L’incredulità degli amici: «Uomo coraggioso e buono»
Le vicissitudini sul lavoro dalle quali era sempre riuscito a risollevarsi Poi le battaglie civili: era stato tra i fondatori del Movimento omosessuale sardo
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SASSARI. Era buono e aveva una grande dote: guardava sempre avanti nonostante la vita nei suoi confronti non fosse stata sempre generosa. Lui, forse per reazione, altruista invece lo era moltissimo.
«Antonio era una persona perbene, era gentile e aveva un sorriso per tutti. Sapeva stare accanto a chi aveva bisogno, lui c’era sempre».
Massimo Mele, presidente e fondatore del Mos, Movimento omosessuale sardo, era uno dei suoi amici più cari. Ed è stato tra i primi ad arrivare, incredulo, in via Livorno ieri mattina. «Sono stato chiamato, mi hanno detto che c’erano i carabinieri e che era successo qualcosa di brutto ad Antonio. Che forse era stato ammazzato. Non ci potevo credere».
Ed è facile intuire perché: «Antonio non aveva nemici, non potevi volergli male. Al contrario, era una persona verso cui si poteva avere solo rispetto per il coraggio e la forza nel portare avanti le sue idee e le sue battaglie per i diritti». Antonio Fara aveva solo 18 anni quando insieme a un altro piccolo gruppo di persone partecipò alla fondazione del Mos, che agli albori si chiamava Arcigay. E 29 anni dopo Antonio Fara c’era ancora, sempre presente in tutte le iniziative, in tutte le campagne del Movimento. Una presenza fissa, raccontata anche sui social, con foto e video dove di Antonio colpisce una caratteristica costante: il sorriso.
«Per un periodo aveva lavorato anche al nostro circolo, il Borderline – ricorda Massimo – poi aveva preso in gestione alcuni locali. Non gli è sempre andata bene purtroppo ma si era sempre risollevato. Quando con una socia aveva rilevato il bar pasticceria Sechi era molto felice: un locale storico, nel cuore della città, c’erano tutte le condizioni perché la ruota finalmente girasse dalla parte giusta. Poi invece è arrivato il Covid, le restrizioni, il periodo difficilissimo per chi lavora in bar e ristoranti. Ma lui era tranquillo, non si demoralizzava, aveva un buon carattere. E sorrideva».
Era tranquillo anche l’ultima volta che lui e Massimo si sono visti: «Mi sembra che fosse avantieri, in realtà saranno passati almeno sette o otto giorni: in questa pandemia si perde la cognizione del tempo. Prima del Covid ci vedevamo anche tutti i giorni, poi purtroppo la situazione è cambiata. Ma ricordo che stava bene, era di buonumore. Quando sono arrivato in via Livorno e ho capito che era successo davvero quello che mi avevano detto, ho sentito dolore e rabbia. Perché Antonio era buono e forse qualcuno si è approfittato proprio di questo. Della sua bontà e della sua generosità».
Un atto vile commesso da un vigliacco, scrive un amico di Antonio sulla sua pagina Facebook inondata di cuori e di messaggi increduli. Pensieri per lui che non c’è più, tanti ricordi di belle serate e di un rapporto profondo, di stima e di affetto. E tanta tristezza per Ilenia, la sorella con cui Antonio aveva un legame speciale.
«Antonio era una persona perbene, era gentile e aveva un sorriso per tutti. Sapeva stare accanto a chi aveva bisogno, lui c’era sempre».
Massimo Mele, presidente e fondatore del Mos, Movimento omosessuale sardo, era uno dei suoi amici più cari. Ed è stato tra i primi ad arrivare, incredulo, in via Livorno ieri mattina. «Sono stato chiamato, mi hanno detto che c’erano i carabinieri e che era successo qualcosa di brutto ad Antonio. Che forse era stato ammazzato. Non ci potevo credere».
Ed è facile intuire perché: «Antonio non aveva nemici, non potevi volergli male. Al contrario, era una persona verso cui si poteva avere solo rispetto per il coraggio e la forza nel portare avanti le sue idee e le sue battaglie per i diritti». Antonio Fara aveva solo 18 anni quando insieme a un altro piccolo gruppo di persone partecipò alla fondazione del Mos, che agli albori si chiamava Arcigay. E 29 anni dopo Antonio Fara c’era ancora, sempre presente in tutte le iniziative, in tutte le campagne del Movimento. Una presenza fissa, raccontata anche sui social, con foto e video dove di Antonio colpisce una caratteristica costante: il sorriso.
«Per un periodo aveva lavorato anche al nostro circolo, il Borderline – ricorda Massimo – poi aveva preso in gestione alcuni locali. Non gli è sempre andata bene purtroppo ma si era sempre risollevato. Quando con una socia aveva rilevato il bar pasticceria Sechi era molto felice: un locale storico, nel cuore della città, c’erano tutte le condizioni perché la ruota finalmente girasse dalla parte giusta. Poi invece è arrivato il Covid, le restrizioni, il periodo difficilissimo per chi lavora in bar e ristoranti. Ma lui era tranquillo, non si demoralizzava, aveva un buon carattere. E sorrideva».
Era tranquillo anche l’ultima volta che lui e Massimo si sono visti: «Mi sembra che fosse avantieri, in realtà saranno passati almeno sette o otto giorni: in questa pandemia si perde la cognizione del tempo. Prima del Covid ci vedevamo anche tutti i giorni, poi purtroppo la situazione è cambiata. Ma ricordo che stava bene, era di buonumore. Quando sono arrivato in via Livorno e ho capito che era successo davvero quello che mi avevano detto, ho sentito dolore e rabbia. Perché Antonio era buono e forse qualcuno si è approfittato proprio di questo. Della sua bontà e della sua generosità».
Un atto vile commesso da un vigliacco, scrive un amico di Antonio sulla sua pagina Facebook inondata di cuori e di messaggi increduli. Pensieri per lui che non c’è più, tanti ricordi di belle serate e di un rapporto profondo, di stima e di affetto. E tanta tristezza per Ilenia, la sorella con cui Antonio aveva un legame speciale.
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