Doppio trapianto di mani, l’impresa del chirurgo sardo
Paolo Sassu, 47 anni, ha coordinato 15 colleghi durante la complicata operazione. L’intervento è avvenuto in Svezia, a Goteborg, ed è durato poco più di 18 ore
SASSARI. Dopo un giorno la paziente era in già in grado di muovere le dita, tra 6 mesi riacquisterà una sensibilità quasi normale. Le mani che utilizzerà, però, non sono le sue. Lei le aveva perse anni prima ma per merito del chirurgo cagliaritano Paolo Sassu, potrà riutilizzarle anche dopo aver subito l’amputazione di entrambi gli arti.
Il professore sardo, infatti, ha ideato e coordinato un complicatissimo trapianto bilaterale di mani allo Sahlgrenska University Hospital di Goteborg, in Svezia, dove lavora dal 2012. Un intervento durato 18 ore in cui Sassu ha seguito passo dopo passo un equipe medica formata da 15 chirurghi e da una nutrita schiera di infermieri e anestesisti. Il “miracolo” chirurgico è avvenuto a dicembre e, a distanza di oltre un mese, si può ormai dire che tutto si sia concluso con un clamoroso successo, andato oltre anche quello che era stato previsto dalle proiezioni più rosee e ottimistiche.
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Il percorso. Paolo Sassu è diventato una celebrità in Svezia, al punto che televisioni e dai quotidiani se lo contendono per un’intervista. Una fama comprensibile, Sassu ha compiuto un’impresa straordinaria insieme alle sua equipe, la prima di questo tipo in Nord Europa. E come ogni successo, il primo passo è stata la programmazione. Lo specialista 47enne aveva già stupito il mondo dopo essere stato il primo, insieme al collega Richard Brånemark, ad impiantare una mano bionica su una paziente che attendeva da 17 anni una soluzione ad un intervento chirurgico che l’aveva portata a perdere la mano e parte dell’avambraccio. Questa volta l’attesa è stata minore: «Otto anni fa la paziente aveva perso entrambe le mani a causa di una sepsi, un’infezione gravissima che aveva bloccato la circolazione sanguigna mandando in necrosi entrambi gli arti – racconta il luminare sardo –. L’unica soluzione in grado di salvarle la vita era l’amputazione». Una volta fuori pericolo, la donna ha iniziato ad utilizzate le protesi biomeccaniche, con scarsi risultati. Il motivo era dettato dalla difficoltà di adattamento dopo la doppia amputazione. Ma c’erano anche motivi pratici: lavarsi era impossibile, come stringere piccoli oggetti. C’era però ancora una speranza: «Quando ha scoperto cosa facevamo, ci ha contattati – ricorda Sassu – e si è proposta come una candidata per l’operazione. Il trapianto bilaterale di mani non è una novità, ma noi siamo gli unici al mondo a lavorare sia con le protesi bioniche sia con i trapianti. Lei era una paziente molto promettente ed è entrata in lista d’attesa. Mentre aspettava un donatore compatibile, si è allenata con la realtà virtuale in modo da riprendere un minimo di dimestichezza con gli arti. Dopo l’intervento abbiamo scoperto che questo tipo di preparazione è stata fondamentale». Lei prendeva confidenza con movimenti ormai dimenticati e l’equipe del professor Sassu studiava ogni protocollo dell’operazione, ogni passaggio e ogni possibile controindicazione. Comprese quelle legali: «Abbiamo chiesto informazioni anche alla polizia, la nostra paziente avrebbe potuto avere presto impronte digitali non corrispondenti». Poi, lo scorso dicembre, Sassu si è concesso un piccolo periodo di vacanza: «Ero in Italia quando è stata trovata una donatrice compatibile. Un’impresa complicata. Anche in questo caso si segue il protocollo delle donazioni d’organi, dove è fondamentale la compatibilità del gruppo sanguigno ma, a differenza degli organi interni, deve tenere conto anche di alcuni fattori estetici come l’età del donatore, la carnagione e le dimensioni della mano. Quando ci siamo accorti che era tutto a posto, sono rientrato subito in Svezia. Avevamo appena 24 ore per completare l’intervento».
L’intervento. L’equipe del professor Sassu ha lavorato in stretta connessione, perché l’espianto dalla donatrice e l’impianto nella paziente deve essere simultaneo e precisissimo. I chirurghi devono collegare alla perfezione ossa, muscoli, vene, tendini e nervi. Un lavoro impressionate che ha portato a un risultato eccellente: «Tutto è andato come avevamo pianificato – aggiunge Paolo Sassu –. C’è stato anche un imprevisto con un’arteria che si era bloccata. Una volta riattivata la circolazione, abbiamo concluso». Alle sette del mattino, dopo 18 ore di intervento, la paziente aveva nuovamente le mani: «Ora continua a fare la riabilitazione qua in ospedale ed è felicissima, per lei è stata una rivoluzione. Ora riacquisterà la sensibilità e presto potrà contare su due arti che le permetteranno di vivere normalmente. Certo, non sarà mai come prima ma ci andrà molto vicino». Dietro al successo dell’operazione coordinata da Sassu ci sono ovviamente le sue grandissime capacità ma anche la competenza dei colleghi che lo hanno affiancato in un percorso complicatissimo. Ma non solo: «Se siamo riusciti a raggiungere questo risultato il merito è anche della professoressa Palmina Petruzzo, dell’Università di Cagliari. Lei è stata la mia insegnate ai tempi dell’università ma mi ha aiutato anche nella preparazione di questo intervento. Lei è un’autorità internazionale nel campo dei trapianti e la sua vicinanza mi è stata di grande conforto». I prossimi passi di Paolo Sassu, invece, sono già definiti: «Il mio obiettivo è continuare su questa strada, migliorando dove possibile e perfezionando questo tipo di interventi».
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