L’ordine di Figliuolo: «17 mila dosi al giorno»
di Umberto Aime
Il commissario straordinario ha inaugurato il secondo hub a Cagliari In arrivo come supporto dieci medici militari e altrettanti infermieri
4 MINUTI DI LETTURA
CAGLIARI. Con buoni cinque minuti d’anticipo sul protocollo d’arrivo, alla Fiera: è questo un primo, ottimo, segnale. In tuta mimetica, alle 9.54, si sono presentati Francesco Paolo Figliuolo e il suo staff al completo. Le divise, tante, e l’evidente schieramento, seppure misurato, hanno generato immediato timore, militarizzando l’aria, ma dando sicurezza e senza mostrare l’arroganza solita del caporale di giornata. Sono tutti alpini, penna bianca o nera sul cappello, e zaino da combattimento in spalla. Il generale di Corpo d’armata Figliuolo non ha cambiato certo tempi, abiti, modi e neanche toni, nella sua quarta missione da quand’è commissario nazionale per il Covid. Il suo grido di battaglia è lo stesso da marzo in poi: «Lavorare, lavorare, lavorare... vaccinare, vaccinare, vaccinare». Calabria, Liguria, Lombardia, ora la missione in Sardegna. Per ordinare, senza però commissariare: «In questa Regione, voglio che presto, molto presto, siano garantite 17mila somministrazioni al giorno. Entro aprile, va tagliato il traguardo. A luglio il 70 per cento della popolazione dovrà essere immunizzato, almeno con la prima dose. Siete d’accordo?». Lo siamo, gli risponderà chi ha convocato: dal governatore Christian Solinas all’assessore alla sanità, Mario Nieddu, fino al commissario dell’Ats-Ares, Massimo Temussi. Più una decina di alti ufficiali locali, anche loro dovranno collaborare. «Siamo e dobbiamo dimostrare di essere una squadra – dirà Figliuolo – È questo che gli italiani pretendono da noi». E infatti ha imposto la stessa disciplina a medici di famiglia, farmacisti, odontotecnici e a chiunque sia in grado di usare una siringa, con perizia sanitaria. «A nessuno sarà permesso di sottrarsi», ha detto, richiamando soprattutto i medici all’etica ma anche al rispetto degli accordi.
Il sopralluogo. Se al posto del generale ci fosse stato ancora chi l’ha preceduto, il compassato Arcuri, forse tutto sarebbe rimasto avvolto nel grigiore burocratico e in un pallido colore istituzionale. Con Figliuolo al comando, invece, s’ispeziona e si decide, si discute e si esegue. Non l’indomani, il giorno stesso. «Siamo o no in guerra? Lo siamo», va ripetendo da giorni il capo della Protezione civile nazionale, Fabrizio Curcio, anche lui in Sardegna. Per Figliuolo&Co. è dunque uno stare al fronte 24 ore su 24. Due riunioni strategiche alla vigilia della discesa in campo ufficiale, mercoledì in tarda serata, poi l’indomani, ieri, a battere sul pezzo dalle 10 fino alle 15.30, per un filotto di visite, lui preferisce chiamarla così un’ispezione, e ben tre vertici operativi. Senza soluzione di continuità: è un militare, non sente la stanchezza, e proprio tutti, politici compresi, devono per forza adeguarsi al suo passo. Chi non la fa, e resta indietro, è perduto. La Sardegna ha rischiato di esserlo, ora il generale, con soddisfazione, la vede allontanarsi dal baratro.
Il bollettino. «Come dalle altre parti, anche qui non sono venuto per dare pagelle», ha detto, davanti al primo padiglione per i vaccini. «Sono qui – aggiungerà sulla porte del secondo, appena inaugurato – per guardare, ascoltare, dare consigli e aiutare dove c’è bisogno». La Sardegna ne ha bisogno. È partita male, malissimo, era ultima per numero di vaccinazioni, s’è ripresa da quando ha cominciato a sentire sul collo il fiato del generalissimo, una decina di giorni fa. Ora è ben messa fra le Regioni per somministrazioni giornaliere. Non basta ancora. «Insieme alla cabina di regia – le sue parole – abbiamo stabilito una nuova quota importante, ma raggiungibile. Dovete replicare il modello Fiera (che gli è piaciuto) nelle città e puntare sulle unità mobili nei Comuni più piccoli. Le dosi arriveranno: 510mila, ad aprile. Cos’altro vi serve?», ha detto, rivolto ai suoi interlocutori, nell’unico punto stampa concesso.
La lista. L’elenco delle cose che mancano gli è stato presentato. Serve più personale, da 450 ad almeno 670 unità. Servono più medici di famiglia operativi, qualche camice recalcitra ancora, e perché no più fiale, oltre al solito 2,7 per cento della quantità stoccata nel deposito nazionale. Apprezzato l’impegno profuso dalla Sardegna, nell’ultima finestra monitorata, Figliuolo s’è impegnato. Trasferirà a Cagliari dieci medici militari e altrettanti infermieri, controllerà s’è vero che finora sarebbe stato consegnato il 5 per cento in meno delle fiale promesse, e verificherà se la quantità potrà essere aumentata. Poi ai medici di famiglia ha fatto arrivare anche questo messaggio-bacchettata: «Devono fare la loro parte. Li ringrazio per quanto fanno, ma tutti dobbiamo dare di più». Ad esempio: tenere aperti gli hub fino alle 22, o andare a casa dei pazienti. «Non saranno ammesse diserzioni», è stato l’ultimatum, seppure proposto con grazia.
Il conclave. Nella sala grande di Villa Devoto, tirata a lucido, Figliuolo e Curcio hanno capito che oggi la Sardegna è impegnata su più fronti: test nei porti e negli aeroporti, screening di massa, ora gli hub e i mini hub. Forse sono stati proprio questi i motivi per cui, all’inizio e non solo, potrebbe aver arrancato sulle vaccinazioni. I due hanno preso per buone queste giustificazioni, ma altre non saranno ammesse. «Temi e tempi su cui da oggi in poi dobbiamo ragionare – hanno detto – sono questi: più dosi, più vaccinatori». Sarà una corsa contro il tempo, subito dopo Pasqua. Dal prossimo martedì, quando alla chiusura del mese mancheranno 25 giorni, alla fine dovranno essere comunque «17mila al dì». Sono più del doppio delle attuali, la Sardegna è stata avvertita dal generalissimo. Che fra meno di quattro settimane potrebbe anche ritornare, Figliuolo, per un’altra visita. Stavolta di controllo e potrebbe non essere a Cagliari.
Il sopralluogo. Se al posto del generale ci fosse stato ancora chi l’ha preceduto, il compassato Arcuri, forse tutto sarebbe rimasto avvolto nel grigiore burocratico e in un pallido colore istituzionale. Con Figliuolo al comando, invece, s’ispeziona e si decide, si discute e si esegue. Non l’indomani, il giorno stesso. «Siamo o no in guerra? Lo siamo», va ripetendo da giorni il capo della Protezione civile nazionale, Fabrizio Curcio, anche lui in Sardegna. Per Figliuolo&Co. è dunque uno stare al fronte 24 ore su 24. Due riunioni strategiche alla vigilia della discesa in campo ufficiale, mercoledì in tarda serata, poi l’indomani, ieri, a battere sul pezzo dalle 10 fino alle 15.30, per un filotto di visite, lui preferisce chiamarla così un’ispezione, e ben tre vertici operativi. Senza soluzione di continuità: è un militare, non sente la stanchezza, e proprio tutti, politici compresi, devono per forza adeguarsi al suo passo. Chi non la fa, e resta indietro, è perduto. La Sardegna ha rischiato di esserlo, ora il generale, con soddisfazione, la vede allontanarsi dal baratro.
Il bollettino. «Come dalle altre parti, anche qui non sono venuto per dare pagelle», ha detto, davanti al primo padiglione per i vaccini. «Sono qui – aggiungerà sulla porte del secondo, appena inaugurato – per guardare, ascoltare, dare consigli e aiutare dove c’è bisogno». La Sardegna ne ha bisogno. È partita male, malissimo, era ultima per numero di vaccinazioni, s’è ripresa da quando ha cominciato a sentire sul collo il fiato del generalissimo, una decina di giorni fa. Ora è ben messa fra le Regioni per somministrazioni giornaliere. Non basta ancora. «Insieme alla cabina di regia – le sue parole – abbiamo stabilito una nuova quota importante, ma raggiungibile. Dovete replicare il modello Fiera (che gli è piaciuto) nelle città e puntare sulle unità mobili nei Comuni più piccoli. Le dosi arriveranno: 510mila, ad aprile. Cos’altro vi serve?», ha detto, rivolto ai suoi interlocutori, nell’unico punto stampa concesso.
La lista. L’elenco delle cose che mancano gli è stato presentato. Serve più personale, da 450 ad almeno 670 unità. Servono più medici di famiglia operativi, qualche camice recalcitra ancora, e perché no più fiale, oltre al solito 2,7 per cento della quantità stoccata nel deposito nazionale. Apprezzato l’impegno profuso dalla Sardegna, nell’ultima finestra monitorata, Figliuolo s’è impegnato. Trasferirà a Cagliari dieci medici militari e altrettanti infermieri, controllerà s’è vero che finora sarebbe stato consegnato il 5 per cento in meno delle fiale promesse, e verificherà se la quantità potrà essere aumentata. Poi ai medici di famiglia ha fatto arrivare anche questo messaggio-bacchettata: «Devono fare la loro parte. Li ringrazio per quanto fanno, ma tutti dobbiamo dare di più». Ad esempio: tenere aperti gli hub fino alle 22, o andare a casa dei pazienti. «Non saranno ammesse diserzioni», è stato l’ultimatum, seppure proposto con grazia.
Il conclave. Nella sala grande di Villa Devoto, tirata a lucido, Figliuolo e Curcio hanno capito che oggi la Sardegna è impegnata su più fronti: test nei porti e negli aeroporti, screening di massa, ora gli hub e i mini hub. Forse sono stati proprio questi i motivi per cui, all’inizio e non solo, potrebbe aver arrancato sulle vaccinazioni. I due hanno preso per buone queste giustificazioni, ma altre non saranno ammesse. «Temi e tempi su cui da oggi in poi dobbiamo ragionare – hanno detto – sono questi: più dosi, più vaccinatori». Sarà una corsa contro il tempo, subito dopo Pasqua. Dal prossimo martedì, quando alla chiusura del mese mancheranno 25 giorni, alla fine dovranno essere comunque «17mila al dì». Sono più del doppio delle attuali, la Sardegna è stata avvertita dal generalissimo. Che fra meno di quattro settimane potrebbe anche ritornare, Figliuolo, per un’altra visita. Stavolta di controllo e potrebbe non essere a Cagliari.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
