Tre diving dell’isola entrano nella rete che misura la “febbre” al mar Tirreno
Salvatore Santoni
MedFever è il circuito di termometri sottomarini
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SASSARI. Si chiama MedFever e quello che fa lo dice già il nome: serve a misurare la “febbre” del mare. Si tratta di una rete di termometri sottomarini sparsi nel Tirreno e in grado di misurare le temperature dei mari per comprendere l’impatto del surriscaldamento sugli ecosistemi. Tre di questi punti di rilevamento si trovano a vari gradi di profondità attorno alla Sardegna: a Santa Teresa, Porto Rotondo e Villasimius.
L’intuizione. Il progetto è stato concepito dall’associazione MedSharks in partnership l’Enea, l’azienda Lush e un gruppo di sub volontari provenienti da vari centri di immersione. L’idea è nata studiando il piccolo squalo Gattopardo che bazzica nell’oasi sottomarina nel golfo di Napoli. Un progetto che, non a caso, è stato chiamato “MedSharks”. Di qui l’intuizione di espandere il monitoraggio a tutto il mar Tirreno, non per inseguire lo squaletto ma per passare il mare e le sue mutazioni ai raggi X. I satelliti, infatti, registrano soltanto la temperatura superficiale delle masse acqua del globo. Mentre la rete di stazioni sott’acqua è in grado di misurare la “febbre” dei mari ogni 15 minuti.
A cosa serve. Questa storia ha mandato in estasi oceanografi e biologi marini. I dati che verranno fuori nei prossimi mesi da quelle decine di scatolette legate in fondo ai mari sardi saranno a disposizione di chiunque voglia fare ricerca. I primi, naturalmente, saranno gli esperti dell’Enea, che non vedono l’ora di elaborare i modelli risultanti per quanto riguarda lo spostamento delle masse d’acqua. «Avremo delle indicazioni preziosissime – spiega Eleonora De Sabata, sub e coordinatrice del progetto per MedSharks – nessuno nel Mediterraneo ha mai avviato un monitoraggio di questo tipo e, soprattutto, di queste proporzioni».
I mutamenti. Il mare è una specie di termosifone del pianeta ed eventuali sue anomalie possono tradursi in estati sempre più calde ed eventi sempre più estremi che mettono ko gli organismi acquatici innescando fenomeni di mortalità di massa sempre più frequenti. «Noi sub siamo testimoni con i nostri occhi del mare che cambia – riprende De Sabata –. Negli ultimi anni abbiamo notato cambiamenti molto repentini nei mari In Sardegna si è registrata una moria di gorgonie, che tendono a sbiancare. Ma anche la cladocora non se la passa bene».
Citizen science. L’ingrediente più importante è la partecipazione dei sub, che sono le sentinelle volontarie del progetto. D’altronde chi meglio di loro conosce le zone di mare nel quale si immergono quotidianamente?
La prima stazione partendo dal nord dell’isola è a Santa Teresa. «Conosciamo Eleonora da quasi 30 anni – dicono dal Blu dive center di Alfred Cardi – abbiamo sempre collaborato bene con lei, come per il progetto Clean sea life, per proteggere il mare dalle plastiche. Anche in questo caso non abbiamo fatto mancare il nostro sostegno e ci siamo attivati per installare i termometri fuori dall’area marina protetta di Santa Teresa».
La seconda stazione è stata installata nel mare di Capo Figari. «Abbiamo partecipato al progetto con estremo piacere – spiega Patrizia Medda, che gestisce il centro sub Porto Rotondo insieme a Maura Luzzi – perché verificare la temperatura delle acque è importante. Negli ultimi anni, infatti abbiamo notato un innalzamento che ora possiamo monitorare costantemente».
La terza batteria di termometri è nel sud dell’isola, dove il “Progetto sub Sardegna” di Arrigo Marendino e Bruno Barchiesi, si è immerso nella secca di Genn’e mari. Cioè nel tratto di mare tra Villasimius e Cagliari. «Abbiamo accompagnato Eleonora in mare – spiegano i due – e lei ha scelto i punti migliori per installare le apparecchiature. Ora non vediamo l’ora di vedere i risultati per capire se anche i dati registrano il cambiamento che noi percepiamo nel nostro mare».
L’intuizione. Il progetto è stato concepito dall’associazione MedSharks in partnership l’Enea, l’azienda Lush e un gruppo di sub volontari provenienti da vari centri di immersione. L’idea è nata studiando il piccolo squalo Gattopardo che bazzica nell’oasi sottomarina nel golfo di Napoli. Un progetto che, non a caso, è stato chiamato “MedSharks”. Di qui l’intuizione di espandere il monitoraggio a tutto il mar Tirreno, non per inseguire lo squaletto ma per passare il mare e le sue mutazioni ai raggi X. I satelliti, infatti, registrano soltanto la temperatura superficiale delle masse acqua del globo. Mentre la rete di stazioni sott’acqua è in grado di misurare la “febbre” dei mari ogni 15 minuti.
A cosa serve. Questa storia ha mandato in estasi oceanografi e biologi marini. I dati che verranno fuori nei prossimi mesi da quelle decine di scatolette legate in fondo ai mari sardi saranno a disposizione di chiunque voglia fare ricerca. I primi, naturalmente, saranno gli esperti dell’Enea, che non vedono l’ora di elaborare i modelli risultanti per quanto riguarda lo spostamento delle masse d’acqua. «Avremo delle indicazioni preziosissime – spiega Eleonora De Sabata, sub e coordinatrice del progetto per MedSharks – nessuno nel Mediterraneo ha mai avviato un monitoraggio di questo tipo e, soprattutto, di queste proporzioni».
I mutamenti. Il mare è una specie di termosifone del pianeta ed eventuali sue anomalie possono tradursi in estati sempre più calde ed eventi sempre più estremi che mettono ko gli organismi acquatici innescando fenomeni di mortalità di massa sempre più frequenti. «Noi sub siamo testimoni con i nostri occhi del mare che cambia – riprende De Sabata –. Negli ultimi anni abbiamo notato cambiamenti molto repentini nei mari In Sardegna si è registrata una moria di gorgonie, che tendono a sbiancare. Ma anche la cladocora non se la passa bene».
Citizen science. L’ingrediente più importante è la partecipazione dei sub, che sono le sentinelle volontarie del progetto. D’altronde chi meglio di loro conosce le zone di mare nel quale si immergono quotidianamente?
La prima stazione partendo dal nord dell’isola è a Santa Teresa. «Conosciamo Eleonora da quasi 30 anni – dicono dal Blu dive center di Alfred Cardi – abbiamo sempre collaborato bene con lei, come per il progetto Clean sea life, per proteggere il mare dalle plastiche. Anche in questo caso non abbiamo fatto mancare il nostro sostegno e ci siamo attivati per installare i termometri fuori dall’area marina protetta di Santa Teresa».
La seconda stazione è stata installata nel mare di Capo Figari. «Abbiamo partecipato al progetto con estremo piacere – spiega Patrizia Medda, che gestisce il centro sub Porto Rotondo insieme a Maura Luzzi – perché verificare la temperatura delle acque è importante. Negli ultimi anni, infatti abbiamo notato un innalzamento che ora possiamo monitorare costantemente».
La terza batteria di termometri è nel sud dell’isola, dove il “Progetto sub Sardegna” di Arrigo Marendino e Bruno Barchiesi, si è immerso nella secca di Genn’e mari. Cioè nel tratto di mare tra Villasimius e Cagliari. «Abbiamo accompagnato Eleonora in mare – spiegano i due – e lei ha scelto i punti migliori per installare le apparecchiature. Ora non vediamo l’ora di vedere i risultati per capire se anche i dati registrano il cambiamento che noi percepiamo nel nostro mare».
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