«Me l’hanno strappata via rivoglio la mia bambina»

Il dolore di una mamma: la piccola è stata affidata al padre e vive a Viterbo Lei può vederla ogni 15 giorni e mai da sola. Ma col Covid gli incontri sono saltati

ORISTANO. Anche guardandola dal di fuori, in questa storia c’è il rischio di perdersi cercando la verità. Di restare disorientati in mezzo ai dubbi che inevitabilmente vengono. E poi quale verità cercare? Quella delle aule di giustizia? Quella che raccontano le persone che si scontrano da anni? O, posto che esista, bisogna andare a caccia della verità assoluta? Sono concetti da trattato di filosofia; argomenti troppo elevati perché una bambina, che compirà 6 anni a luglio, possa solo intuirne il significato. Come avviene per quasi tutti i bimbi di quell’età, anche lei vive solo il presente. È un oggi determinato dai giudici che hanno stabilito che la piccola debba stare a Viterbo col padre e che possa vedere la madre, che invece abita nel suo paese natale in Marmilla, solamente a settimane alterne. Di sabato, in una struttura dalla quale madre e figlia non possono uscire, con un’altra persona presente agli incontri che – questo stabilisce il tribunale laziale – devono durare dalle 10 del mattino alle 6 del pomeriggio.

Poi ci si è messo di mezzo il covid e gli incontri sono diventati ancora più difficili. Persino riuscire a parlarsi o vedersi via internet è un problema, così quel diritto alla bigenitorialità, che deve sempre essere garantito a meno di comportamenti particolarmente gravi da parte di uno dei genitori, sembra essersi perso. Un po’ come si rischia di perdersi nelle strade tortuose che la vicenda ha imboccato sin dai mesi successivi alla nascita della bambina che viene alla luce proprio a Viterbo, dove la madre sarda e il padre laziale si erano sposati e vivevano assieme.

Cosa davvero accada in quei mesi, lo possono sapere solo loro due. Chi guarda da fuori può ricostruire questa storia fatta di dubbi che affiorano di continuo, solo con gli atti che si rincorrono tra commissariati di polizia, caserme dei carabinieri, servizi sociali, psicologi e tribunali. E infatti non è un normale caso di contrasti tra coniugi e di separazione turbolenta come ce ne sono tanti. È un caso che esplode in tutta la sua stranezza e la sua durezza una mattina di luglio del 2018 nel paese della Marmilla dove madre e figlia si erano trasferite, per andare a vivere nella casa dei nonni materni della piccola, dopo avere lasciato Viterbo circa due anni prima. Tornando con la mente a quei mesi del 2016 la mamma dice: «Sono scappata da lì e ho portato con me mia figlia di 8 mesi. Sono andata via accompagnata dalla polizia perché avevo appena denunciato una situazione di violenze che avevano reso impossibile anche solo pensare di stare ancora in quella casa». Insomma, la donna fugge con la bambina e si lascia dietro una denuncia contro il marito. Lo accusa di maltrattamenti, ma quella querela va incontro a una richiesta di archiviazione contro la quale è stata fatta opposizione. L’indagine è tutt’ora aperta in attesa di una decisione.

In mezzo però ci sono una serie di episodi a partire dal 2017, quando la causa di separazione si chiude con la decisione di affido congiunto della piccola che deve vivere con la madre in Sardegna. Il padre, che viaggia per venire a vedere la figlia, chiede poi la modifica del collocamento e la giudice di Viterbo si affida a una consulenza per valutare la capacità di entrambi i genitori di mantenere con sé la figlia. Le cose iniziano a cambiare prima ancora che il procedimento sia definito nella sua interezza, perché la consulente suggerisce che la bigenitorialità può essere garantita meglio se la bimba dimora col padre a Viterbo. A dicembre 2017 la giudice, che emetterà la sentenza diversi mesi dopo, dà un ultimatum e, con un’ordinanza, obbliga la madre a trasferirsi entro 15 giorni a Viterbo. Dice anche che in quelle due settimane deve trovare lavoro. È una missione pressoché impossibile, così il sindaco e i servizi sociali del paese in cui la madre vive tentano una mediazione che ha l’effetto di posticipare la partenza a febbraio 2018.

Nel frattempo le udienze saltano – alcuni rinvii sono figli dell’impedimento dell’avvocato della controparte che non poteva raggiungere Viterbo da Roma – mentre la mamma è costretta a stare a Viterbo senza però certezze economiche. Quando i soldi finiscono decide di farsi ospitare a Caserta da amici di famiglia: «Ero sul lastrico, non avevo alternative, ma non ho mai impedito al padre di vedere nostra figlia. Eravamo ad appena due ore di macchina», dice. Ed è allora che scatta la denuncia per sottrazione di minore.

La bimba nel frattempo viene controllata dai servizi sociali del paese che però non riscontrano problemi. Allora, in seguito a una denuncia del padre, la giudice chiama in causa gli psicologi dell’Assl chiamati a valutare se la madre fosse idonea a tenere con sé la bimba. Quando il dirigente del Centro di Salute Mentale dell’Assl di Oristano comunica a sua volta che la piccola sta benissimo, le denunce nei confronti di coloro che in Sardegna hanno fatto le verifiche si moltiplicano: il padre li accusa di aver per lo meno addomesticato le consulenze e gli esiti di queste.

Di quelle denunce alcune vengono archiviate, di altre nulla più si sa. Invece tutto il resto diventa pubblico il 3 luglio 2018. A casa della madre arrivano i carabinieri che devono eseguire un provvedimento del tribunale di Viterbo che la obbliga a lasciar andare la figlia. Resisterà per ore con la piccola in braccio, poi verso le 5 del pomeriggio, durante un attimo di cedimento, i militari riusciranno a prendere la bimba che di sera lascerà la Sardegna in aereo assieme al babbo. Da allora la madre la vede solo in quella stanzetta di un istituto. Quando può, quando le finanze domestiche consentono il viaggio fino a Viterbo, che con il covid è ancora più lontana.

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