La storia di Alice, da vittima a testimonial: «Ragazzi, ribellatevi ai bulli»

Per cinque anni perseguitata ed emarginata, poi ha trovato la forza di parlare: «Il fenomeno è in aumento, il Covid ha accentuato i comportamenti aggressivi»

SASSARI. Racconta che le bastano uno sguardo o una parola per riconoscere un bullo o una vittima di bullismo, dice che in questi anni ha imparato a stare alla larga dai narcisisti e dalle persone aggressive mentre ha sviluppato un istinto di protezione fortissimo verso i più deboli, anche quando non ammettono di esserlo. «Non lo fanno per paura, per vergogna. Si chiudono e muoiono dentro. È successo anche a me, quando vado nelle scuole e ascoltano la mia storia ci si specchiano, allora si aprono, perché si sentono meno soli». E ogni volta che accade, Alice Masala prova la stessa bellissima sensazione: «Essere utile, dare una mano a chi è in difficoltà e non vede via d’uscita. Perché è bersagliato dai bulli e allora sta rintanato dentro la sua bolla di solitudine. Sino a quando non riesce a romperla e a saltar fuori: a me è andata così, è stata una liberazione».

Alice è una bella ragazza sassarese di 21 anni, studia Scienze Infermieristiche e riesce a parlare con serenità di quella parte importante della sua vita: cinque anni, dai 12 ai 17, vissuti da bullizzata, emarginata, sola. L’aggressività, la violenza senza senso l’ha provata sulla sua pelle da ragazzina, ed erano altri ragazzini a tormentarla. «Tanti purtroppo godono nel vedere gli altri soffrire. Il fenomeno è sempre più diffuso, l’aggressività è aumentata durante la pandemia. Ho visto quello che è successo ad Arzachena a quel povero clochard. Mi ha fatto tanta pena e ho provato rabbia verso quelli che lo hanno picchiato e umiliato: ma non mi stupisce che accadano certe cose. I ragazzi sono come animali in gabbia».

Alice con Luca Pagliari, giornalista e ideatore della campagna contro bullismo e cyberbullismo


Lockdown e violenza. Alice Masala capovolge la prospettiva. Lei, ex vittima del branco, si mette nei panni dei bulli. «Quasi sempre chi fa il bullo ha sofferto a sua volta, è stato discriminato o non si è sentito accettato. E la sua è la reazione peggiore: invece di condannare certi comportamenti, li mette in pratica. Con l’obiettivo di vendicarsi ma anche di sentirsi accettato, omologato in un gruppo di persone. La pandemia, il lockdown prima e le restrizioni che ci sono ancora, hanno peggiorato una situazione già difficile. Le misure attuate dal governo con il nobile obiettivo di proteggerci e tutelare la nostra salute, hanno avuto conseguenze pesantissime sui più giovani. A 14-16 anni sei adrenalina pura, sei un insieme di sentimenti ed emozioni contrastanti, si sta formando la tua personalità».

«La scuola, lo sport, gli amici sono la valvola di sfogo, il modo per fare uscire l’energia, per incanalarla nella maniera giusta, positiva. Invece il ragazzino o la ragazzina chiuso in casa, che non parla se non attraverso chat con gli amici, che non ha il confronto quotidiano con gli insegnanti e non corre dietro a una palla o non danza in palestra, è come un pentolone che ribolle. Soprattutto se ha un animo fragile o, peggio ancora, problematico, se in casa ha una situazione difficile, se si sente come prigioniero».

In qualche modo, dice Alice, questa energia repressa i ragazzini la devono tirare fuori. «E tanti lo fanno con la violenza, sfogano la loro rabbia, la loro frustrazione. Se la prendono con i più deboli, fanno branco e diventano cattivi. Per loro e per tutti l’unica speranza è tornare a una pseudo normalità». Un primo passo è stato fatto: «Sono riprese le lezioni in presenza a scuola – dice Alice Masala – ed è importante, perché la didattica a distanza accentua le situazioni critiche e limita la possibilità di confrontarsi con modelli positivi».

L’incubo e la rinascita. Il buio è durato 5 anni, lei l’ha vissuto nella sua stanza, con le cuffiette nelle orecchie, in silenzio. Alice era in seconda media quando hanno iniziato a girare le prime voci su di lei. Dicevano che era una tipa facile, la chiamavano “servetta” «si inventavano che mandavo messaggi a tanti ragazzi facendo proposte». Quando arrivava a scuola intorno a lei si creava il vuoto e c’era chi le urlava “puttana, meglio che muori”.

E lei, che morta dentro si sentiva già, tirava dritto, a testa bassa. «Ho sperato che finisse quando ho cambiato scuola, dalle Medie alle Superiori. Ma niente, mi sono portata dietro quella fama e quei messaggi di insulti: inondavano le chat, a mandarli erano circa 40 persone, età media 14-15 anni». Alice di anni ne aveva 17 quando ha rotto la sua bolla di dolore e solitudine. «Era il 12 febbraio 2016, a Sassari ho partecipato con la scuola a un evento sul bullismo in teatro. Ho sentito una storia, mi sono rivista in quella ragazza. All’uscita ho scritto un messaggio lunghissimo al giornalista che era sul palco. Da quel momento ho rivisto la luce».

Quel giornalista era Luca Pagliari, che da anni gira in tutta Italia con le sue campagne informative contro bullismo e cyberbullismo. Quando ha letto il messaggio di Alice l’ha chiamata. E la sua storia è diventata un docufilm, “Dodicidue” come la data del loro incontro. «Lui mi ha dato la forza di venirne fuori – ricorda Alice – e di parlare del mio problema con mia mamma, con la mia famiglia. Chi sta zitto è perduto, aprirsi è l’unica arma». Oggi, giornata mondiale contro il cyberbullismo, che segue di 48 ore quella contro il bullismo, Alice e le altre ex vittime, insieme a Luca Pagliari e agli esperti della polizia postale, cercheranno di fare capire a chi è finito nella trappola dei bulli che non deve sentirsi solo. L’iniziativa si chiama #cuoriconnessi e vuole cancellare la barriera della vergogna, del silenzio che ti svuota dentro e che può anche uccidere.
 

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