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La morte di Giuliani e le torture a Bolzaneto

La morte di Giuliani e le torture a Bolzaneto

Il ragazzo fu ucciso da un carabiniere. L’Italia condannata dalla Corte europea per i diritti dell’uomo

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SASSARI. Era l’estate del 2001, due mesi dopo l’attentato alle torri gemelle di New York avrebbe cambiato per sempre la storia del mondo. Dall’11 giugno era in carica il secondo governo Berlusconi, ministro dell’Interno era Claudio Scajola, vice presidente del Consiglio Gianfranco Fini. A Genova dal 19 al 22 luglio si celebrò in un clima tesissimo il G8, l’incontro dei capi di governo dei paesi più industrializzati. Fece molto discutere la scelta del capoluogo ligure – da parte del precedente governo di centrosinistra – perché per la conformazione urbanistica della città sembrava difficile riuscire a gestire l’ordine pubblico. La situazione precipitò quasi subito. I primi contrasti nei cortei del 19 luglio, quando alle manifestazioni parteciparono circa 50mila persone. Ma le giornate peggiori furono le due successive. Venerdì 20 fu segnata da scontri e sassaiole tra i cortei no global, nei quali si infiltratono anarchici e black bloc, e le forze dell’ordine, e sarà ricordata per la morte di Carlo Giuliani, un manifestante di 23 anni. In piazza Alimonda, una delle zone teatro degli scontri, durante la ritirata un Land Rover Defender dei carabinieri, con tre militari a bordo, restò bloccato di fronte a un cassonetto dei rifiuti. Il Defender fu attaccato da una quindicina di manifestanti tra cui Giuliani che si avvicinò con il viso coperto da un passamontagna tenendo un estintore sopra la testa. Il carabiniere Mario Placanica, 19 anni, gli sparò e il ragazzo cadde a terra: non morì subito, ma solo dopo essere stato investito dal fuoristrada che ripartì a tutta velocità. Placanica fu prosciolto: secondo i giudici agì per legittima difesa. Il giorno dopo, il 21 luglio, i cortei proseguirono nonostante la tensione alle stelle e gli scontri divennero ancora più duri: in Corso Italia, rimase gravemente ferita la pacifista sassarese Rita Sieni, arrivata da Pinerolo. La sera ci fu l’assalto alla scuola Diaz, concessa dal comune al Genova social forum per ospitare i manifestanti. Vi fu una perquisizione, motivata – si disse – da segnalazioni sulla presenza di black bloc. La perquisizione fu estesa anche alla scuola Pascoli, adiacente alla Diaz, dove dormivano 93 tra ragazzi e giornalisti, in prevalenza stranieri. Fu denunciata la presenza di molotov e si scoprì dopo che erano state piazzate dalle stesse forze dell’ordine. All’interno delle scuole i manifestanti furono picchiati, alcuni riportarono danni permanenti. Molti furono portati alla caserma di Bolzaneto e sottoposti a violenze fisiche e psicologiche. Lo Stato italiano è stato condannato per gli abusi commessi dalle forze dell’ordine e molti denuncianti furono risarciti. Il 7 aprile 2015 la Corte europea dei diritti dell'uomo ha dichiarato all'unanimità che è stato violato l'articolo 3 sul "divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti" durante l'irruzione della scuola Diaz.[1] Il 6 aprile 2017, di fronte alla stessa Corte, l'Italia ha raggiunto una risoluzione amichevole con 6 dei 65 ricorrenti per gli atti di tortura a Bolzaneto, ammettendo la propria responsabilità.[2] (si. sa.)

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