Niente scuse, il Bètile è il meglio

Il museo di Zaha Hadid può stare dovunque perché quello che conta è soprattutto il contenuto - IL COMMENTO

Esiste un chiaro discrimine tra la capacità, e l’opportunità, di aprire un dibattito e la capacità, e opportunità, di farne uno strumento per mettere in gioco le proprie convinzioni anche quando sembrano irremovibili. Sulla mia proposta di sistemare il Betile a Porto Torres si è detto di tutto e il contrario di tutto. Segno che qualcosa da dire in proposito c’era, ma nessuno fin ora aveva trovato il tempo per farlo. Certo, direte voi, il compito di un intellettuale è quello di coltivare un certo infantilismo e, dunque, di rifiutarsi di vedere il re vestito se è nudo.

Perciò, fatta salva la primogenitura dell’argomento, mi domando fino a che punto sia sano aspettare “il grillo parlante” prima di esprimere un pubblico parere sulle questioni dormienti che interessano la nostra isola. Alla politica in corso questa forma di attendismo comunicativo fa solo comodo: chi governa, governa tranquillo; chi si “oppone”, si “oppone” ancora più tranquillo. Quando poi qualche inopportuno solleva una questione scottante allora si naviga a vista: guelfi contro ghibellini, bianchi contro neri, favorevoli contro contrari. Niente in mezzo, nessuna sintassi, nessun tentativo di generare un circolo virtuoso. Eppure la proposta era semplice: prendere un progetto eminente lasciato a languire in un cassetto e metterlo a frutto.

Il rendering del Betile è preziosissimo. È un progetto che Zaha Hadid ha pensato e coordinato in vita, un’idea che atteneva più al contenuto che al contenitore. Il progetto di uno spazio che potesse contenere l’espressione di un popolo. Filosoficamente parlando il Betile può stare dovunque, se volessero farlo ad Helsinki non credo proprio ci sarebbero problemi, perché quello che conta di quel contenitore è attraverso quale contenuto viene reso significativo oltre che semplicemente bello. Qualcuno ha obbiettato che trattasi di un progetto organico, che cioè essendo stato pensato per Cagliari deve stare a Cagliari, nonostante Cagliari non lo voglia. E a dire questa cosa sono persino architetti nostrani che hanno studiato di come i loro predecessori siano riusciti a spostare il tempio di Abu Simbel dal suo sito naturale. Costoro sanno molto bene che la storia dell’architettura è piena di progetti pensati per una collocazione e spostati altrove. Basta volerlo. Basta cioè non ridurre la questione a una semplice faccenda di prelazione. Basterebbe pensare alla Sardegna come un territorio solidale e non come a un corteo di vassalli che guardano tutti alla Capitale. Su questo punto le opinioni passano da «si può fare» a «impossibile» a «facciamolo a Ottana» a «è di Cagliari quindi per Porto Torres eventualmente pensiamone un altro». È di Cagliari? Io mi azzarderei a dire che è dei sardi. Bandire un nuovo concorso per Porto Torres? Perché spendere cifre inusitate e aspettare anni: bando, concorso, vincitore eccetera, se abbiamo nel cassetto il meglio che si possa avere?

Una obiezione francamente inaccettabile è che puntare sul Betile indebolirebbe le istanze se non addirittura la vocazione industriale di quel territorio. Come se le due cose fossero contrapposte. In verità sono contrapposte nella mente di chi ragiona a compartimenti stagni e ha paura di perdere il piccolo potere che deriva dalla emergenza costante. Sono rendite di posizione anche quelle che populisticamente fanno affermare che a Porto Torres non occorra un museo perché ce l’ha già. Come se il progetto Betile fosse semplicemente un museo e non un progetto globale di riqualificazione territoriale e finanziario, di impulso occupazionale in un’area che ha finalmente bisogno di attenzione e che è meritevole di un atto di riconoscenza per la pazienza con cui ha accettato di essere stata messa in secondo, o terzo, piano in tutti questi anni. Prendersi la responsabilità personale di un dibattito qualche volta significa anche dover constatare fino a che punto le vicende politiche della nostra regione sono intrecciate se è vero che il gruppo progressista nel Comune di Cagliari bolla la questione Betile come uno scambio di favori fra la consigliera dissidente Soru e il sindaco Truzzu. Un questione serissima, restituire ai sardi un bene che hanno pagato, ridotta a una questione di cortile, cagliaritano s’intende.
 

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