La Nuova Sardegna

La Chiesa sarda apre le porte ai separati

di Mario Girau
La Chiesa sarda apre le porte ai separati

I vescovi: potranno ricevere l’Eucarestia, fare da padrini e leggere dall’altare

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SASSARI. «Ci stanno a cuore tutti i cristiani in qualsiasi situazione si trovino», anche separati, divorziati, conviventi. I vescovi sardi tendono la mano alla famiglia in particolare a coloro che vivono un legame affettivo che non corrisponde alla verità del matrimonio sacramentale, indissolubile e fedele. «Ci sta a cuore che non si sentano esclusi dalla comunità cristiana, ma possano essere sempre meglio accolti e integrati». In una lettera alle comunità cristiane alle famiglie e ai sacerdoti, i responsabili delle dieci diocesi isolane danno indicazioni importati. La prima: i coniugi sardi separati possono fare la Comunione, insegnare catechismo in parrocchia e religione a scuola, leggere dall’altare, fare da padrini e madrine, addirittura portare l’Eucarestia agli ammalati. Una sola condizione: non devono essersi risposati o convivere con un partner. Una regola che in Sardegna potrebbe interessare migliaia di coppie.

Porta aperta dei vescovi sardi anche a quanti, fallito il primo matrimonio, si sono sposati una seconda volta. Anche essi possono fare – a certe condizioni - la Comunione e incontrare Cristo nell’Eucarestia. «Ci sta a cuore – aggiungono i presuli – sostenere e accompagnare» la coscienza dei coniugi in situazioni di fragilità «perché con l’aiuto di presbiteri e laici preparati, possano verificare la loro condizione davanti a Dio e riconoscere i passi possibili per questa integrazione». I vescovi sardi nei giorni scorsi hanno reso nota una lettera – dal titolo “Tendere la mano alla famiglia” - scritta anche su richiesta dei sacerdoti (soprattutto confessori che chiedevano linee guida di attuazione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia con cui Papa Francesco ha rivoluzionato la pastorale familiare) - per accompagnare, discernere, integrare fragilità e ferite. Un documento rivolto anche a tutte le componenti ecclesiali, a cominciare da certe comunità parrocchiali dove qualche volta ha fatto capolino la tentazione di emarginare divorziati risposati civilmente o conviventi. Comportamento stigmatizzato dai vescovi sardi: «Questi coniugi rimarranno sempre “figli della Chiesa”: possono conservare e far maturare la loro fede in Gesù, pregare, praticare la carità e accostarsi alla sacra liturgia. Essi – aggiungono gli otto presuli sulle orme del Papa - non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo».

Compito della parrocchia e di qualunque comunità che voglia dirsi cristiana è accogliere e accompagnare con benevolenza questi divorziati, «camminando insieme col sostegno della Parola di Dio, che aiuta nella conversione e nel rafforzamento della fede». La situazione dei divorziati risposati è quella più difficile da far rientrare nelle regole canoniche per fare la Comunione. Il problema non si pone se i due partner si impegnano a vivere in piena continenza, come fratello e sorella. Se questo non è possibile per cause oggettive, i vescovi sardi richiamano l’esortazione apostolica Amoris Laetitia sull’amore della famiglia, dal marzo 2021 al centro dell’attenzione della Chiesa universale.

In questo documento bergogliano i due coniugi, al termine di un cammino di discernimento, assistiti da un sacerdote esperto, volendo hanno la possibilità di confessarsi e ricevere l’Eucarestia. Insomma la Chiesa deve prendere in seria considerazione l’impegno totale dei fedeli che con umiltà , riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento si trovano nella ricerca sincera della volontà di Dio.

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