«Stagionali? Scelgono il reddito di cittadinanza»
Il parere della consulente del lavoro: «I sussidi statali portano a non investire sulla formazione»
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SASSARI. La carenza di personale stagionale sarebbe il risultato di un mix di fattori suddivisi in parti non omogenee. Ne è assolutamente convinta Francesca Bragaglia, consulente del lavoro, che parte dalla porzione di torta più ampia, quella dei sussidi: «Il reddito di cittadinanza e gli altri istituti studiati per dare integrazione al reddito portano i beneficiari a non investire su stessi, a non formarsi e non accettare lavori con paghe vicine, ma anche superiori, a quanto percepito grazie ai sussidi – spiega Bragaglia –. Ma ci sono anche i lavoratori che non rinunciano all’impiego, purché sia in nero e dunque non contrasti in alcun modo l’assegnazione del reddito di cittadinanza. Tuttavia questo non è un problema esclusivo della Sardegna ma purtroppo è così in tutta Italia. Sono tantissime le imprese del turismo, e non solo, che non riescono a trovare lavoratori stagionali». Francesca Bragaglia mette in evidenza i rifiuti dei tanti stagionali che preferiscono il sussidio: «Dicono che gli orari di lavoro non sono congeniali. O che le mansioni sono troppo faticose. D’altra parte è difficile che una persona lavori per 800 o 900 euro al mese quando ne prende 750 di sussidio evitando le otto ore lavorative». La seconda fetta della torta che misura la carenza dei lavoratori stagionali è occupata dalla formazione ma soprattutto dalla sua assenza: «Sono decenni che non si investe sulla formazione delle persone e la gran parte dei lavoratori stagionali non hanno professionalità da spendere nel campo occupazionale. Un aspetto che, oltre a danneggiare i lavoratori – continua la consulente del lavoro – abbassa i livelli di qualità forniti dalle aziende. Gli stagionali che possono contare su qualifiche specifiche o che hanno una professionalità riconoscibile, infatti, non faticano a trovare un lavoro ben retribuito, che sia in Sardegna o altrove». Poi c’è la questione delle paghe, basse, confermata anche da Francesca Bragaglia: «È un problema anche questo ma le aziende rispondono dicendo che molti stagionali non sanno lavorare, non sono stati formati per il servizio nelle cucine o ai tavoli, giusto per fare un esempio. A questo punto diventa difficile garantire anche il minimo previsto dal contratto di lavoro collettivo ad una persona che, una volta assunta, dimostra di non essere all’altezza della mansione che dovrebbe ricoprire». Superare il problema, secondo la consulente del lavoro, non sarà facile e soprattutto non potrà accadere nell’immediato: «Serve un cambiamento culturale. Troppi giovani non hanno intenzione di farsi le ossa lavorando. Credo che sia giusto sostenere le persone ma questa non deve diventare la regola perché i sussidi non sono eterni. Meglio investire sulla formazione. Nell’immediato, per superare la carenza di lavoratori stagionali, forse l’unica possibilità è il lavoro a chiamata. Sarebbe comunque una risposta temporanea che non cancellerebbe il problema». (c.z.)
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