La Nuova Sardegna

Nella morsa del virus il Covid affossa la crescita

di Umberto Aime
Nella morsa del virus il Covid affossa la crescita

Il Pil crolla: meno 11,5 per cento. Il mercato del lavoro perde 27mila occupati

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CAGLIARI. Il pugile Sardegna stava per rialzarsi, all’inizio del 2020, poi sul ring è comparso un avversario inaspettato e cinico, la pandemia, ed è ricaduto in ginocchio. Ma non vuole certo gettare la spugna, anche s’è consapevole che l’anno in corso sarà persino peggio del precedente, unonfra i più disastrosi, lockdown compreso, dal Secondo dopoguerra in poi. Però per non finire al tappeto, ha bisogno che sul Recovery fund, la sospirata salvezza, dal «silenzio assordante di questi mesi si passi alle idee, ai progetti da realizzare». È stato proprio con questo sguardo proiettato verso il futuro, un’occasione storica da non sprecare, che il Crenos ha aperto il suo 28esimo rapporto sull’economia e non solo della Sardegna. La direttrice del centro di ricerche delle due università, Sassari e Cagliari, è stata chiarissima: «Tutti siamo chiamati a un impegno straordinario, per perseguire in fretta impegni condivisi. Dobbiamo farlo se vogliamo, come lo vogliamo, rialzare la testa», ha detto Anna Maria Pinna. È da questa sfida economica, culturale, sociale ma anche politica che «dobbiamo ripartire, per poi vincerla e ritornare competitivi».

Effetti devastanti. È stato Gianfranco Atzeni, coordinatore della ricerca, a confermare quanto si sapeva da tempo: «Il Covid ha investito la Sardegna nel suo momento migliore, quello in cui era evidente che vivesse una leggera crescita. Invece la pandemia s’è avventata e poi accanita». Il risultato è stato quasi scontato: un tonfo. Con il prodotto interno lordo che potrebbe andare sotto addirittura dell’11,5 per cento da un anno all’altro. Serve uno scatto d’orgoglio, o altrimenti la Sardegna continuerà a essere inchiodata nella parte bassa della classifica europea, quella dei poveri: 178esima fra 240 regioni, con il 69 per cento della ricchezza media dichiarata dal Vecchio Continente, ovvero 20mila euro l’anno per i sardi contro gli oltre 28mila degli altri. Lo shock c’è stato, facendo emergere alcune storiche fragilità, sono troppe le micro imprese e continua a essere enorme il divario sociale e territoriale, per poi farne emergere anche alcune nuove. Non inaspettate, per la verità: enormi buchi neri nelle infrastrutture, nel rete del welfare, nei servizi e nella pubblica amministrazione. Un disastro, ma ora «rimbocchiamoci le maniche», ha ribadito ill Crenos.

Contraccolpi pesanti. Innanzitutto sono stati sul mondo del lavoro, con 27mila occupati in meno e le donne costrette pagare il prezzo più alto: quattro su dieci sono a non hanno trovato più reddito o stipendio. Altri numeri: dai 15 anni in su sono inattivi 193mila sardi e in 120mila sono entrati nella fascia grigia degli «scoraggiati». La contrazione è stata generale e ha finito per annullare una crescita degli occupati che andava avanti da sei anni. È quasi scontato scrivere che quelli «meno tutelati» sono stati i bersagli più facili, con un calo, ad esempio, del 27 per cento fra i contratti a tempo determinato e infatti il fenomeno del precariato è diventato un incubo quotidiano. Ma anche le imprese sono state ridimensionate in tutto e per tutto: è calata la produzione per colpa dei mesi di chiusura totale. Sono crollati al minimo storico gli investimenti, con la Sardegna relegata agli ultimi posti della classifica nazionale. È stata violenta la botta subita dal turismo e ha fatto traballare il resto, sempre nel 2020: meno 57 per cento negli arrivi, meno 58 nelle presenze, con una diserzione quasi totale da parte degli ospiti stranieri. «La frenata economica è stata brusca, travolgente, ma ora ci sono le condizioni per una risalita, qualcosa di buono c’è già stato. È sulla ciambella di salvataggio, il Recovery, che dobbiamo puntare e soprattutto crederci», hanno sottolineato dai banchi del Crenos.

Tutti disorientati. I sardi non si sono ancora ripresi. La crescita anagrafica non c’è stata, con solo 8.588 nascite, nuovo valore minimo dal Secondo dopoguerra, mentre di contro e purtroppo, anche causa Covid, il tasso di mortalità è salito del 10 per cento. Con questo inevitabile risultato, la Sardegna continua a svuotarsi: ogni 100 giovani ci sono 222 residenti della fascia più anziana della popolazione, ben 62 in più nel decennio. Come se non bastasse, continua a essere altissima la dispersione scolastica, il 18 per cento, ed è molto basso il numero di laureati: 21 ogni cento, contro una media europea intorno al 40. C’è stata una migliore qualità nella sanità, però la spesa è aumentata, ma più per necessità che per altri motivi. La pubblica amministrazione ha ridotto i servizi e in particolare quelli per l’infanzia. Ma ci sarà pure un dato positivo? Sì, quello sulla raccolta differenziata dei rifiuti: la Sardegna è seconda fra le regioni, con un’eccezionale 80 per cento. È o no una magra consolazione? Lo è, in attesa dell’auspicata rinascita da una montagna di ceneri.

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