La Nuova Sardegna

Bulli si diventa a 10 anni ed è allarme ragazzine

di Silvia Sanna
Bulli si diventa a 10 anni ed è allarme ragazzine

Indagine Eurispes nelle scuole. Sotto accusa anche i genitori “distratti”

3 MINUTI DI LETTURA





SASSARI. L’età di bulli e bulle si abbassa, esattamente come cala l’età in cui si riceve il primo smartphone: al momento è il regalo più gettonato per la Prima Comunione, quindi tra 9 e 10 anni, ma non è escluso che a breve sarà il dono richiesto per salutare l’esordio alla scuola elementare. Altro che astuccio con pastelli e gomme profumate. La tecnologia corre velocissima e se è impossibile – oltre che sbagliato – cercare di fermarla, si può però fare in modo di tamponarne gli effetti negativi sui più piccoli: bambini e ragazzini nativi digitali che si approcciano con disinvoltura e leggerezza ai social e finiscono per rimanerne intrappolati. Bullismo e cyberbullismo sono fenomeni in crescita che fanno paura. Soprattutto perché la maggior parte degli episodi non viene alla luce, sepolti dalle stesse vittime sotto una coltre di vergogna e umiliazione: i ragazzini che parlano e chiedono aiuto sono una minima percentuale rispetto a quelli che soffrono in silenzio. Sono terrorizzati, perché il bullo che li perseguita sa essere molto vendicativo: l’altro aspetto che emerge è proprio l’aumento della cattiveria, la voglia di provocare dolore fisico e morale alla vittima. E sorprende che a godere della sofferenza altrui siano spesso bambine non ancora ragazzine: le bulle sono in aumento e, dicono gli esperti, ancora più pericolose dei coetanei maschi.

[[atex:gelocal:la-nuova-sardegna:site:1.39922465:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.lanuovasardegna.it/image/contentid/policy:1.39922465:1654532046/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

L’indagine nelle scuole. L’elemento in comune tra vittime e persecutori, il luogo in cui si incontrano, è la scuola. Poi il loro rapporto si sposta all’esterno e nella maggior parte dei casi esplode nella rete, tra social e chat. Ma il punto di partenza è la scuola. Per questo l’indagine sul cyberbullismo realizzata dall’Eurispes e presentata ieri si concentra sulle scuole dell’isola: 109 istituti, tra superiori di primo grado (ex Medie) e Superiori di secondo grado, protagonisti alunni dagli 11 ai 18 anni, i loro genitori e i docenti. A tutti è stato mandato un questionario, l’obiettivo è scavare nel silenzio e fare emergere difficoltà di comunicazione, soprattutto in ambito familiare, che creano disagio. L’indagine vuole suonare la sveglia ai genitori distratti, un po’ perché anche loro schiavi di internet e dei social, un po’ perché restii ad ammettere che il proprio figlio o figlia sia un bullo che perseguita i più deboli.

I casi in Procura. Il faldone di fascicoli lievita e sulla maggior parte sono modelli “Mni”: «Significa minori non imputabili, perché i protagonisti hanno meno di 14 anni e la maggior parte sono femmine. Per questo mi sento di dire che l’esito dell’indagine alle scuole medie sarà drammatico, proprio perché l’età dei bulli si è abbassata notevolmente». E infatti proprio nelle scuole medie si concentra l’attività di informazione e prevenzione, ha spiegato la procuratrice del Tribunale dei minori a Sassari Luisella Fenu: «Quando andavo nelle scuole e mettevo i ragazzini di fronte alla sfilza di reati commessi, cadevano dalle nuvole. Il bullo non pensa alle conseguenze delle sue azioni, non si pone il problema. Anzi, spesso non mi prendono sul serio. Solo quando illustro i capi d’imputazione collegandoli a fatti realmente accaduti, allora stanno attenti. E anche ai ragazzini delle Medie, non imputabili, spiego che in caso di comportamenti irregolari attiviamo le procedure amministrative. Purtroppo da noi arriva solo una minima parte dei casi: il fenomeno è molto più diffuso. Dalle scuole le segnalazioni sono poche: i docenti spesso non sanno come comportarsi, non sanno che cosa possono riferire all’autorità giudiziaria. Dico a loro che l’importante è segnalare, poi si vedrà il da farsi».

Poche segnalazioni anche alla Polizia postale, come ha spiegato il dirigente regionale Francesco Greco: «Gli stessi insegnanti ci dicono di non essere in grado di intercettare determinate situazioni, perché i ragazzi la maggior parte del tempo lo trascorrono a casa. Per questo noi organizziamo incontri con i genitori, o meglio ci proviamo, perché sono pochissimi quelli che accolgono l’invito. Troppi si nascondono, sino a quando il problema gli esplode in faccia. E allora fa male davvero.


 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il raid

Undici furgoni a fuoco nella notte: attentato contro un’azienda logistica del sud Sardegna – Le indagini

Le nostre iniziative