Pandemia, riprendiamoci le nostre vite ma prudenza

Riaprire tutto senza però abbandonare le attenzioni che ci hanno accompagnato in questi mesi

Si percepisce un vento di cambiamento. Forse non è ancora un vero e proprio vento: assomiglia più a una brezza. Sfiora i nostri visi semicoperti dalle mascherine, allerta i nostri sensi portandoci a pensare che sì, stavolta davvero, questo film apocalittico in cui siamo piombati da 14 mesi è alle scene finali. Non è solo l’aria di primavera, ma sono i numeri delle ultime settimane e soprattutto l’esempio di chi è più avanti di noi con i vaccini a dirci che stiamo per riprenderci in mano le nostre vite. Anche gli esperti più prudenti ora si mostrano possibilisti, addirittura propensi a consigliare riaperture generalizzate.

Il professor Babudieri, professionista competente che ha vissuto l’anno di pandemia nella trincea della sanità sassarese, nell’intervista alla Nuova esprime un convinto sostegno alle ipotesi di un radicale ridimensionamento di vincoli e divieti. E lo fa tenendo presente una serie di fattori: le conseguenze dell’emergenza Covid perenne sul resto delle patologie, sull’equilibrio delle persone, sulla tenuta sociale delle nostre comunità.


Quindi un “riapriamo” illuminato, confortato in particolare dall’osservazione di ciò che sta avvenendo negli ospedali. Un “riapriamo” che non dice “il virus non c’è più”, ma che invita tutti a ritrovare la normalità di gesti, azioni, abitudini che avevamo dovuto mettere da parte. A un patto: la prudenza e le attenzioni non dovranno essere abbandonate. Perché il virus c’è, eccome se c’è.

La pandemia, dal marzo dell’anno scorso, ha fatto vittime in tutto il mondo, ha sconvolto stili di vita, fiaccato economie, messo a dura prova collaudati apparati sanitari. Ma ha anche scosso il sistema globale e locale della comunicazione. È stato difficile (e probabilmente il percorso non è stato ancora completato) trovare un equilibrio, senza sbandare ora verso l’allarmismo, ora verso la reticenza. Anche adesso, nel momento in cui si vede il virus che rallenta la sua corsa, bisogna fare uno sforzo supplementare per temperare la legittima, fisiologica, dirompente voglia di normalità che è in tutti noi con l’accortezza che dovrebbe essere propria di soggetti pensanti.

C’è un dato sul quale quasi tutti gli esperti concordano: per arrivare a una buona efficacia dei vaccini, deve essere immunizzato almeno il 70 per cento della popolazione. In Italia e in Sardegna solo il 30 per cento degli adulti ha ricevuto almeno la prima dose. Ciò significa che per arrivare a quel salvifico 70 per cento bisognerà attendere ancora. Secondo le previsioni al momento più attendibili, con l’andamento attuale della campagna vaccinale, l’obiettivo sarebbe raggiunto a metà settembre.

E nel frattempo che si fa? Si continua a stare chiusi in casa, con pasti e caffè da asporto, palestre e teatri chiusi? Il messaggio che arriva in questi ultimi giorni è ormai chiaro: no. Non si continua così. Non si può e non si deve perchè siamo arrivati a un punto in cui le conseguenze di tutto ciò che abbiamo vissuto e stiamo vivendo come limitazioni e divieti avrebbero conseguenze più pesanti di quelle rappresentate dalla minaccia del virus. A un patto, a una condizione: non dimenticare mai ciò che ci stiamo lasciando alle spalle. I rischi ci sono ancora: ignorarli metterebbe noi di fronte a un pericolo personale, gli altri di fronte a un pericolo riflesso ma non per questo meno grave, sia esso quello di un contagio o delle conseguenze di un ritorno a chiusure e divieti. L’aria sta cambiando, porta con sé un profumo di glicine. Lo si può percepire e goderne anche indossando una mascherina e continuando a stropicciarsi le mani con il gel.
 

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