattica a cui sono stati sottoposti durante questo travagliato anno scolastico, e la vivono con stati d’animo contraddittori. Non sono più un ragazzino di primo pelo, ma al primo collegio di quest'anno, per la prima volta dopo tanti anni, troppi mesi di non scuola, qualche giorno d'angoscia, ero quasi felice di cominciare un nuovo anno. Dopo un'estate rigenerante, non mi mancava certamente la Dad, quelle lunghe cerimonie per apparire pronto e passabile al filtro delle telecamere, il rischio di mandare in onda i suoni della famiglia, la goffaggine nell'aprire il collegamento, e così vedere era bello, anche se toccare vietato e il futuro guastava la gioia. Appena si girava l'angolo, si era risvegliati dalla batteria di dispenser all'ingresso delle aule e impossibile era pensare che tutto potesse continuare come nei primi, ottimistici giorni. Mascherina, distanziamento, dispenser e già a ottobre c’era chi si chiedeva che senso avesse tutto questo, se poi, oltre il cancello, si ammassavano tutti sui pullman stipati, e così al crescere dei dati allarmanti sul contagio si tornava in Dad.
La spensierata pausa estiva non era stata più di un'illusione. La mancanza di investimenti, o semplicemente la malignità del virus, avevano riportato tutto come a giugno. E d'incanto le chat sepolte in fondo all'elenco da mesi si erano riaccese tutte, infittendosi di post preoccupati, di quesiti angosciati. «Prof, ma da domani riprende la Dad? Come faremo? E con gli occhi? Lo sa che lo schermo del Pc stanca la vista?» Ma come ci si abitua spesso e presto anche alle cose peggiori, col tempo si arriva addirittura a cercarne i lati positivi. E così è successo, nuovamente, con la Dad. Si è detto che era ora che si usassero i dispositivi informatici e che forse non si sarebbe più tornati indietro, che questo lockdown in fondo aveva fatto bene alla scuola e che lo Smart working era una risorsa provvidenziale. Eppure sarebbe stato sufficiente osservare lungo i layout che coloravano gli schermi poggiati sui tavoli da cucina e sulle piccole scrivanie stipate di libri ormai inutili. Si sarebbero visti solo visi stanchi, privati di quella vitalità che soltanto un sano scontro di ormoni e saliva può dare. Certo, svegliarsi presto la mattina è sempre dura, rimanere un po’ di più a letto a poltrire può far piacere, ma senza le lezioni in presenza non hai lo schiaffo procurato dall'aria fresca respirata appena uscito di casa, il profumo del caffè al bar, la battuta stupida ma confortante dei colleghi. Invece, ti svegli dal letto, ti lavi, al massimo butti giù un cattivo caffellatte e sei già pronto per far lezione davanti a un anonimo pc. Talvolta fatichi a mettere a fuoco ciò che vedi e non sai se sei ancora nel mondo dei sogni o nella realtà, virtuale. Ogni storia, anche la più brutta, ha la sua percezione più profonda. Quella della Dad è ancora inafferrabile, ma non è lontana dall’essere compresa. Chi critica la coraggiosa ostinazione dell’istituzione scolastica a volerci provare, non ne ha capito la funzione più profonda, che è quella di favorire le dinamiche sociali più complesse, per curarle, e guidarle al risultato migliore. La sfida più grande dev’essere abbattere le paure con la volontà di resistere, aggrapparsi a un’aula, una Lim, un tablet che potrebbe salvarci la vita. L’obiezione più frequente rimane quella della difficile sanificazione degli ambienti scolastici. Ci si impegnerà, si infittiranno i turni dei collaboratori, si lasceranno aperte le finestre a costo di beccarsi un sano raffreddore. I numeri sono ancora alti, è vero, ma la società sta reagendo bene. La scuola, anche a detta della politica, è il luogo più sicuro, e il problema dei trasporti non può diventare il pretesto per rimangiarsi le più sincere convinzioni. Questo rientro in presenza è già un successo, e gli stessi ragazzi, pur nella prospettiva di tornare imbavagliati e immobili l'hanno vissuto come tale. Così, sentirsi dire: «Prof, lunedì prossimo ci porta quel film da vedere sulla Lim?», è una sorta di rivoluzione copernicana, senza eguali. Come se il punto più basso dell'esperienza scolastica degli ultimi anni abbia generato naturalmente una consapevolezza nuova. Che la scuola sia per tutti il valore più importante.
*docente dell’IIS Michele Giua di Cagliari
La spensierata pausa estiva non era stata più di un'illusione. La mancanza di investimenti, o semplicemente la malignità del virus, avevano riportato tutto come a giugno. E d'incanto le chat sepolte in fondo all'elenco da mesi si erano riaccese tutte, infittendosi di post preoccupati, di quesiti angosciati. «Prof, ma da domani riprende la Dad? Come faremo? E con gli occhi? Lo sa che lo schermo del Pc stanca la vista?» Ma come ci si abitua spesso e presto anche alle cose peggiori, col tempo si arriva addirittura a cercarne i lati positivi. E così è successo, nuovamente, con la Dad. Si è detto che era ora che si usassero i dispositivi informatici e che forse non si sarebbe più tornati indietro, che questo lockdown in fondo aveva fatto bene alla scuola e che lo Smart working era una risorsa provvidenziale. Eppure sarebbe stato sufficiente osservare lungo i layout che coloravano gli schermi poggiati sui tavoli da cucina e sulle piccole scrivanie stipate di libri ormai inutili. Si sarebbero visti solo visi stanchi, privati di quella vitalità che soltanto un sano scontro di ormoni e saliva può dare. Certo, svegliarsi presto la mattina è sempre dura, rimanere un po’ di più a letto a poltrire può far piacere, ma senza le lezioni in presenza non hai lo schiaffo procurato dall'aria fresca respirata appena uscito di casa, il profumo del caffè al bar, la battuta stupida ma confortante dei colleghi. Invece, ti svegli dal letto, ti lavi, al massimo butti giù un cattivo caffellatte e sei già pronto per far lezione davanti a un anonimo pc. Talvolta fatichi a mettere a fuoco ciò che vedi e non sai se sei ancora nel mondo dei sogni o nella realtà, virtuale. Ogni storia, anche la più brutta, ha la sua percezione più profonda. Quella della Dad è ancora inafferrabile, ma non è lontana dall’essere compresa. Chi critica la coraggiosa ostinazione dell’istituzione scolastica a volerci provare, non ne ha capito la funzione più profonda, che è quella di favorire le dinamiche sociali più complesse, per curarle, e guidarle al risultato migliore. La sfida più grande dev’essere abbattere le paure con la volontà di resistere, aggrapparsi a un’aula, una Lim, un tablet che potrebbe salvarci la vita. L’obiezione più frequente rimane quella della difficile sanificazione degli ambienti scolastici. Ci si impegnerà, si infittiranno i turni dei collaboratori, si lasceranno aperte le finestre a costo di beccarsi un sano raffreddore. I numeri sono ancora alti, è vero, ma la società sta reagendo bene. La scuola, anche a detta della politica, è il luogo più sicuro, e il problema dei trasporti non può diventare il pretesto per rimangiarsi le più sincere convinzioni. Questo rientro in presenza è già un successo, e gli stessi ragazzi, pur nella prospettiva di tornare imbavagliati e immobili l'hanno vissuto come tale. Così, sentirsi dire: «Prof, lunedì prossimo ci porta quel film da vedere sulla Lim?», è una sorta di rivoluzione copernicana, senza eguali. Come se il punto più basso dell'esperienza scolastica degli ultimi anni abbia generato naturalmente una consapevolezza nuova. Che la scuola sia per tutti il valore più importante.
*docente dell’IIS Michele Giua di Cagliari
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