Coronavirus, il direttore di Malattie Infettive a Sassari: «Da un anno nell’inferno e l’uscita è ancora lontana»

Sergio Babudieri: vietato illudersi, i segnali non sono buoni. Sulle scuole riaperte: «I ragazzi rispettino le regole o il virus ne approfitterà»

SASSARI. Più che eroi i medici si sentono soldati stanchi. «E arrabbiati». Perché stare sul fronte covid da quasi un anno è logorante. «Un giovane del mio staff – dice Sergio Babudieri, direttore di Malattie Infettive dell’Aou di Sassari – proprio nei giorni scorsi mi ha detto: mi è morto un paziente davanti agli occhi. La sera mi sono addormentato pensando a quel paziente. La notte ho sognato ancora quell’uomo che moriva». La pandemia è un wireless al quale si resta connessi sempre, anche quando si chiudono le palpebre.

«Il termine eroi francamente ha rotto anche le scatole. Perché ormai abbiamo capito che le cose là fuori funzionano in questo modo: noi in questo inferno, con le tute che ti tolgono il fiato, tra decine di persone che lottano per non morire, e gli altri là fuori che se ne fregano. Tanto ci sono gli eroi a salvare il mondo. No, non è così. O si combatte tutti o non se n’esce». Ci pensa un attimo: «Chi si illude che in estate sarà tutto finito, è probabile che resti deluso. Mi auguro tanto di sbagliarmi. Ma i segnali non sono buoni. Gli altri paesi covid free, tipo la Cina, che si pensava avessero debellato il virus, ora sono alle prese con ondate di ritorno. Non si è mai vista, nella storia, una pandemia così ubiqua, che non ha risparmiato alcuna latitudine».


Per l’Italia sarà un mese cruciale, e in ballo c’è una porzione sostanziosa di destino. Sono state riaperte le scuole superiori con le lezioni in presenza, ed è in pieno svolgimento la campagna di vaccinazioni. «In verità le due cose non vanno affatto d’accordo. I vaccini funzioneranno se la circolazione del virus è bassa. Più si diffonde e più c’è la possibilità che muti. Il che non mi spaventa più di tanto. Infatti si può tranquillamente intervenire ritarando il farmaco. In pratica il vaccino è proprio come un antivirus del pc, che è possibile aggiornare periodicamente a seconda delle nuove minacce. A me preoccupa un dato di fatto: a ottobre sono riprese le lezioni, e a novembre abbiamo registrato il picco dei contagi. Dicono che le scuole siano un luogo sicuro, dove si rispettano regole e distanziamento, e dove la diffusione virale sia trascurabile. Questo potrebbe essere vero se le regole si rispettassero sempre, ma non sono così convinto che sia così. Però ciò che mi preoccupa ancora di più è il messaggio che si dà riaprendo le scuole, perché agli occhi dei ragazzi equivale a un “liberi tutti”. E quando la percezione delle regole si fa più blanda, allora anche i comportamenti diventano meno responsabili. Non vorrei che si perdesse di vista la portata del fenomeno: abbiamo superato il numero dei morti della seconda guerra mondiale, solo che in questo caso le bombe non si vedono. E alle mamme che obiettano: sì, ma i ragazzi hanno l’esigenza di andare a scuola, a me viene da rispondere: ok, ma se ci fossero i bombardamenti, siete sicure che non terreste al sicuro i vostri figli e li mandereste comunque a scuola?».



Tra le tante fesserie che si sentono c’è quella che i bambini siano vettori meno pericolosi, perché portatori di una carica virale bassa: «Partiamo da una considerazione: chiunque prenda il covid, a prescindere dall’età, nei primi giorni è una bomba virale, sia che abbia 5 anni, sia che ne abbia 18. Se il bimbo asintomatico torna a casa, e lì ad aspettarlo c’è il nonno, quest’ultimo purtroppo è fregato. Bisognerebbe stare attentissimi proprio ai primi segnali, cioè allo starnuto, al brividino, al mal di testa. In queste situazioni c’è un’altissima probabilità di essere una micidiale fonte di contagio, perché il virus è ancora in alto, nelle viee aeree, e non si è ancora evoluto nelle altre complicanze, come la polmonite. Ora tutti sono lì a misurare con il saturimetro, ma quando arriva a questo stadio e si manifesta con problemi respiratori, la carica virale è già diminuita. Bisognerebbe preoccuparsi altrettanto delle prime avvisaglie. Soprattutto in questo periodo nel quale, se ci si fa caso, le altre forme influenzali sono completamente scomparse. È bastato l’uso della mascherina, un minimo di distanziamento, per far in modo che nessuno si beccasse la solita influenza di stagione. E questo fa capire quanto sia più aggressivo il Covid, rispetto alle altre forme influenzali, e con quale nemico dobbiamo combattere».

Durante il primo lockdown i focolai erano molto circoscritti e individuabili. Case per anziani, rsa, reparti di ospedale. Dopo l’estate scellerata in Costa, il virus ha lasciato gli spazi chiusi e ha cominciato a girare. Gli anziani, nelle terapie intensive, si sono ritrovati a fianco i loro figli e nipoti. Ora il covid è dappertutto, intragenerazionale e sempre più invisibile. La speranza, naturalmente, è riposta nei vaccini. «La somministrazione purtroppo ha ancora un ritmo lento, perché c’è la disponibilità di poche dosi. In questa fase, chi viene vaccinato, non è coperto dal rischio contagio, ma lo sarà completamente solo dopo il secondo richiamo. Ecco perché noi medici continuiamo a osservare le stesse precauzioni e ci sottoponiamo una volta alla settimana al test del tampone. Si può sviluppare solo una piccola immunità al virus. Invece non ci sono stati casi di secondo contagio: chi ha già passato il covid 19 non si è ammalato di nuovo. Il che significa che ha sviluppato un numero sufficiente di anticorpi da renderlo immune».

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