I processi di raffinazione saranno tutti ridefiniti
Impianti analoghi a quello di Saras stanno nascendo in diverse aree industriali Ma passeranno ancora decenni prima che le tecnologie siano tutte affidabili
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CAGLIARI. Nel 2023 in Valcamonica prenderà vita il progetto della prima “Hydrogen valley” nel nostro paese, con i treni delle Ferrovie Nord Lombarde alimentati a idrogeno. Un progetto piccolo e locale, di cui un giorno, forse, importeremo le motrici. Il settore dei trasporti è quello insieme alla raffinazione dove la scommessa idrogeno ha raggiunto le poste più elevate. Ma è sull’industria per definizione “sporca” che i progetti si moltiplicano di mese in mese. Impianti analoghi a quello che Saras realizzerà con Enel sono in corso di realizzazione negli Stati Uniti, in Belgio, e soprattutto nel Regno Unito. A distanza di mesi tecnologie e approcci certi per i piani industriali futuri vengono in questo caso stravolti da innovazioni di processo sino a ieri impensabili. Un percorso analogo, con le debite proporzioni, lo si può trovare solo nell’evoluzione dei sistemi informatici nel decennio 80-90.
E non è un caso che sia il settore della raffinazione a guardare con maggiore interesse alla sfida della decarbonizzazione, che non comporta alcun controsenso. Perchè l’idrogeno è già ben presente nei processi industriali. Oggi Saras produce ogni anno decine di migliaia di tonnellate di idrogeno, basilare nei processi di raffinazione, ma lo fa partendo dai suoi idrocarburi, con una stima di 10 tonnellate di anidride carbonica per ogni tonnellata di idrogeno prodotto, quasi il 50 per cento delle emissioni totali: il costo? Millecinquecento dollari a tonnellata.
Un impianto grande la metà di quello previsto a Sarroch, lo sta facendo in Germania, a Wesseling, la Shell. Lì si prevede di realizzare con una potenza di 10 megawatt, 1300 tonnellate di idrogeno all’anno, occupando 600 metri quadri di terreno. Numeri piccoli, e non confrontabili con la Sardegna, che rispetto alla Germania ha due evidenti vantaggi: il sole e lo spazio. A Sarroch non mancano entrambi i fattori, a cui si aggiunge quello strategico delle aree di stoccaggio. Il tempo, anche in questo caso, gioca un ruolo preponderante. Tra dieci anni il costo per produrre idrogeno verde sarà molto simile a quello prodotto da idrocarburi, e poi i due valori si distanzieranno progressivamente, favorendo sempre più il verde, pulito e meno caro.
Così, senza stravolgimenti nel loro core business, le industrie della raffinazione useranno l’idrogeno per produrre combustibili liquidi a basse emissioni, senza costi aggiuntivi e senza impatto sui consumatori. Come ha di recente ipotizzato Roberto Ulivieri (esperto in scenari ed economia della raffinazione), «l’idrogeno sostenibile permetterebbe lo sviluppo di hub industriali, presso grossi produttori di CO2 o presso grossi consumatori». La Saras risponde a entrambi i requisiti, e sarebbe in prima fila nella produzione di biocarburanti a zero emissioni, attraverso l’idrogenazione di biomasse.
Sembrano scenari futuribili, ma in realtà sono tutti già studiati e quantificati per costi e benefici. Sarà questa la Saras del futuro? Sono ancora tante le variabili in gioco, ma di certo la raffinazione come la vediamo adesso avrà vita breve.(g.cen.)
@gcentore. ©RIPRODUZIONE RISERVATA.
E non è un caso che sia il settore della raffinazione a guardare con maggiore interesse alla sfida della decarbonizzazione, che non comporta alcun controsenso. Perchè l’idrogeno è già ben presente nei processi industriali. Oggi Saras produce ogni anno decine di migliaia di tonnellate di idrogeno, basilare nei processi di raffinazione, ma lo fa partendo dai suoi idrocarburi, con una stima di 10 tonnellate di anidride carbonica per ogni tonnellata di idrogeno prodotto, quasi il 50 per cento delle emissioni totali: il costo? Millecinquecento dollari a tonnellata.
Un impianto grande la metà di quello previsto a Sarroch, lo sta facendo in Germania, a Wesseling, la Shell. Lì si prevede di realizzare con una potenza di 10 megawatt, 1300 tonnellate di idrogeno all’anno, occupando 600 metri quadri di terreno. Numeri piccoli, e non confrontabili con la Sardegna, che rispetto alla Germania ha due evidenti vantaggi: il sole e lo spazio. A Sarroch non mancano entrambi i fattori, a cui si aggiunge quello strategico delle aree di stoccaggio. Il tempo, anche in questo caso, gioca un ruolo preponderante. Tra dieci anni il costo per produrre idrogeno verde sarà molto simile a quello prodotto da idrocarburi, e poi i due valori si distanzieranno progressivamente, favorendo sempre più il verde, pulito e meno caro.
Così, senza stravolgimenti nel loro core business, le industrie della raffinazione useranno l’idrogeno per produrre combustibili liquidi a basse emissioni, senza costi aggiuntivi e senza impatto sui consumatori. Come ha di recente ipotizzato Roberto Ulivieri (esperto in scenari ed economia della raffinazione), «l’idrogeno sostenibile permetterebbe lo sviluppo di hub industriali, presso grossi produttori di CO2 o presso grossi consumatori». La Saras risponde a entrambi i requisiti, e sarebbe in prima fila nella produzione di biocarburanti a zero emissioni, attraverso l’idrogenazione di biomasse.
Sembrano scenari futuribili, ma in realtà sono tutti già studiati e quantificati per costi e benefici. Sarà questa la Saras del futuro? Sono ancora tante le variabili in gioco, ma di certo la raffinazione come la vediamo adesso avrà vita breve.(g.cen.)
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