«Da bullizzato a bullo, poi la rinascita con la boxe»

Il pugile Tore Erittu si racconta: «Da ragazzino mi prendevano in giro. Mi picchiavano e subivo. Poi ho iniziato a vendicarmi e ho rischiato di perdermi»

SASSARI. «In prima media mi hanno preso di mira. Ero capitato in una classe di ripetenti: magro e alto, con i jeans di una marca sconosciuta che mi stavano sempre larghi e corti. Figlio di gente umile, non avevamo grandi possibilità. E mi prendevano in giro quelli più grandi, mi affibbiavano soprannomi ogni giorno: i più benevoli erano Sampei e spilungone. Gli altri lasciamo perdere. Mi nascondevo dietro i più grandi per sfuggire ai bulli, cercavo protezione. Ma era l’illusione di un momento, non si stancavano di perseguitare chi non era come loro».

È la sofferenza di un ragazzino silenzioso quella che racconta Tore Erittu: «Avevo bisogno di respirare, mi stava mancando l’aria. Era una oppressione continua. Dai 13 anni si poteva cominciare a viaggiare, in pullman o in treno da Porto Torres a Sassari. L’idea che mi veniva era quella di prendermela con gli altri, anche io stavo maturando la voglia di bullizzare. Una brutta cosa. Ero stato bocciato, ma non perché la scuola non mi piacesse, anzi mi incuriosiva pure. Ma ero distratto, pensavo ad altro e in primo piano c’era la strada. Prendevo botte, a casa mi chiudevo in me stesso e mi vergognavo di raccontare quello che era successo. Provavo a interpretare la parte del duro ma non era quella la realtà».



Da bullizzato a bullo, un passaggio quasi scontato. «Capita un anno che a Balai litigo con uno molto più grande di me. Per una stupidaggine. C’era tanta gente, ho prevalso fisicamente, avevo solo 15 anni e mezzo. E quella situazione mette in evidenza il cambiamento. Comincia una fase un po’ più violenta. Mi avvicino a una serie di esperienze negative che mi servono per crescere. Divento un bullo come quelli che si vedono oggi. Solo che allora non c’erano i telefonini e i social, certe scene non venivano filmate. Era tutto lì, ma faceva male lo stesso. Vado spesso a cercare lo scontro fisico, mi creo una sorta di personaggio».

Sono forse gli anni più difficili, quelli che poi pesano nelle scelte future e proiettano il Tore Erittu da strada in quello che diventerà un campione nella boxe e nella vita. «Faccio danni, arrivano i primi richiami e le segnalazioni alla polizia. Tanti problemi che per fortuna non sono degenerati. Inizio a pensare cosa è giusto e cosa è sbagliato. Stando con i bulli sei sempre in mezzo alla merda, con persone che non hanno obiettivi davanti. Scuola e famiglia in secondo piano, il simbolo è solo la strada. Io li vedo, anche oggi è così e alcuni fatti che accadono a Sassari rispecchiano quelle realtà».

Va avanti fino a circa 20 anni, Tore Erittu. «Facevo calcio, ma non avevo idea di cosa ci fosse dentro di me, sentivo il bisogno di conoscermi fin dentro l’anima. Ero una incompiuta, non sapevo cosa sarebbe stato meglio fare. Stavo davanti a un bivio, potevo diventare delinquente».

È un momento, una scintilla che scocca in un giorno qualsiasi. Tore Erittu si butta nello sport con grinta e rabbia, guarda quelli che vincono, pensa che sia una bella cosa, che può servire per ottenere rispetto. È una forma di riscatto, non di vendetta, serve per diventare uomo. «Prima kick boxing, poi la boxe. Sembra quella la mia strada: vado da Alberto Mura, un maestro, un fratello, un motivatore straordinario. È la persona che mi illumina, mi dà una vocazione per il pugilato. Con lui ho iniziato a scendere nel profondo, prima combattevo contro me stesso e poi con l’avversario. In nazionale con i più forti le prendevo, tornavo in camera e piangevo perché non riuscivo a batterli. Ma non mi arrendevo».

La boxe gli cambia radicalmente la vita: diventa campione d’Italia professionisti di pugilato, butta giù un avversario dopo l’altro. Era quello che stava cercando. Oggi è a disposizione degli altri, un uomo in costruzione. Ma le fasi sono alternate, non sempre è andato tutto bene. «Tante volte sono caduto, però ho avuto la fortuna di avere delle persone importanti che mi hanno guidato. Hanno fatto da forza motrice. Ho affrontato grandi avversità che mi hanno spinto a riflettere sulla mia infanzia, la mia adolescenza. Ho ripensato a quello che avevo subito e fatto subire agli altri».

Nel 2019 Tore Erittu ha sposato un progetto che si chiama “Un pugno al bullismo” messo in piedi insieme a un suo amico, Federico Farina, volontario in una associazione di Li Punti a Sassari. L’idea è quella di mettersi a disposizione degli altri, raccontare la storia di un uomo in perenne costruzione. E la guida è il docufilm “Diamond” un video che racconta la vita del campione di boxe, realizzato da Simone Cicalò che ha utilizzato la storia di Erittu per la tesi di laurea all’Accademia di Belle Arti di Sassari. Così comincia il giro per le scuole. «Tanti incontri, mi chiamano c’è un calendario fitto. Guardano, ascoltano, vogliono sapere. Poi alla fine si avvicinano, chiedono di venire in palestra, anche solo per vedere e capire. Non solo ragazzi ma anche ragazzine». C’è bisogno di guide sane, che abbiano la capacità di comunicare ed esserci al momento giusto. «La palestra è una casa, ci vivo dentro tutti i giorni. Non si chiudono le case-palestra come hanno fatto. Così si fa un danno devastante. Perché da noi ci sono le regole da rispettare, non fai ciò che ti pare. Non è la strada dove invece i valori si azzerano, si confondono. É bello insegnare a trovare il coraggio di mettere da parte l’omertà e raccontare tutto. Cercare una mano tesa, c’è sempre. É vero che chi filma e chi guarda è sullo stesso piano di chi usa violenza. Bisogna avere la capacità di dare l’aiuto che salva la vita. E ti dà valore. Così i bulli non comandano. Altrimenti perdiamo tutti».

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