Canapa, da sogno a incubo Ora chi coltiva è a rischio
di Antonello Palmas
Forti investimenti in molti paesi sardi, poi il caos delle interpretazioni giuridiche Il dipartimento di agraria dell’Uniss: pronta una task force per salvare il mercato
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SASSARI. Una task force in aiuto di un mercato, quello della canapa industriale, che rischia di svanire a causa delle incertezze nelle interpretazioni della legge. L’idea è del dipartimento di agraria di Sassari: un gruppo di esperti è pronto per salvare i tanti che hanno puntato tutto sulle coltivazioni di una pianta dalle mille risorse (qualcuna contraria alla legge, e qui nasce il problema). Quella legge, la 242 del 2016, aveva dato a parecchi paesi sardi una nuova speranza di sviluppo grazie alle piantagioni. Tanti i posti di lavoro nati dopo che venne dichiarata lecita e promossa la coltivazione della canapa e anche delle infiorescenze.
Freno allo spopolamento. Tante le aziende agricole che hanno intravisto un mercato molto promettente in grado di dare la scossa all’agricoltura isolana, creare un indotto, frenare lo spopolamento, valorizzare numerosi terreni incolti, far affluire risorse esterne nelle economie locali. Poi nelle istituzioni sembra aver prevalso la paura di non riuscire a discernere ciò che è un’attività lecita da quella criminale. Perché dalla Canapa sativa si può produrre di tutto (anche droga, se la pianta ha le caratteristiche giuste in quanto a contenuto di Thc). E per chi in quel sogno avevano gettato le sue sostanze e speranze è iniziato il dramma.
I dubbi giuridici. «Dal 2016 a oggi – spiega il direttore del dipartimento di agraria dell’università di Sassari, Pier Paolo Roggero – molte aziende agricole hanno investito acquistando attrezzature per l’essiccazione, sporzionamento della pianta e successiva commercializzazione dei prodotti nei mercati nazionali o esteri, generando un’importante indotto nel territorio. Poi le diverse interpretazioni della legge da parte delle procure hanno creato la confusione più totale». Chiunque tratti canapa può ritrovarsi nei guai. «Si sono innescate una serie di azioni da parte dei tribunali italiani, che spesso hanno agito in maniera asimmetrica, fino al pronunciamento della Corte Suprema di Cassazione che nel 2019 ha sentenziato in maniera opposta alla 242 o quantomeno rimanda alla determinazione dell’efficacia drogante il parametro di giudizio».
Coltivatori a rischio. In particolare la procura di Cagliari ha emanato una direttiva che, di fatto, considera la stessa coltura legale se la destinazione produttiva è la fibra o la biomassa, illegale se si raccolgono solo le infiorescenze o le foglie separatamente dal resto della pianta. «Distinzione decisamente poco praticabile in termini agronomici e di monitoraggio delle coltivazioni, tale da portare potenzialmente all’accusa di detenzione di stupefacenti per gli imprenditori che dovessero raccogliere, essiccare e stoccare le infiorescenze separatamente». E da allora i sequestri e le denunce non si contano. Nessuno sa come comportarsi, tutto si è fermato. «Si arriva all'assurdo di raccogliere la pianta intera e lasciare agli svizzeri il valore aggiunto della prima lavorazione, con conseguente aggravio dei costi di trasporto».
Situazione paradossale. Agraria vuole porre rimedio a tutto ciò mettendo a disposizione le proprie competenze: «Abbiamo presentato alla Regione un progetto, ancora in fase di valutazione – dice Roggero – per creare un team multidisciplinare che comprende anche un legale e una delle più grosse agenzie di certificazione italiane: l’obiettivo è fare in modo che le forze dell’ordine possano riconoscere facilmente la tipologia delle piante coltivate (che sono molto difficili da distinguere) ed escludere il reato. Occorre costruire una filiera certificabile che permetta di tracciare il prodotto dal campo alla trasformazione, c’è un grande lavoro da compiere, ma che in tempi ragionevoli si può realizzare». Secondo Roggero «proprio la situazione di ambiguità e incertezza è quella più favorevole alle coltivazioni illegali e più sfavorevole agli investimenti di imprenditori agricoli seri e capaci, che oggi hanno difficoltà a investire e rivitalizzare anche zone rurali interne oggi in forte crisi. Estrarre ciò che interessa dalla pianta a queste condizioni diventa impossibile o antieconomico. È come dire ad Adamo ed Eva: ecco l’albero, ma non puoi cogliere la mela».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Freno allo spopolamento. Tante le aziende agricole che hanno intravisto un mercato molto promettente in grado di dare la scossa all’agricoltura isolana, creare un indotto, frenare lo spopolamento, valorizzare numerosi terreni incolti, far affluire risorse esterne nelle economie locali. Poi nelle istituzioni sembra aver prevalso la paura di non riuscire a discernere ciò che è un’attività lecita da quella criminale. Perché dalla Canapa sativa si può produrre di tutto (anche droga, se la pianta ha le caratteristiche giuste in quanto a contenuto di Thc). E per chi in quel sogno avevano gettato le sue sostanze e speranze è iniziato il dramma.
I dubbi giuridici. «Dal 2016 a oggi – spiega il direttore del dipartimento di agraria dell’università di Sassari, Pier Paolo Roggero – molte aziende agricole hanno investito acquistando attrezzature per l’essiccazione, sporzionamento della pianta e successiva commercializzazione dei prodotti nei mercati nazionali o esteri, generando un’importante indotto nel territorio. Poi le diverse interpretazioni della legge da parte delle procure hanno creato la confusione più totale». Chiunque tratti canapa può ritrovarsi nei guai. «Si sono innescate una serie di azioni da parte dei tribunali italiani, che spesso hanno agito in maniera asimmetrica, fino al pronunciamento della Corte Suprema di Cassazione che nel 2019 ha sentenziato in maniera opposta alla 242 o quantomeno rimanda alla determinazione dell’efficacia drogante il parametro di giudizio».
Coltivatori a rischio. In particolare la procura di Cagliari ha emanato una direttiva che, di fatto, considera la stessa coltura legale se la destinazione produttiva è la fibra o la biomassa, illegale se si raccolgono solo le infiorescenze o le foglie separatamente dal resto della pianta. «Distinzione decisamente poco praticabile in termini agronomici e di monitoraggio delle coltivazioni, tale da portare potenzialmente all’accusa di detenzione di stupefacenti per gli imprenditori che dovessero raccogliere, essiccare e stoccare le infiorescenze separatamente». E da allora i sequestri e le denunce non si contano. Nessuno sa come comportarsi, tutto si è fermato. «Si arriva all'assurdo di raccogliere la pianta intera e lasciare agli svizzeri il valore aggiunto della prima lavorazione, con conseguente aggravio dei costi di trasporto».
Situazione paradossale. Agraria vuole porre rimedio a tutto ciò mettendo a disposizione le proprie competenze: «Abbiamo presentato alla Regione un progetto, ancora in fase di valutazione – dice Roggero – per creare un team multidisciplinare che comprende anche un legale e una delle più grosse agenzie di certificazione italiane: l’obiettivo è fare in modo che le forze dell’ordine possano riconoscere facilmente la tipologia delle piante coltivate (che sono molto difficili da distinguere) ed escludere il reato. Occorre costruire una filiera certificabile che permetta di tracciare il prodotto dal campo alla trasformazione, c’è un grande lavoro da compiere, ma che in tempi ragionevoli si può realizzare». Secondo Roggero «proprio la situazione di ambiguità e incertezza è quella più favorevole alle coltivazioni illegali e più sfavorevole agli investimenti di imprenditori agricoli seri e capaci, che oggi hanno difficoltà a investire e rivitalizzare anche zone rurali interne oggi in forte crisi. Estrarre ciò che interessa dalla pianta a queste condizioni diventa impossibile o antieconomico. È come dire ad Adamo ed Eva: ecco l’albero, ma non puoi cogliere la mela».
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