Catcalling, quello che i maschi non capiscono
Non parliamo di un simpatico misuratore di gradimento ma di una forma di violenza - IL COMMENTO
Quasi un anno prima che Aurora Ramazzotti scatenasse la polemica sul catcalling , tre amiche di Torino, alla prima uscita dopo mesi di lockdown, vengono molestate per strada da un gruppo di giovani che sciorina il solito repertorio di fischi e volgarità. È la goccia che fa traboccare il vaso. Il post di indignazione condiviso sui social diventa virale, innumerevoli le testimonianze di ragazze che ogni giorno sono costrette a subire il medesimo approccio sessuale.
Tanto che l’ondata – al grido di «non vogliamo avere più paura, rompiamo il muro del silenzio» – in breve dà vita al movimento “Break the silence Ita”.
Se da noi, con una sorta di implicita indulgenza e accettazione, definiamo “pappagalli” i molestatori di strada, l’anglicismo catcalling fa riferimento invece al sibilo per richiamare il gatto, un atto questo che nasconde un significato tutt’altro che innocuo. Per tutti quelli che tendono a minimizzare, chiariamo subito il fraintendimento: le molestie di strada comprendono fischi, colpi di clacson, domande invadenti, insulti, commenti volgari camuffati da complimenti che sono oggettivanti, dispregiativi e sessisti. Le donne che le hanno subite parlano di fastidio, disgusto, mortificazione, senso di colpa e vulnerabilità, paura. È un tipo di “assalto” che può rappresentare un potenziale preludio all’aggressione fisica (io l’ho sperimentato in compagnia di un’amica e la percezione è stata proprio quella).
La molestia di strada non è un simpatico misuratore di gradimento delle procacità femminili da parte del maschio, qualcosa per cui una donna dovrebbe sentirsi lusingata. È una forma di violenza che lede la dignità e limita la libertà, condizionando le abitudini di vita. La donna che rivendica la propria autonomia, ad esempio vestendo come le pare, diventa nell’opinione comune causa del suo stesso male, in poche parole un’istigatrice, una vittima colpevolizzata che non ha diritto di lamentarsi.
Leggendo qua e là le varie discussioni ho trovato uomini (presunti acculturati, non già youtuber imbarbariti) convinti che se esiste un diritto delle donne di andare in giro con le grazie al vento, per parità l’uomo ha il diritto di commentare, e se è molesto basta farglielo notare senza dover finire in tribunale. Che cosa volete che siano due fischi e qualche oscenità gridata per strada: non c’è bisogno di fare le isteriche, le femmine rancorose, le sessuofobiche, le femministe talebane, le moraliste amanti del mortifero politically correct. Del resto, denunciare un pappagallo fischiatore può essere pericoloso perché così ogni maleducato potrebbe finire in galera per colpa di qualche donna particolarmente suscettibile.
Ho trovato anche donne, non poche purtroppo, che ci tengono a rassicurare l’universo maschile dicendo che «grazie al cielo non sono tutte come Aurora Ramazzotti!». In questo caso non capisco se codeste fanciulle hanno capito che la molestia di strada non contempla innocui tentativi di rimorchio, o se davvero hanno bisogno di raccattare volgarità gratuite per sentirsi belle.
Il pappagallismo nel nostro Paese si origina più o meno negli anni ’40, quando le donne iniziavano ad emanciparsi, a lavorare e a esporsi pubblicamente, a girare per strada indipendenti rispetto alla presenza di un padre o di un marito. È proprio il corpo esposto (non importa se in abiti succinti o castigati), del tutto spersonalizzato agli occhi di certi maschi, che diventa oggetto sessuale bersaglio di istinti libidinosi. Nella codificazione di un linguaggio prevaricatore, l’autorizzazione alla molestia diventa implicita e del tutto involontaria. È puro esercizio di potere, primitivo desiderio di supremazia. È l’invasione dello spazio personale, lo scippo di una confidenza che non è mai stata concessa in un ambito – il luogo pubblico – che è terra di tutti e quindi di nessuno.
Ciò che un tempo veniva tollerato, oggi giustamente non lo è più. Dunque, come già sta accadendo in altri Paesi, anche in Italia è necessario ricorrere allo strumento giuridico per arginare il fenomeno e marcare i confini di una convivenza più civile.
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