Mediterraneo bollente: una minaccia per il futuro
di Claudio Zoccheddu
Pesci killer e fondali sempre più spopolati anche nelle acque della Sardegna
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SASSARI. Il mare tropicale è uno dei sogni ricorrenti di generazioni di turisti: acqua calda, pesci colorati e una varietà di attrazioni sottomarine da far girare la testa. Tutto bellissimo, ai tropici però. Le importazioni, infatti, sono un’altra cosa e la tropicalizzazione del Mediterraneo non può contare sul fascino romantico del sogno quanto piuttosto sull’angosciosa follia dell’incubo. Secondo gli esperti del Wwf il processo è già in atto e sarà difficilissimo fermarlo. L’associazione ambientalista ne ha parlato più volte e nella giornata mondiale degli oceani (ieri, ndr) ha lanciato il report “Gli effetti del cambiamento climatico nel Mediterraneo”, una sorta di film horror in cui la vittima è il caro e vecchio Mare Nostrum, indirizzato verso un futuro drammatico.
Sempre più caldo. Per iniziare è sufficiente dire che “nel Mediterraneo le temperature stanno aumentando il 20% più velocemente rispetto alla media globale. Ciò sta già avendo gravi e concrete conseguenze in tutto il bacino, destinate ad aumentare, con un innalzamento del livello del mare che potrebbe superare il metro entro il 2100, con impatti su un terzo della popolazione della regione”. Controbattere è complicatissimo ma qualcosa si può fare. Per proteggere e ripristinare le risorse naturali del Mediterraneo il Wwf promuove la creazione di un network di aree marine protette e in modo che entro il 2030 il 30% del Mediterraneo sia tutelato.
Pericolo a Oriente. È la parte più calda del Mediterraneo, dove il processo di tropicalizzazione, purtroppo, sembra a buon punto e le specie invasive tropicali, la maggior parte arrivate dal Canale di Suez, stanno espandendo i propri areali di distribuzione seguendo l’aumento delle temperature. Il risultato è drammatico: tra i molluschi nativi è emerso come solo il 5-12% delle specie “storiche” ci siano ancora. Al contrario, specie non indigene provenienti dal Mar Rosso sono aumentate, creando un nuovo ecosistema popolato da 986 specie, di cui 126 di pesci. E se i pesci coniglio devastano la preziosissima posidonia, i pesci scorpione stanno facendo razzia di piccoli pesci e crostacei. Un’azione combinata che sta trasformando i fondali in deserti senza futuro.
Invasione di meduse. È in atto almeno dal 2003, per colpa del riscaldamento delle acque. Tra gli effetti collaterali, oltre ai danni causati al turismo (le spiagge invase dalle meduse non sono molto appetibili), ci sono i problemi per la pesca e addirittura per le centrali elettriche, di cui potrebbero bloccare le prese d’acqua fondamentali per il raffreddamento.
Il polmone sottomarino. La posidonia ossigena le acque e fornisce un habitat al 20% delle specie marine del Mediterraneo ma l’invadenza dell’uomo e la presenza di alghe aliene ne mettono a rischio la sopravvivenza. Le praterie di posidonia sono un deposito di carbonio, e riducono l’energia di onde e correnti, stabilizzando il fondale sabbioso e fissando i sedimenti. L’importanza è in questi dati: si stima che le praterie abbiano immagazzinato l’11-42% delle emissioni totali di Co2 dei Paesi mediterranei dai tempi della Rivoluzione Industriale: per ridurli basterebbe tutelarla e invece ne resta sempre meno.
Corallo a rischio. Forniscono habitat fondamentali offrendo riparo, aree di riproduzione e resistendo alle alghe invasive. Le “gorgonie” sono fondamentali ma il surriscaldamento marino le colpendo duramente e se prima, agli inizi degli anni 90 si trovavano a partire dai 4 metri di profondità, ora sono sparite sino a 40.
Filtri in estinzione. La Pinna nobilis è uno dei più grandi bivalvi e ha un ruolo fondamentale perché contribuisce alla limpidezza dell’acqua filtrando grandi quantità di detrito, oltre fornisce un habitat in cui molte specie si aggregano. Le “nacchere” però sono preda dell’uomo, che le usa anche per i suoi filamenti, e sono state le sfortunate protagoniste di un devastante evento di mortalità di massa ha colpito il Mediterraneo spagnolo, causando una mortalità del 100% in alcune aree, per poi trasferirsi sulle coste italiane e spagnole, devastando fino all’80% della popolazione.
Sempre più caldo. Per iniziare è sufficiente dire che “nel Mediterraneo le temperature stanno aumentando il 20% più velocemente rispetto alla media globale. Ciò sta già avendo gravi e concrete conseguenze in tutto il bacino, destinate ad aumentare, con un innalzamento del livello del mare che potrebbe superare il metro entro il 2100, con impatti su un terzo della popolazione della regione”. Controbattere è complicatissimo ma qualcosa si può fare. Per proteggere e ripristinare le risorse naturali del Mediterraneo il Wwf promuove la creazione di un network di aree marine protette e in modo che entro il 2030 il 30% del Mediterraneo sia tutelato.
Pericolo a Oriente. È la parte più calda del Mediterraneo, dove il processo di tropicalizzazione, purtroppo, sembra a buon punto e le specie invasive tropicali, la maggior parte arrivate dal Canale di Suez, stanno espandendo i propri areali di distribuzione seguendo l’aumento delle temperature. Il risultato è drammatico: tra i molluschi nativi è emerso come solo il 5-12% delle specie “storiche” ci siano ancora. Al contrario, specie non indigene provenienti dal Mar Rosso sono aumentate, creando un nuovo ecosistema popolato da 986 specie, di cui 126 di pesci. E se i pesci coniglio devastano la preziosissima posidonia, i pesci scorpione stanno facendo razzia di piccoli pesci e crostacei. Un’azione combinata che sta trasformando i fondali in deserti senza futuro.
Invasione di meduse. È in atto almeno dal 2003, per colpa del riscaldamento delle acque. Tra gli effetti collaterali, oltre ai danni causati al turismo (le spiagge invase dalle meduse non sono molto appetibili), ci sono i problemi per la pesca e addirittura per le centrali elettriche, di cui potrebbero bloccare le prese d’acqua fondamentali per il raffreddamento.
Il polmone sottomarino. La posidonia ossigena le acque e fornisce un habitat al 20% delle specie marine del Mediterraneo ma l’invadenza dell’uomo e la presenza di alghe aliene ne mettono a rischio la sopravvivenza. Le praterie di posidonia sono un deposito di carbonio, e riducono l’energia di onde e correnti, stabilizzando il fondale sabbioso e fissando i sedimenti. L’importanza è in questi dati: si stima che le praterie abbiano immagazzinato l’11-42% delle emissioni totali di Co2 dei Paesi mediterranei dai tempi della Rivoluzione Industriale: per ridurli basterebbe tutelarla e invece ne resta sempre meno.
Corallo a rischio. Forniscono habitat fondamentali offrendo riparo, aree di riproduzione e resistendo alle alghe invasive. Le “gorgonie” sono fondamentali ma il surriscaldamento marino le colpendo duramente e se prima, agli inizi degli anni 90 si trovavano a partire dai 4 metri di profondità, ora sono sparite sino a 40.
Filtri in estinzione. La Pinna nobilis è uno dei più grandi bivalvi e ha un ruolo fondamentale perché contribuisce alla limpidezza dell’acqua filtrando grandi quantità di detrito, oltre fornisce un habitat in cui molte specie si aggregano. Le “nacchere” però sono preda dell’uomo, che le usa anche per i suoi filamenti, e sono state le sfortunate protagoniste di un devastante evento di mortalità di massa ha colpito il Mediterraneo spagnolo, causando una mortalità del 100% in alcune aree, per poi trasferirsi sulle coste italiane e spagnole, devastando fino all’80% della popolazione.
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