La Nuova Sardegna

Nuoro piange uno dei suoi figli migliori

di Luciano Piras
Nuoro piange uno dei suoi figli migliori

Addio a Piero: da Soddu a Siotto, da Arru a Ruiu i ricordi commossi di chi ha condiviso con il giornalista passioni e speranze

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NUORO. Piero. Piero è uno di casa. Uno di noi, di questa famiglia, di questa Nuoro che lo abbraccia e che sarà sempre la sua Nuoro. Lungo il corso Garibaldi, parlano tutti di Piero, di Piero Mannironi. Il giornalista. Il giornalista della Nuova Sardegna morto l’altro ieri. «Con lui abbiamo condiviso gli anni spensierati del liceo» lo ricordano gli avvocati Priamo Siotto e Giovanna Rosa Garippa. «Le scelte di vita erano, per tutti noi, ancora lontane. Ma Piero era sicuramente destinato a scrivere. Un’intelligenza riflessiva accompagnata da una grande sensibilità, venata talvolta di note malinconiche. Aveva la capacità di generare emozioni anche quando raccontava fatti di cronaca. In classe sedeva nel primo banco. Lo ha tenuto anche nella vita». «Più che un giornalista, era uno scrittore che andava al di là dell’ovvio, ben oltre le solite veline» sottolinea don Francesco Mariani, direttore del settimanale diocesano L’Ortobene. «Era un uomo di straordinaria intelligenza, aveva una capacità di lettura critica che lascia tutti noi meravigliati e da cui imparare». «Per me Piero era come uno zio – lo ricorda commosso il sindaco Andrea Soddu, figlio di Maria Mannironi, cugina in primo grado del giornalista –. Piero è sempre stato affettuosissimo, un fine intellettuale col quale parlavamo tanto della Sardegna e delle prospettive di questa nostra isola. Un uomo dai grandi valori, della famiglia, moglie, figli... ». Dice Pier Paolo Seddone, presidente dell’Automobile club Nuoro: «Piero, fin da ragazzo è sempre stato un grande e vero amico, educato umile intelligente onesto altruista. Ricordo che le sue compagne di classe del liceo classico Giorgio Asproni parlavano di Piero come un talento naturale di scrittore. Ci siamo sentiti qualche mese fa, dopo aver letto il suo libro “Anime maledette”, mi aveva lasciato con la promessa di scrivermi la dedica... ». «Ho conosciuto Piero negli anni in cui lavorava nella redazione di Nuoro – racconta Leonardo Moro, già assessore comunale alla Cultura –. Lo persi un po’ di vista quando si trasferì a Sassari, ma lo cercai poi nel 2014, per conto del Comune, come relatore al convegno per i cento anni dalla morte di Sebastiano Satta dal titolo “Sebastiano Satta, un canto di risarcimento”. Aderì subito con entusiasmo e ne fui onorato. Curò, col solito acume e originalità, la relazione “Sebastiano Satta giornalista”». «Per noi ragazzini che facevamo atletica leggera al Quadrivio – è il caloroso ricordo di Luigi Arru, medico ematologo, già assessore regionale della Sanità –, negli anni ’70, erano il massimo del desiderio: le scarpe Adidas scamosciate con i chiodi; le potevamo solo vedere nel negozio di Nicola di via La Marmora; Nicola le descriveva come scarpe “bluetto nazionale” e non le potevamo avere perché erano “professionali”. Erano le scarpe di Piero Mannironi, che guardavamo ammirati, mentre ci raccontava storie e passavamo i pomeriggi al Quadrivio ascoltandolo a bocca aperta». E ora? E commo? «E commo a s’attera borta pro ascurtare sos contos e pompiare sas fotografias tuas... così, con un nuorese stentato ma non per questo meno amato, Piero chiudeva, con voluta ripetitività, la presentazione di miei libri nella biblioteca Satta» è il flashback dell’amico carissimo Domenico Ruiu. «Almeno una decina di presentazioni, sempre precedute da approfondite recensioni da par suo sulla Nuova Sardegna. Le ultime volte veniva apposta da Sassari, divenuta da tempo casa sua – dice il fotografo naturalista –. Si finiva la serata insieme, parlando di tutto, soprattutto della sua Corsica degli indipendentisti e della mia del gipeto e del falco pescatore. In alcuni casi agimmo d’intesa, come in occasione dell’opposizione al campo da golf a Bosa, nella terra dei grifoni. Ci vedevamo poco, ancor meno negli ultimi anni, ma seguivamo con partecipazione ciascuno il lavoro dell’altro, e soprattutto non sono venute mai meno la stima, il rispetto e l’amicizia fraterna che ci legavano. L’ultima volta l’ho sentito per la stampa della raccolta delle sue “Storie dimenticate”, per complimentarmi con lui per la sua maniera assolutamente unica di raccontare storie spesso terribili con il rigore che gli era proprio ma anche con un dire garbato e discreto, spesso sconfinante nella poesia – chiude Ruiu –. In su Chelu sias Pie’, preca pro Daniela e fizos tuos».

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