«Questo bronzetto ci fa capire meglio il periodo nuragico»
Franco Campus è l’archeologo che ha guidato gli scavi: «È stato importante trovarlo in un’indagine stratigrafica»
SASSARI. Perché la statuetta bronzea trovata a Nughedu San Nicolò duranti gli scavi a Cuccuru Mudeju, insieme a tanti altri reperti affiorati dal terreno grazie al lavoro degli archeologi, è così importante? Lo spiega in modo efficace Franco Campus, l’archeologo che ha guidato l’intervento: «Ogni oggetto sarebbe un feticcio se lo dovessi trovare nell’ambito di un sequestro come quelli che tante volte vengono fatti dalle forze dell’ordine. C’è un valore intrinseco perché un bronzetto è un oggetto di pregio. Ma stavolta è diverso: questo bronzetto è stato trovato nel corso di indagini stratigrafiche e questo ne amplifica il valore. Perché, anche grazie agli altri reperti, siamo in grado di datare lui e questo tipo di produzione. Perché è vero che sappiamo a quale periodo risalgono i bronzi figurati, ma averlo trovato in un’indagine di scavo ci dà elementi in più per la datazione. È un pezzo di grande valore artistico, frutto di sapienti conoscenze delle tecniche metallurgiche. Dal punto di vista sitilistico possiamo dire che si tratta di un capolavoro della bronzistica, non solo di quella nuragica. Dal punto di vista documentale ha un valore aggiunto ed è per questo, alla fine, che è così importante».
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Ritrovare un reperto di questo valore, in un periodo in cui si pensa di aver già visto e scoperto tutto, pone una domanda: cos’altro ancora c’è là sotto? «Difficile dirlo: ci potrebbe essere di tutto. Nughedu è una dimostrazione lampante di ciò che ci potrebbe essere. Facendo nuove indagini, selezionare quei siti che hanno un’importanza monumentale, si potrebbe scoprire molto. Abbiamo una storia che non è solo quella del nuragico, ma anche del prenuragico e poi del fenicio-punico, del romano e del medievale. Non bisogna procedere con indagini unilaterali e su un unico periodo, ma considerando diversi periodi».
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Su quale aree puntare? «Se dovessi dare un suggerimento - dice Franco Campus - bisognerebbe puntare su quei siti che hanno già una gestione. in Sardegna sono una cinquantina, che sono frequentati, che sono stati indagati e valorizzati, che però non sono stati scavanti integralmente. Nuove campagne di scavo darebbero nuova visibilità. inoltre punterei su quei territori dotati di un museo archeologico dove i nuovi reperti possano essere esposti immediatamente».
Sembra di leggere tra le righe un po’ di scetticismo per l’attenzione riservata a aree ancora poco indagate. Come quella dei Giganti di Mont’e Prama: «L’importanza data ai Giganti da un lato è una cosa giusta, anche perché è un formidabile elemento di marketing. Ma l’archeologia non funziona solo col marketing. Faccio un paragone: concentrare le risorse su Mont’e Prama sarebbe come indirizzare tutta la ricerca scientifica su una sola malattia, trascurando le altre. Va bene Mont’e Prama, però esiste un mare dietro Mont’e Prama, ci sono le Domus de Janas, i nuraghi, le tombe dei giganti, le terme di età romana, le chiese romaniche, i grandi santuari. Quando si parla del nostro patrimonio bisogna essere aperti e non circoscrivere l’attenzione a un fenomeno o a un periodo».
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