«Anche chi chiede giustizia ha alimentato l’omertà»
di Enrico Carta
Duro atto d’accusa: il caso non è chiuso, ma ci siamo scontrati contro un muro
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ORISTANO. «Noi abbiamo fatto e continuiamo a fare il nostro lavoro al meglio, ma ci siamo scontrati contro un muro di omertà». E contro i muri o si trova una strada alternativa, posto che ci sia, oppure ci si scontra senza arrivare a destinazione. Le parole sono del procuratore della Repubblica del tribunale di Oristano, Ezio Domenico Basso. E sono una risposta a chi in questi giorni da Sorgono, il cui territorio ricade tra le competenze del tribunale oristanese, ha lanciato un appello o forse l’ultimo disperato grido, affinché salti fuori la verità sull’omicidio del gioielliere di Sorgono, Giuseppe Manca che morì soffocato dopo una rapina avvenuta nella sua casa la sera del 6 febbraio 2017. Sabato scorso, quarto anniversario dell’assassinio, Maria Murgia, zia della vittima, si è piazzata davanti alla palazzina in cui il nipote abitava. In cui aveva anche la sua attività commerciale. In cui fu ucciso. Ha issato uno striscione con la data di sabato e le frase «Giustizia per Giuseppe». Poi ha chiesto alla procura di impegnarsi per evitare che l’inchiesta venga archiviata senza che siano stati scoperti i colpevoli – ad agire, secondo i riscontri degli inquirenti coordinati dal sostituto procuratore Armando Mammone, titolare dell’inchiesta, furono almeno due rapinatori –. Ha ricordato che non le resta troppo tempo da vivere, visto che ha 84 anni, e che non vuole che il dolore per la perdita dell’amato nipote la accompagni sino all’ultimo respiro.
Chiede giustizia e la giustizia a lei risponde, ricordandole come i tentativi fatti siano stati tanti e tutti quelli possibili per le umane capacità, «ma non sempre alla soluzione di un omicidio si può arrivare solo con le prove e gli elementi raccolti sul luogo del delitto – dice il procuratore –. Dell’inchiesta non posso svelare particolari, ma posso certamente dire che non è stata archiviata, che noi abbiamo fatto sin qui tutto quello che potevamo e non abbiamo intenzione di fermarci di fronte a un crimine del genere rimasto senza colpevoli».
Questa è probabilmente la parte di dichiarazione più scontata, ma Ezio Domenico Basso non si ferma. Le successive parole somigliano molto a un ribaltamento dei ruoli. Chi chiede aiuto, è anche chiamato a darlo, se può, e quindi vengono chiamati in causa gli stessi familiari della vittima e l’intero paese: «Sono passati quattro anni dall’omicidio e, dopo così tanto tempo, ci si chiede di non archiviare il caso, cosa che peraltro non abbiamo fatto. In tutto questo periodo nessuno dei parenti, compresa la zia che giustamente reclama giustizia, è stata in grado di darci un elemento che potesse aiutarci a orientare l’indagine verso la giusta direzione. La procura e i carabinieri da noi coordinati non hanno dimenticato di raccogliere tutto quanto era possibile sulla scena del crimine e non solo, ma da Sorgono non ci è giunto un solo segnale di aiuto, una parola che potesse dare la svolta all’inchiesta. Anche noi abbiamo il diritto di reclamare un aiuto da parte della comunità».
Di più. «Di fronte a noi – prosegue il magistrato – abbiamo trovato un muro di omertà che gli stessi, che ora chiedono a gran voce giustizia, hanno contribuito ad alimentare. Sono in Sardegna da cinque anni e le dinamiche di questo delitto sono molto simili a quelle degli omicidi da muretto a secco, dove il primo vero problema, per chi indaga e ha pochi elementi sui quali basarsi, è che chi sa qualcosa non parla. E questo, mi duole dirlo, è un discorso che vale anche per i parenti della vittima. È una cosa demoralizzante. È un omicidio commesso in pieno centro, con modalità che lasciano intendere che chi ha agito sapesse bene chi andare a colpire e come andare a colpire». Per poi lasciare dietro di sé Giuseppe Manca, legato e imbavagliato. Bende talmente strette che gli impedirono di liberarsi e infine di respirare.
Chiede giustizia e la giustizia a lei risponde, ricordandole come i tentativi fatti siano stati tanti e tutti quelli possibili per le umane capacità, «ma non sempre alla soluzione di un omicidio si può arrivare solo con le prove e gli elementi raccolti sul luogo del delitto – dice il procuratore –. Dell’inchiesta non posso svelare particolari, ma posso certamente dire che non è stata archiviata, che noi abbiamo fatto sin qui tutto quello che potevamo e non abbiamo intenzione di fermarci di fronte a un crimine del genere rimasto senza colpevoli».
Questa è probabilmente la parte di dichiarazione più scontata, ma Ezio Domenico Basso non si ferma. Le successive parole somigliano molto a un ribaltamento dei ruoli. Chi chiede aiuto, è anche chiamato a darlo, se può, e quindi vengono chiamati in causa gli stessi familiari della vittima e l’intero paese: «Sono passati quattro anni dall’omicidio e, dopo così tanto tempo, ci si chiede di non archiviare il caso, cosa che peraltro non abbiamo fatto. In tutto questo periodo nessuno dei parenti, compresa la zia che giustamente reclama giustizia, è stata in grado di darci un elemento che potesse aiutarci a orientare l’indagine verso la giusta direzione. La procura e i carabinieri da noi coordinati non hanno dimenticato di raccogliere tutto quanto era possibile sulla scena del crimine e non solo, ma da Sorgono non ci è giunto un solo segnale di aiuto, una parola che potesse dare la svolta all’inchiesta. Anche noi abbiamo il diritto di reclamare un aiuto da parte della comunità».
Di più. «Di fronte a noi – prosegue il magistrato – abbiamo trovato un muro di omertà che gli stessi, che ora chiedono a gran voce giustizia, hanno contribuito ad alimentare. Sono in Sardegna da cinque anni e le dinamiche di questo delitto sono molto simili a quelle degli omicidi da muretto a secco, dove il primo vero problema, per chi indaga e ha pochi elementi sui quali basarsi, è che chi sa qualcosa non parla. E questo, mi duole dirlo, è un discorso che vale anche per i parenti della vittima. È una cosa demoralizzante. È un omicidio commesso in pieno centro, con modalità che lasciano intendere che chi ha agito sapesse bene chi andare a colpire e come andare a colpire». Per poi lasciare dietro di sé Giuseppe Manca, legato e imbavagliato. Bende talmente strette che gli impedirono di liberarsi e infine di respirare.
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