«Ho vinto la sfida con la vita: cammino di nuovo e sorrido»

Michela ha rischiato di rimanere in sedia a rotelle dopo un incidente stradale. «Non mi sono arresa e ho già fatto 200 chilometri nel percorso di Santa Barbara»

SASSARIi. Ogni tanto guarda gli scarponi da trekking e ripensa a quei momenti, quando l’auto si era accartocciata su se stessa avvolgendo la sua gamba sinistra. Michela era cosciente, poteva muovere le braccia, riusciva a parlare e non sentiva dolore: «Ora mi liberano, ho preso una brutta botta ma me la caverò in fretta. Meglio avvisare però». E allora Michela dentro quella Clio formato scatoletta di tonno ha chiamato al cellulare i promessi sposi che l’aspettavano per scattare le foto al loro matrimonio: «Non posso venire, mi dispiace, ma manderò un sostituto, scusatemi tanto». E il sostituto è andato alle nozze mentre Michela Medda, di professione fotografa dall’età di 23 anni, amante delle arrampicate, della natura e della vita, volava in elicottero in ospedale a Cagliari. Era il 1 settembre del 2018 e da quello scontro frontale nel rettilineo per San Gavino Michela è venuta fuori con una gamba a pezzi: «Frattura scomposta esposta pluriframmentaria del femore sinistro, il femore si è sgretolato ed è letteralmente uscito dalla gamba». Quando i medici l’hanno vista hanno abbassato lo sguardo, quando Michela li subissava di domande scuotevano la testa. «Io continuavo a non rendermi conto della gravità della situazione. Credevo che sarebbe bastato il gesso. Poi ho iniziato a realizzare. Ma non mi sono mai arresa. Anche quando i medici mi hanno detto che forse non avrei più potuto camminare e che il trekking dovevo scordarmelo per sempre. Neanche per sogno: alla mia autonomia, al mio lavoro, alla mia libertà non avrei mai potuto rinunciare. Anzi, in quel momento ho deciso che avrei affrontato nuove sfide». Come il Cammino minerario di Santa Barbara, 500 chilometri che Michela Medda, 35 anni, di Serramanna, ha già percorso per quasi la metà, con il suo zaino da 6 chili sulle spalle e con una barra di titanio che le attraversa la gamba sinistra dal ginocchio all’anca, ricordo perenne di quello schianto frontale.

Dopo l’incidente. Michela nell’incidente aveva perso tantissimo sangue, al punto che furono necessarie alcune trasfusioni per portarle su l’emoglobina e operarla. «Quella fu la settimana più difficile – ricorda Michela – perché c’era la possibilità che rimanessi in sedia a rotelle. I medici me lo dicevano apertamente e all’inizio io li odiavo per la loro durezza. Invece poi ho capito: non volevano darmi false speranze e illudermi. Il loro atteggiamento è stata la mia salvezza perché mi ha spinto a impegnarmi al massimo per riprendermi la mia vita». Dopo l’intervento di osteosintesi la prospettiva più ottimista era che ricominciassi a camminare nel settembre successivo, un anno dopo. Io dissi ai medici che ci sarei riuscita già in aprile. Ho iniziato la riabilitazione, mattina e sera tutti i giorni. A febbraio ho mollato le stampelle, in primavera camminavo. Non come prima, perché questo è impossibile: in seguito all’operazione la gamba sinistra è diventata leggermente più corta, senza il plantare la zoppia è più evidente. Sono rimasta invalida al 30 per cento e sento dolori a volte lancinanti quando mi alzo. Ma ho imparato a convivere con quelli e con le cicatrici, ormai fanno parte di me».

La sfida da vincere. Prima di quel giorno, Michela Medda sfidava il pericolo: «Mi arrampicavo ovunque, era una emozione unica. Dopo l’incidente sembrava impossibile ricominciare. Ma io ci speravo. Per questo mi tenevo in allenamento, facevo camminate lunghe, sempre più lunghe, nel mio Comune e nei dintorni. Poi è arrivato il Covid e il lockdown. A giugno 2020, finalmente, la prima arrampicata». Semplice, dice Michela: «Io e il mio ragazzo abbiamo scelto la Sella del Diavolo. Ed è andata bene». Era solo l’antipasto, la prova generale della seconda vita di Michela. Che aveva già deciso: «Il cammino di Santiago di Compostela, ecco il mio sogno. Cinquecento chilometri da sola o con chi incontro durante il viaggio. Poi a causa del Covid ho dovuto rinunciare a quella destinazione. Ma non al viaggio, non alla sfida». Michela si è guardata intorno e ha scoperto l’esistenza in Sardegna di un percorso simile: «Il cammino minerario di Santa Barbara, forse persino più difficile ma ugualmente affascinante. Da novembre mi sono allenata tutti i giorni e a marzo ero pronta ad affrontare 1 mese in solitudine. Tanti hanno tentato di dissuadermi, io non ho ascoltato nessuno. E sono partita».

Il viaggio. Dentro lo zaino Michela ha infilato un cambio di vestiti e un altro per la notte, calze antivescica, un detergente multiuso, un sacco-lenzuolo, la macchina fotografica, la Go Pro, il carica batterie e una pomata per i dolori: «Quelli li ho sentiti subito dopo la prima tappa, da Iglesias a Nebida. Mi sono chiesta: “ma cosa sto facendo?”, ma è stato un attimo. Sono ripartita e più camminavo più ero felice». Anche perché c’era sempre qualcuno a farle compagnia: «Ho fatto solo la prima tappa da sola, appena ho iniziato a pubblicare foto e storie su Instagram tante persone hanno voluto accompagnarmi e ho fatto un pezzetto di strada con ciascuno». Di giorno insieme a macinare chilometri, 18 la media, e poi a riposare nelle “posadas” «le strutture che accolgono i pellegrini, o nei b&b convenzionati. Tutti con bagno e cucina e la possibilità di lavare i vestiti e metterli ad asciugare per il giorno dopo». L’avventura si è interrotta a 200 chilometri dall’avvio, a Villacidro. «In Sardegna stava per scattare la zona arancione e io non potevo continuare il percorso. Il mio fidanzato è venuto a prendermi, sono rientrata a casa. Ma ritornerò, la sfida va completata. L’ho promesso a me stessa nei giorni più bui».

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