Ritroviamoci in aula per scoprire insieme qual è la differenza
di Maria Antonietta Galizia*
Il primo febbraio del nuovo anno ha il sapore del primo giorno di scuola, sebbene intaccato da un senso di diffidente prudenza, o di genuina scaramanzia. Un giorno di “festa”? Senza dubbio così lo...
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Il primo febbraio del nuovo anno ha il sapore del primo giorno di scuola, sebbene intaccato da un senso di diffidente prudenza, o di genuina scaramanzia. Un giorno di “festa”? Senza dubbio così lo attendo. Un’attesa maturata in tanti mesi, pur consapevole dei rischi, del possibile sopraggiungere di ulteriori difficoltà, oltre a quelle che – sappiamo – toccheremo con mano da subito. Cosa attendo? Direi: a cosa tendo? Una relazione. La mia persona ha un impellente bisogno di vivere una relazione, non una connessione. L’aula di scuola non è automaticamente una garanzia; anche in presenza, infatti, ho due possibilità: verificare che funzioni la “connessione” audio-video degli alunni seduti davanti a me, oppure (ri)attivare una comunicazione fra persone. Ciò che attendo è di essere travolta dall’inquietudine di ragazzi che desiderino esprimere, anche nel silenzio di uno sguardo, il loro bisogno di mettere in comune un’esperienza. Un’esperienza che non li abbia lasciati passivi (in questo caso, ci sarebbe ben poca distinzione fra il libro di letteratura e tik tok), ma che abbia fatto scaturire la necessità di domandarsi per cosa valga la pena essere, ogni giorno.
Educare ha a che fare con questo. Ha a che fare con me, che sono una persona, non sono un ruolo; così anche per quanti incontrerò ogni giorno, studenti o colleghi. Attendo che in questo spazio-scuola ciascuno porti ciò che ha dentro di sé, altrimenti non sarà il luogo a fare la differenza, ma continuerà ad esserci uno schermo. Al monitor si sostituiranno facilmente altre “barriere”: il recupero del programma, un campo minato di verifiche scritte per assicurarci i voti “che non si sa mai”, la routine di adempimenti, cui badiamo con scrupolo e attenzione. Io desidero che quanto finora accaduto aiuti a sollecitare alla mia coscienza l’urgenza di dare un significato al perché di una lettura o di un esercizio di grammatica; che restituisca – o dia – alla parola “programmazione” il senso di uno sguardo che non si accontenti di fronte all’espletamento di un compito, alla chiusura di un bel modulo didattico entro i tempi previsti. Non cerco una soddisfazione: preferisco una sete e una fame che non si arrestino e che inseguano una corrispondenza, non una “verifica”.
Relazione è ciò che mi interessa, ciò che mi riguarda, che riguarda me, e che passa attraverso l’incontro con un altro. La DaD non è un mostro diabolico: ci ha offerto, anzi, opportunità didattiche che potranno essere efficacemente sfruttate; ha sicuramente avuto il merito di svelare, nuovamente, che solo una relazione costruisce. Il resto sono argomenti svolti o da svolgere, trascritti sul registro elettronico, che io sia seduta nel mio studio o davanti al Pc della scuola. Se qualcosa di me non è cambiato, se qualcosa di me non si dispone ancora al cambiamento, allora posso restare a casa; diversamente, potranno colorare la zona come riterranno opportuno, ma sarà senz’altro azzurro e luminoso, il cielo dentro l’aula.
* docente del Liceo Galilei di Macomer
Educare ha a che fare con questo. Ha a che fare con me, che sono una persona, non sono un ruolo; così anche per quanti incontrerò ogni giorno, studenti o colleghi. Attendo che in questo spazio-scuola ciascuno porti ciò che ha dentro di sé, altrimenti non sarà il luogo a fare la differenza, ma continuerà ad esserci uno schermo. Al monitor si sostituiranno facilmente altre “barriere”: il recupero del programma, un campo minato di verifiche scritte per assicurarci i voti “che non si sa mai”, la routine di adempimenti, cui badiamo con scrupolo e attenzione. Io desidero che quanto finora accaduto aiuti a sollecitare alla mia coscienza l’urgenza di dare un significato al perché di una lettura o di un esercizio di grammatica; che restituisca – o dia – alla parola “programmazione” il senso di uno sguardo che non si accontenti di fronte all’espletamento di un compito, alla chiusura di un bel modulo didattico entro i tempi previsti. Non cerco una soddisfazione: preferisco una sete e una fame che non si arrestino e che inseguano una corrispondenza, non una “verifica”.
Relazione è ciò che mi interessa, ciò che mi riguarda, che riguarda me, e che passa attraverso l’incontro con un altro. La DaD non è un mostro diabolico: ci ha offerto, anzi, opportunità didattiche che potranno essere efficacemente sfruttate; ha sicuramente avuto il merito di svelare, nuovamente, che solo una relazione costruisce. Il resto sono argomenti svolti o da svolgere, trascritti sul registro elettronico, che io sia seduta nel mio studio o davanti al Pc della scuola. Se qualcosa di me non è cambiato, se qualcosa di me non si dispone ancora al cambiamento, allora posso restare a casa; diversamente, potranno colorare la zona come riterranno opportuno, ma sarà senz’altro azzurro e luminoso, il cielo dentro l’aula.
* docente del Liceo Galilei di Macomer
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