Sassari, Matrìca: la scelta del cardo frena il progetto di filiera
Il combustibile biosostenibile non è funzionale, meglio semi di girasole o colza. Scanu, presidente del consorzio industriale: «Serve una soluzione condivisa»
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SASSARI. La chimica verde doveva essere la risposta alla crisi dell’industria del nord ovest, ma a dieci anni dalla firma del protocollo d’intesa che prevedeva la riconversione del sito Eni di Porto Torres da industria di chimica di base alimentata da fossile a bioraffineria integrata c’è il forte dubbio che quel progetto si sia arenato o che non sia più adatto all’obiettivo che si poneva, lo sviluppo reale di un territorio per molti decenni sacrificato nel vano sogno del polo industriale. Da qui sorge la domanda centrale del convegno organizzato dal Consorzio industriale provinciale di Sassari, tenutosi nella sala convegni dell’Ersu: quale sarà il ruolo delle produzioni agricole per la chimica verde a Porto Torres? Oltre al presidente delle Consorzio, Valerio Scanu, vi hanno preso parte il prorettore alla ricerca Giuseppe Pulina e il docente di agronomia, Luigi Ledda, i rappresentanti di Matrìca (la società nata dalla joint-venture paritetica tra Novamont e Versalis), delle associazioni degli agricoltori, della Camera di Commercio e delle associazioni di categoria e dei sindacati.
Dalla discussione è emerso un elemento preoccupante: dieci anni dopo la firma dell’intesa ci si rende conto che il cardo, il combustibile biosostenibile scelto per alimentare il sistema, non è funzionale rispetto agli obiettivi che ci si era preposti. Già diversi anni fa gli esperti dell’università di Sassari avevano avvertito che il contenuto di acido oleico del seme di cardo gentile è molto più basso rispetto a quello di colza e soprattutto di girasole e le rese attese sono quindi inferiori. E allora non si capisce il motivo per cui si sia puntato con tanta decisione su quel tipo di coltivazione. Sta di fatto che il progetto di filiera non è mai decollato e tutto ruota attorno ad una serie di valutazioni e di accordi ancora da chiudere; nel frattempo Matrìca, per quanto detto dai responsabili presenti al dibattito Luca Baraccani e Massimiliano Medicina, riesce a spingere le sue linee di produzione che al 60% delle potenzialità.
«Abbiamo fatto incontrare Matrìca, l’università di Sassari, le associazioni degli agricoltori e le parti sociali perché si trovi una soluzione condivisa sulle coltivazioni non alimentari da destinare all’industria – ha detto il presidente del Cipss, Valerio Scanu – La chimica verde è un’attività strategica inserita nel Progetto di riconversione e riqualificazione industriale approvato da Regione e Governo centrale nel 2019 e per questo riteniamo si debba dar seguito agli interventi programmati. Il rafforzamento degli investimenti di Matrìca potrà favorire una filiera produttiva che passa dall'agricoltura alla piccola media industria per la creazione del distretto della chimica verde che questo territorio merita per competenze e capacità», ha concluso.
Il guaio – lamentano le organizzazioni agricole – è che nel territorio non sono mai state attuate azioni strategiche e organiche che immaginassero la nascita di una filiera per un sistema di produzione che alimentasse i fabbisogni di materie prime necessarie per il funzionamento di Matrìca. Il nodo alla fine è quella della ricerca di un profitto (peraltro legittimo) e il dipartimento di agraria dell’università di Sassari ha affermato di voler giocare un ruolo per sostenere sotto il profilo della ricerca, lo sviluppo delle produzioni in modo da consentire dei margini per chi produce su entrambi i fronti. Ma il rischio è che la chimica verde, per trovare spazi futuri di crescita e sviluppo, non possa almeno per ora contare sulle produzioni locali. E questa sarebbe una vera beffa.
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Dalla discussione è emerso un elemento preoccupante: dieci anni dopo la firma dell’intesa ci si rende conto che il cardo, il combustibile biosostenibile scelto per alimentare il sistema, non è funzionale rispetto agli obiettivi che ci si era preposti. Già diversi anni fa gli esperti dell’università di Sassari avevano avvertito che il contenuto di acido oleico del seme di cardo gentile è molto più basso rispetto a quello di colza e soprattutto di girasole e le rese attese sono quindi inferiori. E allora non si capisce il motivo per cui si sia puntato con tanta decisione su quel tipo di coltivazione. Sta di fatto che il progetto di filiera non è mai decollato e tutto ruota attorno ad una serie di valutazioni e di accordi ancora da chiudere; nel frattempo Matrìca, per quanto detto dai responsabili presenti al dibattito Luca Baraccani e Massimiliano Medicina, riesce a spingere le sue linee di produzione che al 60% delle potenzialità.
«Abbiamo fatto incontrare Matrìca, l’università di Sassari, le associazioni degli agricoltori e le parti sociali perché si trovi una soluzione condivisa sulle coltivazioni non alimentari da destinare all’industria – ha detto il presidente del Cipss, Valerio Scanu – La chimica verde è un’attività strategica inserita nel Progetto di riconversione e riqualificazione industriale approvato da Regione e Governo centrale nel 2019 e per questo riteniamo si debba dar seguito agli interventi programmati. Il rafforzamento degli investimenti di Matrìca potrà favorire una filiera produttiva che passa dall'agricoltura alla piccola media industria per la creazione del distretto della chimica verde che questo territorio merita per competenze e capacità», ha concluso.
Il guaio – lamentano le organizzazioni agricole – è che nel territorio non sono mai state attuate azioni strategiche e organiche che immaginassero la nascita di una filiera per un sistema di produzione che alimentasse i fabbisogni di materie prime necessarie per il funzionamento di Matrìca. Il nodo alla fine è quella della ricerca di un profitto (peraltro legittimo) e il dipartimento di agraria dell’università di Sassari ha affermato di voler giocare un ruolo per sostenere sotto il profilo della ricerca, lo sviluppo delle produzioni in modo da consentire dei margini per chi produce su entrambi i fronti. Ma il rischio è che la chimica verde, per trovare spazi futuri di crescita e sviluppo, non possa almeno per ora contare sulle produzioni locali. E questa sarebbe una vera beffa.
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