La Nuova Sardegna

C’erano nemici nascosti nella vita di un uomo perbene

Luigi Soriga
C’erano nemici nascosti nella vita di un uomo perbene

La comunità si risveglia incredula di fronte alla freddezza dell’assassino Un passato senza macchia: forse la vittima era stata testimone di qualcosa

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INVIATO A NULE. C’è talmente pace che si sente vibrare, ad ogni soffio di vento, il nastro bianco rosso. I carabinieri lo hanno legato a quattro alberi, ritagliando una ventina di metri quadrati. È la scena dell’esecuzione. Di quel che è accaduto la scorsa notte, resta una grande pozza di sangue scuro e rappreso.

Anche Google ignora certi sentieri e certe latitudini. È un budello di asfalto consunto, con segmenti di sterrato, che si incunea all’interno di un triangolo che comprende le campagne al confine tra Nule, Benetutti e Orune. Per arrivare al podere bisogna percorrere quattro chilometri stretti, dove la vegetazione accarezza la carrozzeria, e dove due auto insieme non possono passare. Poi la strada diventa ancora più impervia, polverosa e avara di bitume, e si riconnette al nostro tempo diversi chilometri più avanti, all’incrocio con la provinciale per Orune. I killer, giovedì sera, dopo aver ucciso Dessena, devono aver utilizzato questa via di fuga. Troppo rischioso dirigersi verso Nule, magari incrociare un’auto, sfiorarsi lentamente e guardarsi in faccia troppo a lungo.

Lo sparo si è dissolto nel nulla, ma la sua onda d’urto si è propagata come un’oscillazione sismica tra i brutti ricordi. Nule si è risvegliata di soprassalto, con gli occhi sgranati. Il letargo del luogo tranquillo, che riposa sotto una coperta di legalità, purtroppo è terminato. Stessa data maledetta, 7 maggio: quel giorno di sei anni fa qualcuno portò via Stefano Masala e lo fece sparire per sempre.

«Non può che essere una coincidenza – dicono alcuni in paese – sembra strano aspettare proprio questa data per organizzare un omicidio». Dicono altri: «Sì, non ci può essere legame tra quell’altra storia e questa».

Sono tutti increduli: primo perché certi fantasmi cattivi del passato sembravano ormai svaporati, e poi perché nessuno avrebbe mai detto che la vita di Francesco Dessena potesse incrociare il mirino di un fucile. Invece le modalità di uccisione, un colpo in fronte a bruciapelo, fanno paura. Perché raccontano di una regolazione di conti, della punizione inflitta a qualcuno che ha visto ciò che non doveva vedere, o che ha riferito quello che non doveva dire.

«In paese lo conoscevamo tutti – raccontano gli avventori del bar – . Una persona perbene. Nessuno poteva immaginare che avesse dei nemici. Perché era un uomo benvoluto, così come tutta la sua famiglia. Un gran lavoratore, si è sempre dedicato alle sue aziende agricole, e poi, quando ha deciso di andare in pensione, le ha passate ai suoi figli. Ma non ha mai smesso di interessarsi e dare una mano. Perché era in buona salute e in forze, e non era certo di quelli che potevano stare tutto il giorno senza fare nulla».

«Ora è mezzogiorno, e se fosse ancora vivo in questo istante sarebbe seduto esattamente laggiù. La vede quella panchina? Ogni giorno stava lì a chiacchierare col suo amico. Magari prendeva un caffè, scambiava due battute anche con noi. Era una persona gioviale, che non stava rintanata in casa».

Francesco Dessena era un abitudinario. Un metronomo scandiva le sue giornate. Paese, panchina, bar, amici, chiacchierata, casa, famiglia, nipotini, lavoro, aziende agricole. L’agenda semplice e ripetitiva di una serena pensione. La sera andava nel suo terreno di s’Ozzastru. Lo rilassava, è un luogo selvaggio e di pace: fin troppo semplice, per chi lo conosceva, fissargli la condanna e dargli l’ultimo appuntamento.

Faceva parte della compagnia barracellare, partecipava attivamente alla vita del paese. Quando sei anni fa, dopo il delitto Monni e la scomparsa di Stefano Masala, ci furono le manifestazioni per la legalità, la famiglia Dessena era nel corteo. Tra il sindaco Giuseppe Mellino, Francesco e i figli Daniele, Fabio, Gianfranco ed Elvira, c’è un rapporto di amicizia. «Questo pomeriggio andrò a trovarli, ma la mia non sarà solo una visita in veste istituzionale. Provo affetto nei confronti di questa famiglia, e mai avrei immaginato un episodio del genere. Non so darmi una spiegazione, ma come me tutte le persone con le quali ho parlato. Lo conoscevo da quarant’anni, e che io ricordi non c’è stato un solo fatto che potesse far pensare a dissapori o regolamenti di conti. Parliamo di una famiglia stimata e benvoluta. Quel che mi dispiace, al di là della morte di una brava persona, è vedere il mio paese trasformato da un giorno all’altro. Siamo tutti choccati. Pensavamo di averci lasciato alle spalle la violenza e la barbarie. Soprattutto per un sindaco, questo è un momento difficile e doloroso».

Quella dei Dessena è una famiglia molto unita, e questa vicinanza è anche fisica, con le case raccolte all’ingresso del paese. C’è la villetta dei genitori, e poi appiccicate, quelle dei figli. Un parente esce dal cancello, si ferma, e con gentilezza scambia qualche parola. «Quando giovedì sera non è rientrato per cena, i figli si sono preoccupati. Sapevano che era andato nel terreno di s’Ozzastru, e sono andati a cercarlo. Mai avrebbero immaginato una cosa simile. Ancora non riusciamo a crederci. Perché, che io sappia, Francesco non aveva alcun problema e non aveva mai ricevuto minacce. Non riusciamo a darci una spiegazione».

Invece il male si annida anche tra le pieghe di un’esistenza tranquilla. Il nemico c’era ed è stato spietato. Quella esecuzione così efferata, con la vittima costretta a stare in ginocchio e a guardare negli occhi il suo carnefice, parla di vendetta e di odio profondo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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