La ragione del diritto contro il populismo penale
di Enrico Carta
Manconi (camere penali di Oristano): «La politica intercetta il disagio per avere consenso»
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ORISTANO. Azione criminale, reazione politica. Immediata e quasi scontata quest’ultima. Ogniqualvolta ci si trova davanti a fatti di cronaca brutali, la politica porge dichiarazioni pronte a catturare l’attenzione. Il deputato Ugo Cappellacci, sui social, si era eretto a novello Charles Bronson a distanza, giustiziere volontario dell’assassino allora in fuga. Facendo riferimento a questa diffusa necessità di presentarsi come novelli vendicatori, che vorrebbero relegata in un angolo la giustizia dei codici e della procedura, l’avvocatessa Rosaria Manconi prende le distanze dall’onorevole. «Sul bisogno etico primitivo animato dalle migliori intenzioni, ovvero il trionfo della giustizia, si innesca il virus giustizialista – spiega la presidentessa delle Camere penali di Oristano –. Il politico di turno interviene perché intercetta il disagio sociale e le annesse istanze securitarie per assicurarsi consenso. Pronuncia parole di odio e di vendetta accompagnate da promesse di inasprimento delle pene e creazione di nuove tipologie di reati».
L’avvocatessa lo definisce «Fenomeno del populismo penale, figlio del populismo politico che spesso si accompagna al giustizialismo televisivo, spettacolare quanto inadeguato a formare un giudizio critico dei cittadini. Questo orienta e alimenta demagogicamente le percezioni sociali e oggi l’idea di sicurezza è divenuta capace di generare consenso vasto e acritico per il solo fatto di essere nominata». Eppure le statistiche sulla criminalità descrivano una società più sicura e una diminuzione costante del numero dei reati nell’ultimo decennio, «ma la percezione d’insicurezza e paura, alimentate da politica e media, genera consenso verso chi si propone come giustiziere».
Comincia così un’altra partita «quella tra giustizialismo e civiltà – prosegue Rosaria Manconi –, tra istinto di vendetta e garanzie fondamentali. Il populismo penale ha la sua forza principale, oltre che nella paura, nella carica emotiva che vanta verso l’opinione pubblica attraverso la strumentalizzazione, a cui non è estranea una parte della magistratura, soprattutto inquirente, che ha adottato uno stile comunicativo populista esibito nei salotti televisivi e sulla stampa».
La medicina è una sola: «Non resta che affidarci alla giurisdizione e alla sua capacità di resistere alle pressioni che salgono dalla società. Sperare che la magistratura sia in grado di recuperare il terreno sottratto ai principi fondamentali e alle garanzie». Considerazioni che poi si estendono alla necessità di proteggere le vittime di violenze di genere, spesso colpite quando i campanelli d’allarme sono già suonati. Tante volte persino quando i giudici hanno già emesso misure restrittive verso chi maltratta. «La legislazione offre risposte adeguate, è stata più volte adeguata. Eppure troppe volte si legge di donne che avevano già presentato delle denunce per maltrattamenti o segnalato situazioni di violenza reiterate, a cui non hanno fatto seguito interventi efficaci a garantire la tutela della loro incolumità e dei loro figli. Ritengo che questo accada principalmente per due ragioni: per un verso si tende a sottovalutare il bisogno di protezione delle donne e a scambiare la violenza con le dinamiche conflittuali; dall’altro si ritiene che la denuncia sia un’iniziativa di per sé esaustiva. La denuncia si rivela insufficiente, se non supportata da una valutazione del rischio da effettuare con la donna stessa e dalla messa a punto di un piano di sicurezza specifico che ne assicuri la sua salvaguardia. Serve un sistema che coinvolga centri antiviolenza, forze dell’ordine, servizi territoriali, tribunali, case rifugio, presidi sanitari, rete familiare e amici, strategie adeguate per prevenire la violenza che tengano conto di diversi elementi: la reiterazione, la frequenza e l’escalation della violenza. La repressione non basta, la violenza di genere nasce da un problema culturale e sono necessari interventi educativi in tutti i settori della società. Sono però progetti lenti, tutti da organizzare. Le vittime non possono aspettare che le campagne educative diano frutto e i dati di un osservatorio sul femminicidio vengano interpretati».
L’avvocatessa lo definisce «Fenomeno del populismo penale, figlio del populismo politico che spesso si accompagna al giustizialismo televisivo, spettacolare quanto inadeguato a formare un giudizio critico dei cittadini. Questo orienta e alimenta demagogicamente le percezioni sociali e oggi l’idea di sicurezza è divenuta capace di generare consenso vasto e acritico per il solo fatto di essere nominata». Eppure le statistiche sulla criminalità descrivano una società più sicura e una diminuzione costante del numero dei reati nell’ultimo decennio, «ma la percezione d’insicurezza e paura, alimentate da politica e media, genera consenso verso chi si propone come giustiziere».
Comincia così un’altra partita «quella tra giustizialismo e civiltà – prosegue Rosaria Manconi –, tra istinto di vendetta e garanzie fondamentali. Il populismo penale ha la sua forza principale, oltre che nella paura, nella carica emotiva che vanta verso l’opinione pubblica attraverso la strumentalizzazione, a cui non è estranea una parte della magistratura, soprattutto inquirente, che ha adottato uno stile comunicativo populista esibito nei salotti televisivi e sulla stampa».
La medicina è una sola: «Non resta che affidarci alla giurisdizione e alla sua capacità di resistere alle pressioni che salgono dalla società. Sperare che la magistratura sia in grado di recuperare il terreno sottratto ai principi fondamentali e alle garanzie». Considerazioni che poi si estendono alla necessità di proteggere le vittime di violenze di genere, spesso colpite quando i campanelli d’allarme sono già suonati. Tante volte persino quando i giudici hanno già emesso misure restrittive verso chi maltratta. «La legislazione offre risposte adeguate, è stata più volte adeguata. Eppure troppe volte si legge di donne che avevano già presentato delle denunce per maltrattamenti o segnalato situazioni di violenza reiterate, a cui non hanno fatto seguito interventi efficaci a garantire la tutela della loro incolumità e dei loro figli. Ritengo che questo accada principalmente per due ragioni: per un verso si tende a sottovalutare il bisogno di protezione delle donne e a scambiare la violenza con le dinamiche conflittuali; dall’altro si ritiene che la denuncia sia un’iniziativa di per sé esaustiva. La denuncia si rivela insufficiente, se non supportata da una valutazione del rischio da effettuare con la donna stessa e dalla messa a punto di un piano di sicurezza specifico che ne assicuri la sua salvaguardia. Serve un sistema che coinvolga centri antiviolenza, forze dell’ordine, servizi territoriali, tribunali, case rifugio, presidi sanitari, rete familiare e amici, strategie adeguate per prevenire la violenza che tengano conto di diversi elementi: la reiterazione, la frequenza e l’escalation della violenza. La repressione non basta, la violenza di genere nasce da un problema culturale e sono necessari interventi educativi in tutti i settori della società. Sono però progetti lenti, tutti da organizzare. Le vittime non possono aspettare che le campagne educative diano frutto e i dati di un osservatorio sul femminicidio vengano interpretati».
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