Plasma, arma antivirus difficile da usare
Nell’isola più di 24mila guariti: sono potenziali donatori, ma somministrare la cura è problematico
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SASSARI. In Sardegna sono più di 24mila le persone guarite dal Covid. Teoricamente si tratta di persone che hanno sviluppato gli anticorpi contro il virus e il cui plasma potrebbe essere utile a altri pazienti che attraversano la fase acuta per superare le difficoltà e guarire. Ma cosa può fare chi ha superato il Covid per mettere a disposizione il proprio plasma? Nelle banche del sangue dei sistemi regionali italiani sono attualmente disponibili 6.094 subunità di plasma iperimmune raccolto da 189 servizi trasfusionali distribuiti su tutto il territorio nazionale. «Complessivamente in Italia - spiega il Centro nazionale sangue - sono state prodotte 15.997 sub-unità di plasma iperimmune donato da 14.450 donatori guariti dal Covid-19 e ne sono state trasfuse 9.543».
I Centri trasfusionali sono quindi l’interlocutore principale. Ma non esiste ancora un sistema diffuso di somministrazione del plasma iperimmune ai malati di Covid. «Non è tanto una questione di efficacia del trattamento, quanto di fattibilità - spiega Sergio Babudieri, direttore di Malattie infettive dell’Aou di Sassari -. Il plasma iperimmune dovrebbe essere efficace in un numero ristretto di giorni, nella prima fase della malattia. Si tratta quindi di fare una somministrazione in endovena nei primi 3 o 4 giorni. Dovremmo metterci a fare infusioni a un numero imprecisato di pazienti nel momento di massima carica virale. Chi le può fare?». Complicato per un qualsiasi sistema sanitario: infatti, in tutta Italia, le somministrazioni sono state meno di 10mila. Inoltre la sperimentazione non è completa: «Sul plasma ci sono sinora indicazioni di tipo anedottico, episodi su singoli pazienti, seppure con risultati straordinaria. In questi casi si parte da risultati di tipo anedottico per mettere in piedi studi clinici più vasti. Quando è stato fatto i risultati non sono stati omogenei e quindi non è stata dimostrata scientificamente l'efficacia».
Ora ci sono gli anticorpi monoclonali, ovvero anticorpi prodotti in laboratorio, che hanno ricevuto il via libera proprio nei giorni scorsi. «Siamo all’alba di una grande cosa - dice ancora Babudieri -. da tutto questo viene un messaggio positivo: le biotecnologie hanno prodotto dei vaccini meravigliosi in tempi brevissimi e stanno producendo gli anticorpi monoclonali». La scienza ci tirerà fuori da questo pasticcio. (r.pe.)
I Centri trasfusionali sono quindi l’interlocutore principale. Ma non esiste ancora un sistema diffuso di somministrazione del plasma iperimmune ai malati di Covid. «Non è tanto una questione di efficacia del trattamento, quanto di fattibilità - spiega Sergio Babudieri, direttore di Malattie infettive dell’Aou di Sassari -. Il plasma iperimmune dovrebbe essere efficace in un numero ristretto di giorni, nella prima fase della malattia. Si tratta quindi di fare una somministrazione in endovena nei primi 3 o 4 giorni. Dovremmo metterci a fare infusioni a un numero imprecisato di pazienti nel momento di massima carica virale. Chi le può fare?». Complicato per un qualsiasi sistema sanitario: infatti, in tutta Italia, le somministrazioni sono state meno di 10mila. Inoltre la sperimentazione non è completa: «Sul plasma ci sono sinora indicazioni di tipo anedottico, episodi su singoli pazienti, seppure con risultati straordinaria. In questi casi si parte da risultati di tipo anedottico per mettere in piedi studi clinici più vasti. Quando è stato fatto i risultati non sono stati omogenei e quindi non è stata dimostrata scientificamente l'efficacia».
Ora ci sono gli anticorpi monoclonali, ovvero anticorpi prodotti in laboratorio, che hanno ricevuto il via libera proprio nei giorni scorsi. «Siamo all’alba di una grande cosa - dice ancora Babudieri -. da tutto questo viene un messaggio positivo: le biotecnologie hanno prodotto dei vaccini meravigliosi in tempi brevissimi e stanno producendo gli anticorpi monoclonali». La scienza ci tirerà fuori da questo pasticcio. (r.pe.)
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