Sassari, l'infettivologo Babudieri: «Basta chiusure, è l’ora della responsabilità»

L'intervista integrale con il direttore di malattie infettive: «Dovremmo aver imparato la lezione»

SASSARI. I contagi stanno diminuendo e il reparto di Malattie Infettive di Sassari può finalmente respirare. Per il direttore Sergio Babudieri è arrivato il momento di una prova collettiva di grande responsabilità.

Cosa ci aspetta nelle prossime settimane e nei prossimi mesi?

«A mio parere il sistema delle chiusure, la suddivisione in fasce, le varie restrizioni in questa fase non hanno più molto senso. Io in questo momento riaprirei tutto, chiamando i cittadini a una prova di responsabilità. Mi spiego meglio: la gente ora non ha più scuse. Ha avuto un anno di tempo per imparare la lezione. Per acquisire confidenza con tutte le precauzioni, per capire come ci si protegge. E tutte le restrizioni, le zone rosse, le chiusure sono servite proprio a questo, a educare le persone a convivere con un nemico che non si conosceva, ad avere la percezione di un pericolo reale. Ma ora, dopo la terza ondata, la gente è educata. Non si può più dire: oddio, mi sono preso il Covid, chissà come è potuto accadere. Eh no, gli alibi sono finiti: se ti sei beccato il virus la colpa per buona parte tua e te ne assumi le conseguenze. Quindi vieni in ospedale solo quando stai veramente male, quando la saturazione mette a rischio la tua vita, perché per la tua incoscienza ne va di mezzo la salute degli altri».

Allude al fatto che la sanità ha la coperta corta, e ancora di più in regime di emergenza?
«Purtroppo i medici e i reparti che si dedicano al Covid finiscono inevitabilmente per sottrarre le loro energie e le loro competenze ad altri pazienti e ad altre patologie. Il covid ha già fagocitato troppe risorse. Perché un malato di tumore non può essere operato urgentemente e deve rischiare di morire perché non ci sono sale operatorie o il comparto oncologico non è funzionale al cento per cento? Malattie infettive non ricovera un malato di Aids o di meningite da un anno. Perché i miei specializzandi, i futuri virologi, devono occuparsi solo di Covid? È il momento che anche la sanità faccia un salto in avanti e si riappropri della propria normalità».

Ma non è pericoloso il liberi tutti? L’ultima zona bianca è stato un disastro.
«Ci sono due fattori che giocano a nostro favore: il primo è la campagna vaccinale e una immunità di gregge che si spera ormai prossima. La seconda è la curva delle pandemie, che statisticamente dopo un po’ va a calare. E qui veniamo al discorso estate. Lo scorso agosto, chi entrava a contatto con un positivo, veniva sistematicamente contagiato, perché non c’era alcuna immunizzazione. Ora è difficile che un cluster si espanda così velocemente, perché la catena dei contagi è probabile che si interrompa con una persona già vaccinata. Insomma, perché il virus esploda nuovamente occorrono comportamenti scellerati. Ma, come ho accennato prima, le persone dovrebbero aver imparato la lezione».

Quali sono le precauzioni da adottare in questo antipasto di normalità?
«Il pericolo sarà sempre la troppa convivialità. I pranzi in famiglia, gli incontri nei bar al chiuso, gli spuntini con gli amici fatti con la mascherina abbassata. Il fatto che di recente solo un paziente su 15 fosse di Sassari, e che tutti gli altri provenissero da centri dell’hinterland, la dice lunga sulle abitudini di incontro nei paesi più piccoli. A queste fesserie dobbiamo stare molto attenti. Possiamo permetterci di togliere il coprifuoco, di evitare le chiusure, di riappropriarci di un po’ di normalità, questa estate anche di levarci la mascherina quando siamo all’aperto. Ma gli eccessi bisogna evitarli, perché sono quelli che potrebbero farci ripartire dal via».

Com’è la situazione ricoveri?
«Il mio reparto è un osservatorio privilegiato sull’evolversi della pandemia. L’effetto dei vaccini è evidente: la fascia più a rischio ora non è più quella degli over settanta, perché tutti sono coperti almeno dalla prima dose, e quindi anche se vengono contagiati dal virus, in genere tutto si risolve con qualche starnuto e qualche lineetta di febbre. Il covid, su chi è vaccinato, non è più così aggressivo da compromettere la funzionalità respiratoria, se non in casi rarissimi. Invece ora i più fragili sono le persone dai 50 ai 60 anni, che ancora non sono coperte dal vaccino. I ricoveri appartengono prevalentemente a questa fascia. L’Inghilterra, che a ottobre era messa molto peggio di noi, ha capito tutto prima. E ora forse è il caso che l’Italia vada a lezione di Inglese».

Si spieghi meglio.
«Il governo inglese ha intuito che il problema più grosso del Covid era la pressione sulla sanità e sulle terapie intensive. Bisognava fare in modo che i malati non si riversassero sugli ospedali, e così facendo il Covid si potesse gestire alla stregua di un’influenza particolarmente aggressiva. Come ottieni tutto questo? Potenziando il sistema immunitario dei cittadini, vaccinandoli tutti, almeno con la prima dose, nel più breve tempo possibile. Chi si ammala, ha molte meno possibilità di aggravarsi e finire intubato. La prima vaccinazione a tappeto è stata l’arma vincente e ora l’Inghilterra ha fatto il secondo salto di qualità, che dovremmo imitare. Io l’ho toccato con mano quando sono andato a Londra a trovare mia figlia. Una mattina il corriere governativo ha suonato il campanello e ha consegnato il kit. Sette tamponi antigenici da effettuare da soli una volta alla settimana. Poi ci sono i codici, c’è l’app dove inserire i risultati, e la caccia alle varianti si svolge esattamente così: con un monitoraggio sistematico e a tappeto, famiglia per famiglia. Una volta ottenuta l’immunità di gregge, la si difende in questo modo. E i cluster epidemici non potranno più esplodere».

E in Italia che situazione ha trovato?
«Da Londra sono atterrato a Ciampino. E da Roma ho preso un altro aereo per rientrare ad Alghero. Dopo una decina di giorni mi ero abituato al rigore londinese, e mi sarei aspettato la stessa scrupolosità anche a casa mia. Invece non mi hanno chiesto alcuna documentazione, giusto un controllo formale e frettoloso. E lì ti rendi conto del perché siamo ancora così lontani dalla soluzione».

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