«Ideare la rigenerazione guardando 40 anni avanti»
di Roberto Petretto
La proposta per Porto Torres e l’esempio Bilbao: parla il professore Juan Alayo
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SASSARI. In queste settimane in cui sulla Nuova è andato avanti il dibattito lanciato dallo scrittore Marcello Fois con l’idea di realizzare a Porto Torres il museo betile che non ha trovato attuazione a Cagliari, è stato spesso portato come esempio virtuoso il caso di Bilbao, del Guggenheim e della rigenerazione della dismessa area industriale. Chi conosce bene quell’intervento è Juan Alvaro Alayo, professore di Urban development and land regeneration alla Ie School of architecture and design e advisor per la rigenerazione urbana del Distrito Tec “Tecnológico de Monterrey” in Messico.
Alayo nel 2005 è diventato direttore della pianificazione e sviluppo di Bilbao Ría 2000, una azienda pubblica della città di Bilbao per la rigenerazione dell’area metropolitana. Per i successivi otto anni è stato responsabile della pianificazione di nuove opportunità di sviluppo.
«Devo fare una premessa importante - dice Alayo -: non sono mai stato in Sardegna quindi non conosco personalmente la realtà di cui dobbiamo discutere. Parlo per astratto».
L’idea di rigenerare aree industriali dismesse non è prerogativa esclusiva di Porto Torres: «Molte città hanno delle vaste aree da recuperare. Da voi si parla della possibilità di realizzare un grande museo, ma bisogna tenere presente una cosa. In un grande processo di trasformazione, l’incidenza di un grande museo è dell’1 per cento. Certo, è importante. Viene da chiedersi se Bilbao sarebbe così famosa se non avesse il Guggenheim all’interno di un intervento di recupero. Ma bisogna anche chiedersi quante città hanno speso centinaia di milioni per realizzare dei grandi musei e quante sono famose come Bilbao. Con questo voglio dire che avere un grande museo non è garanzia di successo».
E allora quali sono gli ingredienti di una riqualificazione di successo? «La trasformazione di Bilbao è stata pensata come un processo che prende in considerazione generazioni. Guarda ai prossimi 40 anni, non ai prossimi 4 o 5. Bilbao era una città industriale, con grande inquinamento, grande degrado ambientale. Con la crisi industriale le attività sono collassate. E con esse le aziende collegate, anche nei servizi. Ci sono stati danni sociali enormi con aumento della disoccupazione e dell’emigrazione. Circa il 30 per cento della popolazione attiva era senza lavoro. La chiusura delle industrie ha però reso disponibili molte aree di pregio, anche vicino all’acqua».
Problemi e opportunità: da cosa si è partiti? «Dalla pulizia del fiume (il Nervión, o Nerbioi in lingua basca, ndr) che era inquinato e maleodorante, contaminato dagli scarichi industriali indiscriminati. Così è stato possibile usare gli spazi intorno al fiume, costruire dove prima era impossibile».
Quello è stato il primo tassello: poi sono arrivati l’ampliamento del porto, la costruzione della nuova metropolitana che collega l’intera valle e diverse municipalità, una nuova linea tramviaria ultramoderna, ristrutturazione stradale con materiali innovativi, nuovi ponti di attraversamento.
I soldi chi li ha messi? «È stata creata l’associazione Bilbao metropoli 30. Inizialmente costituita da 30 soggetti pubblici poi allargata a un centinaio di soci: enti produttivi, università, organizzazioni no-profit, enti pubblici locali, banche e fondazioni, camere di commercio».
La strada da seguire è stata tracciata dalla parte pubblica poi adattata da un confronto con le varie parti anche private «È stata delineata una road map: non tutto è stato realizzato, ma buona parte sì».
A Bilbao non è stata però affastellata una serie di progetti, ma si è cercato di seguire un’idea: «Quando si programma la rigenerazione di una città - spiega Alayo - bisogna partire da una domanda: quale idea di città si ha in mente, in quale tipo di città si vuole vivere e lavorare, che merci si intendono produrre, perché bisogna produrre qualcosa che altri vogliono. Bisogna incoraggiare le attività economiche. Perché se non hai gente, non hai città».
Il professore spagnolo lancia un allarme: «Non ci sono abbastanza giovani, c’è bisogno di una trasformazione demografica. Anche Bilbao sta diventando vecchia. Quelli che entreranno nel mondo del lavoro tra qualche anno sono meno di quelli che ci sono adesso. Siamo di fronte a una piramide rovesciata: la base è più stretta e quindi in futuro ci sarà meno popolazione attiva. È un problema che interessa tutta l’Europa: il continente sta diventando vecchio e rigenerare non è solo un processo fisico».
Programmare la rigenerazione di città e aree industriali richiede attenzione e una valutazione sulle prospettive future: «Molte città hanno spazi disponibili, ma non sempre si tratta di spazio necessario. Si potrebbero creare delle grandi infrastrutture e non avere abbastanza popolazione per sostenerle, perché a quel punto diventerebbe troppo oneroso. Ho visto su Google maps la situazione di Porto Torres: si vede un centro urbano abbastanza contenuto e un’area industriale molto più estesa. Se non sbaglio la popolazione è di poco superiore ai 20mila abitanti. Bisogna stare molto attenti o si rischia di creare situazioni come quella della città messicana di Chihuahua, dove ci sono più strade che palazzi. È necessario avere maggiore densità, anche perché se concentri la densità, incrementi la produttività. E la produttività è legata all’innovazione che a sua volta è legata alle idee: metti insieme la gente e le idee si propagano. È come un gas: se è contenuto in un grande spazio le molecole non interagiscono tra loro, se è compresso sì».
Il telelavoro, lo smart working eredità della pandemia, possono diventare un ostacolo al confronto? «Il telelavoro va bene, ma c’è comunque un numero enorme di persone che non lo fa. Il digitale può essere un complemento. Ma non sostituira la presenza nei bar, negli uffici, nei musei. Sarà sempre meglio una birra al bar che su skype».
Alayo nel 2005 è diventato direttore della pianificazione e sviluppo di Bilbao Ría 2000, una azienda pubblica della città di Bilbao per la rigenerazione dell’area metropolitana. Per i successivi otto anni è stato responsabile della pianificazione di nuove opportunità di sviluppo.
«Devo fare una premessa importante - dice Alayo -: non sono mai stato in Sardegna quindi non conosco personalmente la realtà di cui dobbiamo discutere. Parlo per astratto».
L’idea di rigenerare aree industriali dismesse non è prerogativa esclusiva di Porto Torres: «Molte città hanno delle vaste aree da recuperare. Da voi si parla della possibilità di realizzare un grande museo, ma bisogna tenere presente una cosa. In un grande processo di trasformazione, l’incidenza di un grande museo è dell’1 per cento. Certo, è importante. Viene da chiedersi se Bilbao sarebbe così famosa se non avesse il Guggenheim all’interno di un intervento di recupero. Ma bisogna anche chiedersi quante città hanno speso centinaia di milioni per realizzare dei grandi musei e quante sono famose come Bilbao. Con questo voglio dire che avere un grande museo non è garanzia di successo».
E allora quali sono gli ingredienti di una riqualificazione di successo? «La trasformazione di Bilbao è stata pensata come un processo che prende in considerazione generazioni. Guarda ai prossimi 40 anni, non ai prossimi 4 o 5. Bilbao era una città industriale, con grande inquinamento, grande degrado ambientale. Con la crisi industriale le attività sono collassate. E con esse le aziende collegate, anche nei servizi. Ci sono stati danni sociali enormi con aumento della disoccupazione e dell’emigrazione. Circa il 30 per cento della popolazione attiva era senza lavoro. La chiusura delle industrie ha però reso disponibili molte aree di pregio, anche vicino all’acqua».
Problemi e opportunità: da cosa si è partiti? «Dalla pulizia del fiume (il Nervión, o Nerbioi in lingua basca, ndr) che era inquinato e maleodorante, contaminato dagli scarichi industriali indiscriminati. Così è stato possibile usare gli spazi intorno al fiume, costruire dove prima era impossibile».
Quello è stato il primo tassello: poi sono arrivati l’ampliamento del porto, la costruzione della nuova metropolitana che collega l’intera valle e diverse municipalità, una nuova linea tramviaria ultramoderna, ristrutturazione stradale con materiali innovativi, nuovi ponti di attraversamento.
I soldi chi li ha messi? «È stata creata l’associazione Bilbao metropoli 30. Inizialmente costituita da 30 soggetti pubblici poi allargata a un centinaio di soci: enti produttivi, università, organizzazioni no-profit, enti pubblici locali, banche e fondazioni, camere di commercio».
La strada da seguire è stata tracciata dalla parte pubblica poi adattata da un confronto con le varie parti anche private «È stata delineata una road map: non tutto è stato realizzato, ma buona parte sì».
A Bilbao non è stata però affastellata una serie di progetti, ma si è cercato di seguire un’idea: «Quando si programma la rigenerazione di una città - spiega Alayo - bisogna partire da una domanda: quale idea di città si ha in mente, in quale tipo di città si vuole vivere e lavorare, che merci si intendono produrre, perché bisogna produrre qualcosa che altri vogliono. Bisogna incoraggiare le attività economiche. Perché se non hai gente, non hai città».
Il professore spagnolo lancia un allarme: «Non ci sono abbastanza giovani, c’è bisogno di una trasformazione demografica. Anche Bilbao sta diventando vecchia. Quelli che entreranno nel mondo del lavoro tra qualche anno sono meno di quelli che ci sono adesso. Siamo di fronte a una piramide rovesciata: la base è più stretta e quindi in futuro ci sarà meno popolazione attiva. È un problema che interessa tutta l’Europa: il continente sta diventando vecchio e rigenerare non è solo un processo fisico».
Programmare la rigenerazione di città e aree industriali richiede attenzione e una valutazione sulle prospettive future: «Molte città hanno spazi disponibili, ma non sempre si tratta di spazio necessario. Si potrebbero creare delle grandi infrastrutture e non avere abbastanza popolazione per sostenerle, perché a quel punto diventerebbe troppo oneroso. Ho visto su Google maps la situazione di Porto Torres: si vede un centro urbano abbastanza contenuto e un’area industriale molto più estesa. Se non sbaglio la popolazione è di poco superiore ai 20mila abitanti. Bisogna stare molto attenti o si rischia di creare situazioni come quella della città messicana di Chihuahua, dove ci sono più strade che palazzi. È necessario avere maggiore densità, anche perché se concentri la densità, incrementi la produttività. E la produttività è legata all’innovazione che a sua volta è legata alle idee: metti insieme la gente e le idee si propagano. È come un gas: se è contenuto in un grande spazio le molecole non interagiscono tra loro, se è compresso sì».
Il telelavoro, lo smart working eredità della pandemia, possono diventare un ostacolo al confronto? «Il telelavoro va bene, ma c’è comunque un numero enorme di persone che non lo fa. Il digitale può essere un complemento. Ma non sostituira la presenza nei bar, negli uffici, nei musei. Sarà sempre meglio una birra al bar che su skype».
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